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Il caso Outreau – Un incubo francese

2024
Titolo Originale:
The Outreau Case: A French Nightmare
REGIA:
Oron Adar, Anna Kwak, Camille Le Pomellec, Marika Mathieu
CAST:
Myriam Badaoui (se stessa)
Éric Dupound-Moretti (se stesso)
Fabrice Burgaud (se stesso)

Il nostro giudizio

Il caso Outreau – Un incubo francese è una serie del 2024, creata da Oron Adar, Anna Kwak, Camille Le Pomellec e Marika Mathieu.

La storia è particolarmente scabrosa, come sempre quando si tratta di bambini. Ma è anche una vicenda stratificata, che va sbucciata come una cipolla per arrivare al nucleo, da una parte chiaro e dall’altra ancora parzialmente oscuro. Del resto non tutto è conoscibile, occorre rispettare l’enigma. E non è neanche sicuro che la miniserie Netflix chiamata Il caso Outreau – Un incubo francese sia un vero True Crime, nel senso di un documentario che ricostruisce un crimine: è vero che ci furono condanne, ma è soprattutto la cronaca di un clamoroso errore giudiziario. Uno dei più eclatanti nella storia dell’Occidente. Andiamo con ordine. Il caso, che si sviluppa dal 1997 al 2000, riguarda un comune periferico nella Francia del Nord, Outreau appunto, e in particolare il classico palazzone della banlieue che automaticamente segnala povertà e indigenza. Qui si diffonde la notizia di un reato: una famiglia, moglie e marito, avrebbe violentato i figli piccoli offrendoli anche agli appetiti deviati dei vicini di casa, un’altra coppia molto più giovane di loro. Il fatto viene scoperto nel più tipico e terribile dei modi, ossia nei disegni del bimbo a scuola che raffigurano scene di pornografia e danno conto di una conoscenza anatomica che il piccolo non dovrebbe avere. D’altronde, verrà fuori, il padre orco è un soggetto fortemente malato che quando non molesta mostra video porno ai minori, con le VHS che girano a ciclo continuo nella casa degli orrori. Da parte sua la madre, Myriam Badaoui, si rende parte attiva dello scempio.

Qui si arriva al primo punto della questione, ovvero a una figura centrale, quella di madame Badaoui: la donna avanti con l’età, non bella e in sovrappeso, inizia a lanciare una serie di accuse contro vicini e persone della zona, più o meno prossime, come il tassista o la panettiera del quartiere. Lo fa davanti a un giovane magistrato, Fabrice Burgaud, che ha 33 anni quando raccoglie il caso: l’uomo crede alla donna e si postula così l’esistenza di una vasta rete di pedofili, maschi e femmine, con moltissimi bambini violentati. Attraverso le rivelazioni della Badaoui, confermate peraltro dai minori, il caso si espande a raggiera: in tutto 12 bambini accusano 17 adulti di stupro, violenza e molestie. Arrivano gli arresti, a seguire il processo. Il caos mediatico è totale, tanto che si arriva a confondere Outreau col nome di Marc Dutroux, il serial killer pedofilo belga in azione nella stessa epoca. Le accuse e le piste si moltiplicano, c’è l’ipotesi di un giro di pederasti proprio nelle Fiandre e c’è l’ipotesi dell’omicidio di una bambina, si cerca perfino il corpo in certi terreni. L’affaire Outreau è servito.
La miniserie ricostruisce la vicenda, nell’arco di quattro episodi di circa 45 minuti ciascuno, arrivando a un’opera che si aggira intorno alle tre ore di durata. Sappiamo subito che è stato un errore. Come sia potuto succedere, cosa e perché viene indagato dagli autori interpellando i personaggi principali vent’anni dopo. E scrivo personaggi non a caso, perché alcune figure sono davvero letterarie, raggiungono una profondità romanzesca: vedere l’avvocato della difesa Éric Dupound-Moretti, ora ministro della Giustizia, un omone dal fisico gigantesco sempre con la sigaretta in mano, che interveniva per ultimo perché in grado di smontare le testimonianze dei bimbi, tanto che i piccoli arrivano a temerlo.

Non da meno è l’altro polo dello scontro, il magistrato Fabrice Burgaud, colui che fece il “grande errore” credendo alla Badaoui e istruendo la pratica. E che fu chiamato infine a presentarsi davanti a una Commissione d’inchiesta, cioè a sostenere una sorta di processo al processo. Oggi egli, parlando in camera, rievoca quei momenti con volto apparentemente glaciale, che però a tratti vacilla lasciando intravedere la sua tragedia ellenica, perché solo una salda tenuta di sé gli evitò di scivolare nella follia e rischiare di ammazzarsi: “Non so che dire”… Preferisce il silenzio. Ma tacere, su una vicenda simile, non è possibile: nel processo di primo grado interviene un clamoroso colpo di scena, l’accusatrice primaria improvvisamente ritratta e ammette di essersi inventata tutto. Assolti? Non proprio, visto che anche così la giuria proscioglie sette imputati e ne condanna altri dieci, sei persone in più rispetto alla doppia coppia evidentemente colpevole. Serve allora il secondo grado per “fare giustizia”, per ridare libertà anche agli altri innocenti. Ma cosa è successo davvero? Su questo scivoloso crinale si muove la serie, scrutando nell’abisso, ma anche nella menzogna che non è un vento bensì un uragano. Una domanda chiave è: si può credere a un bambino? È un testimone come gli altri, secondo alcuni, bisogna verificarne attentamente il retroterra e la suggestionabilità, dicono altri. Se ne accorge la giudice di secondo grado quando, davanti a lei, sfilano i presunti molestati con racconti alla Borowczyk: “Sono stato stuprato da un cavallo”…
Una storia incredibile, quindi vera. La serie la mette in scena a dovere, senza particolari guizzi di regia o trovate visive, affidandosi alla forza del racconto che parla da solo. La chiosa è per un ex bambino abusato, diventato adulto e ancora convinto della colpevolezza del branco: non dovevano essere assolti, dice. Il mistero è chiaro, ma anche oscuro.