The Art of Dreaming

L’influenza delle opere di Castaneda sul cinema
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«Cerco l’integrità, non per mezzo soltanto del sogno, un sogno passivo, che è quello che procura la droga, ma attraverso un sogno attivo, dinamico che, una volta collegato alla vita, unito ad essa forma un tutto armonioso, nel quale i piaceri del colore, della trama, della visione sono una creazione nella realtà di cui possiamo godere con sensi acuito risvegliati». È un brano dei diari di Anais Nin, la scrittrice musa di Henry Miller. La scommessa, apparentemente impossibile, l’ordito dell’assurdo arazzo, ha come scopo, come disegno finale, quello di passare da Anais Nin alla macelleria onirica di Nightmare e poi anche oltre, là dove il sogno e la realtà incrociano e si mescolano nella nebuolosa terra di mezzo del cinema (horror). Pochi sanno dell’amicizia che legò l’autrice di Henry & June a Carlos Castaneda. Essa datava apparentemente al 1967, quando con tutta probabilità fu grazie all’intervento della Nin presso il proprio agente letterario Gunther Stullman che Castaneda riuscì finalmente a pubblicare il suo primo libro A scuola dallo stregone, scavalcando l’empasse con la University of California Press. La Nin, che era entrata nell’orbita di Aldous Huxley, per il quale sembra provasse un misto di fascino e repulsione, che fa uso di LSD e frequenta Timothy Leary, che ama alzare intorno a sé cortine di mistero, di ambiguità, in Castaneda e nel suo pensiero deve trovare una spiccata comunione di intenti. Lui non è forse l’apologeta della libertà di essere sconosciuti persino a se stessi, l’uomo dalle cento facce e nessuna, quegli che nel suo primo volume teorizza l’assunzione di piante psicotrope per ampliare lo spettro percettivo? E non è forse Carlos, questo geniale peruviano che si vuole brasiliano e sostiene di avere studiato discipline artistiche in Italia, il profeta del Sognare, inteso come sciamanica abilità nel controllare la propria attività onirica, agendo cioè deliberatamente nei sogni e diventandone protagonisti consapevoli? Castaneda, tramite il suo maestro, l’indiano Yaqui Don Juan Matus, sdogana non solo l’idea che i sogni siano controllabili ma che la dimensione cui si accede tramite essi è altrettanto concreta e coinvolgente del mondo che sperimentiamo da svegli. Il sogno è una botola aperta su altri mondi, ai quali abbiamo accesso e dai quali hanno accesso al nostro particolari entità energetiche, chiamate esseri inorganici. I libri di Castaneda, A scuola dallo stregone e la decina che ne sono seguiti, dal 1967 al 1999, sono là, per chiunque voglia approfondire. Anais Nin è stata la prima di una lunga serie di fiancheggiatori illustri dell’opera castanediana, che ha fatto proseliti e veri e propri discepoli anche nel mondo del cinema e segnatamente all’interno della sua Mecca, Hollywood… E qui ci avviciniamo all’obiettivo.

Se i resoconti fatti da Federico Fellini a proposito del progetto di Viaggio a Tulum, da realizzarsi (ma mai realizzato, se non in forma di fumetto) con la collaborazione di Castaneda stesso sono piuttosto noti – il gran riminese lo avvicinò, insieme alle streghe del suo gruppo, a Los Angeles –, forse è meno noto che il nome della casa di produzione di Oliver Stone, la Ixtlan Production, allude al titolo del terzo libro di Castaneda, A Journey to Ixtlan. Stone esce ancora più allo scoperto quando nel risvolto di copertina della prima edizione americana del libro di Florinda Donner Grau – una delle intime di Castaneda – Essere nel sogno, scrive un breve commento elogiativo. Si potrebbe continuare con produttori e sceneggiatori, come il grande Stirling Silliphant, che a lungo cercò di tradurre in immagini A scuola dallo stregone e il cui fratello, Mark Wood Silliphant fu cooptato (e ribattezzato col nuovo nome Richard Rollo Whittaker) nella ristrettissima cerchia di Castaneda; ma fermiamoci a Stone, che a un certo punto all’inizio degli anni Novanta si trova a collaborare a una serie televisiva dal titolo Wild Palms scritta e coprodotta da uno sceneggiatore di successo, ex marito di Rebecca De Mornay, Bruce Wagner. Wagner è, fin dall’inizio degli anni Settanta, qualcosa di più di un semplice adepto dell’insegnamento di Castaneda; fa parte di quei rarissimi individui di sesso maschile che attorniano il Nagual. Nel 1995, Wagner sposa in seconde nozze Carol Tiggs, la donna Nagual, praticamente una sorta di controparte speculare di Castaneda. E sarà uno di coloro che porteranno avanti il verbo castanediano dopo la morte del maestro nel 1998. Bruce Wagner ha sceneggiato una decina di film – oltre a quelli che ha prodotto, interpretato e diretto. Tra essi, il terzo Nightmare, che non soltanto è uno dei migliori della serie ma reca fin dal titolo, Dream Warriors, il sigillo delle idee di Castaneda a proposito della via del “guerriero” e della capacità di governare l’ “arte del sogno”. Il cerchio è chiuso.

I varchi del sogno aprono agli esploratori mondi straordinari ma quasi sempre molto pericolosi. Nel cinema horror, perché è di questo che ora parliamo. Il film di Andrew Fleming, sceneggiato da Steven E. De Souza, Bad Dreams, del 1988, non ha un aggancio proprio diretto ed esplicito coi sogni lucidi (titolo inglese nonostante), ma affonda le sue radici nell’humus della controcultura hippy-esoterica dove le idee di Castaneda attecchirono saldamente. Vi si narra di una setta guidata dal santone Richard Lynch che, forse prendendo troppo alla lettera il consiglio di “bruciare dal profondo” per uscire da questa ed entrare in un’altra dimensione, si dà e dà fuoco ai suoi accoliti raccolti in estasi in una casa nel deserto. Jennifer Rubin è la sola che scampa all’eccidio, più per fortuna che per scelta, ma tredici anni dopo quando esce dal coma, si ritrova con il fiato abbrustolito sul collo dello spettro del santone che si presenta per incassare il sospeso della sua morte. Realtà e visioni (brutti sogni, appunto) fluidificano, e quel che sta al di là della soglia si rovescia di qua. È curioso come anche La setta di Michele Soavi (1991) – film immenso che nessuno ha compreso – muova da presupposti simili: il prologo anni Sessanta, dove uno strano guru che appare dalle dune massacra una carovana di figli dei fiori, cede il posto all’attuale congiura che una setta arcana ordisce ai danni di una maestrina, Kelly Curtis, per metterle nel ventre il più malvagio dei frutti. Lucidi sogni selvaggi si rincorrono nella storia, provocati da insetti preistorici inoculati attraverso le narici della vittima, e sfocianti in un altrove cui si accede per mezzo di un pozzo. Simbolismo psicanalitico? No, pura teoria sciamanica. Soavi aveva in mente di girare un film che si doveva intitolare Oruro, il tempo del sogno, fondato sulle concezioni degli aborigeni australiani, in virtù delle quali essi credono di poter accedere attraverso il Sognare ad ogni tempo, ogni dimensione e ogni mondo possibile. Veniva prima della Setta ed è evidentissimo come parte delle idee vi si siano riversate. Il sognatore sviluppa grazie al Sogno un suo doppio, un alter ego che è capace di fare cose di cui il corpo fisico non conosce l’intento: da volare in su. Nightmare 3 – The Dream Warriors è, da questo punto di vista, un trattato teorico-pratico chiarissimo di pura filosofia castanediana sul Sognare.

Il recente Avatar di Cameron, sfrondato di tutte le melensaggini, le fanciullinerie e le idiozie tridimensionali, questo mette in scena: il sonno e quindi il sogno come porte aperte su regni di percezione ampliata, egualmente totalizzanti di ciò che siamo abituati a chiamare realtà. L’Avatar è il corpo sognante, “l’altro” e nessuno si è inventato niente di più di quanto non si trovi già in Art of the Dreaming e negli altri volumi di don Carlos. Quindi non è soltanto questione di piccoli o medi film horror che veicolano queste idee. Avatar, abbiamo appena detto, ma prima ancora e in maniera pressoché plateale, tutta quanta la saga di Matrix si abbevera alle fonti sciamaniche della pratica del Sognare quale mezzo per accedere a uno stato di consapevolezza e di percezione alternativa, ampliata, superiore. Il mondo della matrice è un grande Sogno, dentro al quale ci muoviamo con facoltà allargate, incontriamo e ci scontriamo con altre forze. I/le Wachowski, o chi per essi/e, fanno passi anche più in là. E qui lo scrivente si deve citare: «Gli sciamani dicono che nell’universo esistono, oltre alla nostra, altre forme di vita dotate di consapevolezza. Sono, costoro, i “predatori”, vampiri formidabili di energia che intrattengono con l’uomo rapporti di dominio o di dipendenza. La loro astuzia è tale da aver insinuato nella nostra mente una sorta di avamposto, un’istallazione estranea che ci indebolisce e ci spinge a comportarci secondo i suoi dettami. Lo sfruttamento silenzioso che essi compiono ai danni dell’uomo, è paragonato da Castaneda all’allevamento intensivo che noi facciamo dei polli. Terribilmente chiaro, no?» (Nocturno nr. 12, giugno 2003). In Freddy Krueger è altamente possibile, direi certo, che ci sia dell’altro oltre un killer seriale onirico che squarta le vittime col suo guanto artigliato a uso, consumo e diletto di adolescenti sfigati. Se qualcuno intervistando Wes Craven, anziché domandargli cosa ne pensa del new horror o che idee politiche avesse, gli avesse chiesto se aveva letto i libri di Carlos Castaneda…