La vera storia della Uno Bianca

Una docu-serie su una delle vicende più allucinanti della cronaca nera italiana

Se è un dato di fatto, come ormai lo è, un dato di fatto, che le uniche cose vedibili su uno schermo domestico sono i true crime, centomila volte meglio di quelle schifezze di lungometraggi che ci ammorbano peggio del Covid-19 e dei no-vax, allora tanto vale concentrare i nostri sforzi (oltre che la nostra attenzione) su questa nuova genia di prodotti. Certo, l’America domina signora e padrona assoluta, nel genere, con riuscite a dir poco pazzesche, ma anche l’Italia ogni tanto sfodera gli artigli. Tutto questo cappellone, per arrivare a dire che sta uscendo (l’emissione, in due episodi da un’ora, è oggi lunedì 29 novembre, su Raidue, altrimenti la recuperate su Rai Play) la docu-serie in due episodi La vera storia della Uno Bianca. Va spiegato, per la generazione dei Tik Tok (posto che gliene freghi qualcosa, ma dubito…), che cosa è stata la lunga stagione di sangue della Uno Bianca. Appena dopo la metà degli anni Ottanta, in Emilia Romagna e zone circonvicine, si cominciarono a verificare azioni criminali di particolare ferocia. Atti predatorii e rapine che inevitabilmente si lasciavano dietro una scia di sangue. Nessuno ci sentì puzza di bruciato, all’inizio; e nessuno pensò che quegli anelli, sparsi, di violenza potessero essere collegati a formare una catena dietro alla quale si potesse riconoscere un’unica mano, una regia, diciamo così, coerente. La docu-serie scritta da Flavia Triggiani e Marina Loi (già autrici di Lady Gucci, distribuito worldwide), che ne sono anche le registe insieme al direttore della fotografia Alessandro Galluzzi, guida bene, passo per passo, lo spettatore attraverso il progredire dei fatti, che ebbero inizio nel 1987: i primi colpi, che sembravano di bassissimo profilo dal punto di vista degli esiti, cioè del bottino, ma che manifestavano già, viceversa, un profilo alto, e assai sospetto, quanto ad esecuzione: perché gli artefici erano gente che sapeva sparare, sapeva come muoversi. Ma chi avrebbe ipotizzato un gruppo di fuoco con preparazione militare, dei “professionisti” in azione? Fatto sta che questi incursori seminavano le strade di cadaveri: alla fine se ne conteranno oltre venti e cento erotti feriti: una strage. La fine significa il 1994, sette anni dopo che il commando aveva messo a segno il primo colpo. Le tappe dell’escalation micidiale della banda della Uno Bianca (che in principio non era definita come tale, perché la vettura “firma” prese a comparire solo a un certo punto della faccenda) furono segnate da alcune azioni eclatanti: una su tutte, l’eccidio del Pilastro, a Bologna, in cui tre giovani carabinieri vennero travolti da uno tsunami di proiettili esplosi dai killer.

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Marina Loi

«Siamo una coppia creativa consolidata – spiegano le due autrici Loi & Triggiani -, lavoriamo da dieci anni a programmi e progetti di vario tipo. E uno dei nostri sogni nel cassetto era proprio quello di firmare dei documentari. Quello che Adriano Aprà definiva “non fiction” per noi è la forma più libera, più creativa, e anche più sperimentale di raccontare il mondo. Da tempo desideravamo occuparci di questo caso incredibile, perché è una storia archetipica, che rappresenta la lotta del bene contro il male, dove sia il bene che il male vestono la divisa della polizia.  L’occasione si è presentata grazie alla Verve e Rai Documentari. Il progetto nasce da un soggetto di Marco Melega, autore anche del libro che racconta la storia della Uno Bianca insieme ai due poliziotti di provincia che risolsero il caso: Luciano Baglioni e Pietro Costanza. Abbiamo così iniziato a “investigare” e soprattutto ci siamo fatte accompagnare proprio da alcuni dei protagonisti di questa vicenda: Baglioni e Costanza e il giudice Paci che hanno sgominato la banda, poi giornalisti che seguono la vicenda da decenni, avvocati, il perito balistico che si è occupato del caso, i parenti di alcune delle tante vittime, e due sopravvissuti agli attacchi efferati dei banditi». La connection fu e resta labirintica: i responsabili furono identificati in una fratellanza (di concetto e di fatto, cioè di sangue) di individui interni alla polizia. In ordine di importanza decrescente: Roberto, Fabio e Alberto Savi, ai quali si aggregarono i colleghi Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. A volerla dire con una battuta, i colpevoli erano quelli che indagavano su se stessi. Costoro finirono in manette a seguito di serrate indagini ma anche, e soprattutto, grazie alle soffiate di Eva Mikula, la donna di Fabio Savi, allora sedicenne transfuga dall’Ungheria, che si trovò, suo malgrado, a reggere le parti della pupa del gangster. «A trent’anni di distanza questa storia fa ancora male», proseguono Loi & Triggiani. «Abbiamo deciso di raccontarla per far conoscere ai giovani un pezzo importante della storia del nostro Paese. Ma anche per tutti coloro che hanno vissuto questo periodo terribile, rivedere in fila tanti episodi sciagurati della banda è ancora scioccante. Erano tanti e tali i fatti luttuosi che purtroppo non abbiamo potuto raccontarli tutti. Ma il nostro pensiero va a tutte le vittime della Uno bianca di cui abbiamo conosciuto le storie e che ci sono rimaste impresse anche le tante che non abbiamo potuto raccontare».

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Flavia Triggiani

«Abbiamo affrontato questo documentario dal punto di vista storico rispettando la verità processuale dando però anche voce a chi crede che questa vicenda non sia ancora stata completamente chiarita. Non è una inchiesta giornalistica, che naturalmente avrebbe richiesto un altro tipo di approccio e che ci avrebbe condotto verso tante diverse strade: come tu ben sai sono molte le teorie e le piste alternative su questa storia sanguinosa. Vi è ancora chi crede che non sia stata scoperta tutta la verità. Pur seguendo gli atti processuali, abbiamo lasciato questo spazio di domanda, dando voce a chi nutre ancora molti dubbi, senza tuttavia poter approfondire ogni risvolto». I dubbi, appunto. Molti e legittimi. A cominciare dalle inquietanti analogie con il modus operandi della banda Brabante-Vallone che pochi anni prima aveva arrossato di sangue il Belgio. Così come i ventilati incroci tra il clan dei fratelli Savi e consociati con organizzazioni mafiose autoctone. E, immancabile, l’ombra spettrale dei Servizi. Puntualizzano le autrici: «Il nostro è un documentario di taglio storico e la storia, quella con la S maiuscola, non è qualcosa di immobile. La Storia spesso pone domande e spunti di riflessione, più che schemi e risposte univoche». Sviluppato con il ritmo coinvolgente di una detection, facendo leva su ricostruzioni di presa spettacolare e su testimonianze di impatto emotivo rilevante, La vera storia della Una Bianca lavora su materiali incandescenti riuscendo a rendere la complessità di questo ennesimo “mistero d’Italia”: «Siamo due registe donne in un mondo ancora prevalentemente maschile, e nei nostri prodotti cerchiamo di portare un tocco femminile che si traduce in empatia e sensibilità. Questa è una storia per lo più maschile, universale, per affrontarla abbiamo messo tutte noi stesse senza risparmiarci, soprattutto per rispetto delle vittime a cui va sempre il nostro pensiero», aggiungono Loi & Triggiani. «Teniamo molto a La vera storia della Uno bianca per diverse ragioni, in primis perché è la nostra prima regia di un documentario, poi perché lavoriamo con una struttura, Rai doc, che ci ha dato grande libertà ma anche molti input e suggerimenti che hanno arricchito il prodotto. Una collaborazione veramente costruttiva che puntava alla qualità. Del resto, queste opere sono il frutto di un lavoro di gruppo. Se la squadra funziona avviene un piccolo miracolo». La serie crime doc, alla quale appartiene La vera storia della Uno Bianca verrà ogni settimana introdotta dalle parole dello scrittore Gianrico Carofiglio. «Un’idea che apprezziamo moltissimo e che ha il sapore della TV di qualità di altri tempi. Stiamo ultimando altri due documentari molto forti, uno sul serial killer Maurizio Minghella, una storia degna di un horror americano, e quella di Marco Mariolini il cosiddetto “cacciatore di anoressiche”. E siamo in fase di preparazione di altri progetti tra cui uno su Desirée Piovanelli, una spy story internazionale» promettono Marina Loi e Flavia Triggiani.