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Gretel e Hansel

2020
REGIA:
Oz Perkins
CAST:
Sophia Lillis (Gretel)
Samuel Leakey (Hansel)
Charles Babalola (il cacciatore)

Il nostro giudizio

Gretel e Hansel è un film del 2020, diretto da Oz Perkins.

Sono le operazioni come Gretel e Hansel a ricordarci, involontariamente o meno, come il The Witch di Robert Eggers sia stato in fondo l’unica vera pietra miliare dell’horror emersa in questi ultimi cinque anni. Nel 2015, pur di fronte ad un certo plauso di critica e una reazione incuriosita da parte del grande pubblico, se ne resero conto in pochi; ma quel minuscolo film avrebbe da solo rilanciato l’intero filone del folk horror dopo quarant’anni di indifferenza, riaccendendo l’interesse attorno agli archetipi esoterico-stregoneschi nell’era degli Insidous imperanti; ma sopratutto, avrebbe reintrodotto una rinnovata idea di final girl, una figura femminile protagonista attiva, non più vittima, ma tentata e addirittura sedotta dall’orrore. Dai campioni dell’indie commerciale americano come Ari Aster all’exploit di Luca Guadagnino, fino a più marginali promesse europee come Rainer Sarnet o Lukas Feigelfeld, l’influenza di quei novanta minuti rimbomba in metà dei lavori segnanti degli anni successivi. E come tutti  i capolavori, anche The Witch fronteggia oggi la sua schiera di imitazioni e b-sides; sempre in bilico tra il ridicolo e la sincera ambizione. Per sua fortuna, il film di Oz Perkins pende verso quest’ultima. La lettura 2020 del classico Grimm (un crudelissimo cautionary tale che si è sempre visto negato il trattamento-Disney, arrivando al cinema per lo più attraverso rielaborazioni horror) non gode esattamente di colpi di coda sconvolgenti in fase di concezione e scrittura.

La fiaba è quella nota, senza o quasi deviazioni (infatti scorre tirata e veloce in meno di un’ora e mezza), affidando le poche trovate ai rivedibili cliché del fantasy mainstream contemporaneo (superpoteri telecinetici, backstory drammatiche, un rozzissimo ideale di empowerment esaltato dall’inversione dei nomi nel titolo). La storia dei due fratelli abbandonati nel bosco vede stavolta l’adolescente Gretel (Sophia Lillis) protagonista assoluta, costretta a trascinarsi dietro l’insopportabile fratello e a stringere un ambiguo rapporto di sopravvivenza con la misteriosa vecchiaccia della foresta (Alice Krige). Gretel e Hansel è quindi un film di regia e interpretazioni, che prova a nobilitare come può uno script di un cinismo senza vergogna. A compensare la sfacciataggine con cui il rip-off scritto da Rob Hayes prende e banalizza quanto fece il successo del film di Eggers, Perkins decide allora di elevare il tutto al limite del saggio visual, spingendo su un comparto estetico da far paura . Una mossa piuttosto sorprendente per l’attore-regista, che con Sono la bella creatura non aveva certo lasciato intuire chissà che passione per il genere. Il suo Gretel e Hansel trabocca invece di rigurgiti seventies insospettabili; e come già il succitato Guadagnino, declina la sua operazione commerciale attraverso una matrice germanica e sperimentale, anziché rifarsi al più truce (e inflazionato) gore italo-trash. Il suo sguardo sulla classica storiaccia Grimm ribolle di Nova Vlna, Herzog, Zulawski, espressionismo tedesco e avant-garde francese.

In coppia con l’allievo di Cuaron Galo Olivares in fotografia, Perkins si scatena con formati, lenti, distorsioni, focus e ovviamente colori. Crea una foresta teutonica, marcescente, autunnale e credibile, come ne sono credibili le architetture, le scenografie, persino i luridi costumi. Un verismo magico-cinefilo estremamente rétro, come quello di Eggers, appunto; in una incarnazione appena più estetizzante e pendente verso refnismi gratuiti quanto gradevoli. Certo, il massimo dell’impegno profuso nell’animare l’esilissima storia (che pure, come tutte le fiabe, si presterebbe così bene ad una lettura tematica più complessa) non riesce comunque a nascondere la natura exploitation che scorre in Gretel e Hansel. Il percorso che sceglie per la sua eroina è (ancora) quello di una presa di coscienza del proprio potere femmineo attraverso il sovrannaturale (che specie da parte di uno scrittore maschio puzza ormai di scorciatoia); tra spiegazioni e flashback a pioggia, valori produttivi sotto zero e ritmo inesistente, è un peccato che il film fatichi a trovare qualcosa dietro le belle inquadrature e il quasi esaltante showcase di visioni e cinefilia. Peccato sopratutto per Sophia Lillis, di un magnetismo e una bellezza disarmanti, ma a cui la pochezza irrimediabile del personaggio nega la consacrazione critica così astutamente cercata. In punta di piedi, l’ormai ex Beverly Marsh sta ora cercando la sua difficile collocazione, nel pericolosissimo guado professionale dell’adolescenza (non più bambina, ma sempre asessuata agli occhi degli studios). Bello che lo faccia rimanendo nell’horror low-budget, ostentando persino l’iconico taglio di Renée Falconetti nella Giovanna D’Arco bressoniana, con l’arroganza di chi può permetterselo.