Intervista ad Antonio Abbate

A colloquio con il regista del thriller Phobia

Antonio Abbate esordisce al lungometraggio con il thriller Phobia, una discesa nella psiche fragile di Chiara (Jenny De Nucci), il cui passato nasconde un terribile segreto familiare. Con cui cercare di venire a patti  si rivela non solo difficile, ma anche pericoloso…

Antonio, ti ringrazio, intanto, di avermi reso disponibile il tuo cortometraggio del 2020, Sottosuolo, che volevo vedere e che ho trovato molto ben fatto e interessante. Anche considerando che lo hai diretto a vent’anni. Ha  partecipato a diversi concorsi…

Sì, diciamo che ha avuto un po’ di visibilità. Lo feci nel 2019, proprio a ridosso della Pandemia, e la circolazione poi è stata un po’ limitata da quello. Però, mi ha dato parecchie soddisfazioni. E rimane un lavoro cui sono molto affezionato. Io, però, permettimelo, volevo dirti che è un piacere fare questa chiacchierata con te, perché sono un lettore di Nocturno e ammiro il lavoro che voi fate…

Ah magnifico, quindi sei uno dei nostri!… Allora: io vorrei che mi tu mi parlassi un po’ della tua formazione, della tua storia, dal principio… Sei giovanissimo, quanti anni hai?

Ne ho ventisei… e non so quanto sia un vantaggio, se vuoi fare il regista (ride).

Phobia è il primo lungo che hai diretto, giusto?

Sì. Diciamo che io, fin da bambino, sono stato un grande spettatore, abbastanza onnivoro. E anche da bambino guardavo cose di ogni genere, non necessariamente cose solo “per bambini”. Ma a un certo punto è scattata quella cosa per cui guardare i film e basta non era più sufficiente. Volevo dare un mio contributo alla causa. Io sono pugliese di origine e appena finita la scuola superiore, mi sono spostato a Roma. Ho iniziato a frequentare un’accademia di cinema e poi a lavorare su set vari, sia italiani sia stranieri. Fino ad arrivare a questo esordio, a Phobia.

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Jenny De Nucci è Chiara, in Phobia

Hai lavorato anche a contatto con Michael Mann, tra le altre cose…

Sì. Questo incontro, che per me rimane un’esperienza importantissima, che davvero ha cambiato la mia visione del cinema, di come il cinema si dovrebbe fare, è nato dal fatto che Michael Mann è stato a lungo in Italia, per la preparazione delle riprese di Ferrari. Mann è una persona che dedica il 100% del proprio tempo al film: non esistono per lui altre distrazioni. Davvero puoi vedere l’accuratezza, la meticolosità del suo processo creativo. Lo considero un privilegio averlo potuto seguire.

Qual era il tuo ruolo, su quel set?

Sia in preparazione sia sul set, sono stato sempre con lui. Mann ha tutto un metodo, come ti dicevo, molto meticoloso di preparare un film: dietro ogni scena, potremmo dire dietro quasi ogni inquadratura, ci sono faldoni di appunti che Michael si porta sempre appresso e una parte del mio lavoro era curare questi appunti e tenerli in ordine.

Quando è stato girato Ferrari?

L’estate scorsa, nel 2022, per un periodo di circa tre mesi e mezzo. Da luglio a ottobre, qualcosa del genere.

Phobia, invece, quando è stato realizzato?

Tra gennaio e febbraio del 2023. Ha visto la luce abbastanza in fretta, Phobia.

Io sto seguendo da un po’ di tempo le produzioni collegate alla Flat Parioli, che distribuisce Phobia, mentre la produzione è della Undicidue3 – che, tra l’altro, ha il nome della sequenza di Fibonacci, la “successione aurea”…

Sì, esatto. A Phobia sono arrivato perché sono stato presentato a questo gruppo, che un po’ già conoscevo. Loro sviluppano sempre tanti progetti, sono molto attivi, bisogna riconoscergli che fanno tante cose diverse.

Tra l’altro, sono molto centrati sul genere: da Antropophagus 2 a Do ut des, The Slaughter. So che ci sono altri film che sono stati girati, come La lunga notte dei morti viventi

Sì, che sta ancora in post-produzione, da quello che so… Hanno un bel po’ di lavori in corso. Quando sono entrato in contatto con loro, erano alla ricerca di nuovi autori, io mi sono proposto e abbiamo iniziato a parlare del progetto di Phobia. Che non ho scritto io, perché era una sceneggiatura che già esisteva e che, inizialmente, era più volta all’horror; la storia era simile, ma viaggiava su binari differenti. Poi, con il mio coinvolgimento nel progetto, ha preso la direzione del thriller.

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Jenny De Nucci e Beatrice Schiaffino, in Phobia

Infatti, una cosa che notavo è che, a differenza delle altre loro produzioni, che sono quasi tutte di impronta horror, (anche se Do ut des era un discorso particolare, a sé stante), in questo Phobia siamo di fronte, alla fin fine, a un giallo. Quindi, è stata una volontà tua di impostare la vicenda in tal senso?

Sì, esatto. Ne abbiamo parlato da subito, di qualche idea che avevo da portare e devo dire che loro, con grande apertura, hanno accolto le mie proposte, arrivando all’aspetto che il film ha poi avuto, concretamente. Ho creduto di poter dare un punto di vista personale meglio in questa maniera che in altri modi, ecco. Cioè, per declinare una storia del genere, pensavo che il taglio da dare fosse quello di un giallo, introspettivo.

Phobia, così come lo hai voluto, è molto giocato infatti sugli attori, sui personaggi, sui loro rapporti, sui loro caratteri. E di questo ti volevo, appunto chiedere, a proposito del cast. Onestamente non conoscevo bene Jenny De Nucci, anche se avevo visto un film con lei, dove interpretava una ragazza malata terminale, che mi era parso ben fatto. Non sapevo fosse anche una top influencer, a dir vero. Ma in Phobia funziona davvero alla grande, nella parte di Chiara.

Io credo che Jenny sia in gamba. Devo ammettere che nemmeno io la conoscevo prima di lavorare con lei, perché, da assente sui social, sono fuori da certe dinamiche. Ma in Phobia ci siamo trovati immediatamente sulla stessa linea e lei è stata subito entusiasta di potersi cimentare in un thriller, che mi raccontava essere una tipologia di film che le piace molto. Una persona davvero in gamba, ripeto, Jenny, e spero di lavorare di nuovo con lei.

Phobia l’ho apprezzato anche perché abdica alla solita effettistica roboante e si concentra invece sull’intrigo, sulle dinamiche tra i personaggi, sulla loro, diciamo, ambiguità. C’è un nucleo duro, una situazione che affonda le radici nel passato, che mi ha ricordato quegli intrecci, appunto, gialli di una volta, in cui il classico personaggio femminile centrale è affetta da qualche problema psichico, squilibrio nervoso eccetera, e non è mai chiaro fino a che punto lei veda le cose in un certo modo e se esse siano davvero così o diversamente. Mi ha evocato, Phobia, questi intrighi, che un tempo erano sugli scudi nel thriller…

Sono contento che tu lo abbia notato, perché erano appunto questo tipo di film cui ci si riferiva. Poi, sai, secondo me è sempre molto spigoloso dire quale fosse il riferimento preciso, perché c’è il rischio di andarsi a paragonare con opere che hanno un peso importantissimo e quindi vorrei evitare confronti (ride).

Questo è sacrosanto, anche perché uno vede nella sua vita un sacco di cose che poi sedimentano da qualche parte e consciamente o inconsciamente, presto o tardi risbucano fuori… Personalmente, devo dirti che alla visione di Phobia, nel momento in cui Beatrice Schiaffino, l’amica della protagonista, scompare, la mia forma mentis – memore appunto di visioni pregresse di intrighi del genere – mi ha portato a pensare: “Beh, qui c’è sotto l’inghippo: forse era una presenza puramente mentale… o forse no”. Però, il colpo di scena che alla fine viene fuori, onestamente non me l’aspettavo. E devo ammettere che la cosa mi ha piacevolmente stupito, essere preso così in contropiede, nonostante stessi in allerta…

Eh, sono molto contento di questo commento, perché se sono riuscito a fregare te, probabilmente lo stesso vale per il grande pubblico (ride).

Stilisticamente, tu hai un tipo di regia molto ordinata, rigorosa. Come l’hai adattata rispetto alla storia che stavi raccontando? Volevi una regia abbastanza pacata: è giusta questa impressione oppure sono solo pippe mentali?

No, hai ragione, nel senso che da parte mia c’era un piano, perché, proprio come dicevamo poco fa, richiamando molto dei gialli di un po’ di anni fa, appartenenti al cinema classico, anche come stile era giusto usare una regia che avesse un certo rigore, che risultasse ordinata. Era giusto che la regia si adattasse ai modelli del giallo classico di riferimento. Un approccio differente l’avrei trovato sbagliato.

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Da sinistra: Federica De Benedittis, Francesca De Martini e Eugenio Papalia, in Phobia

Oggi, vedo che sul genere, per quel poco che se ne fa in Italia, vanno sempre tutti nella direzione di qualcosa di roboante, appunto, di urlato. Con effetti abbastanza stereotipi. I toni più soffusi sono molto rari. Forse perché è anche più difficile tenere un registro sfumato… Hai dovuto scarificare qualcosa rispetto allo script o, bene o male, quello che era sulla pagina è poi andato tutto sullo schermo?

Sì, direi che quello che ho girato è abbastanza aderente a quello che era in scrittura. Non mi viene in mente nulla di particolare che sia stato sacrificato, a parte i piccoli aggiustamenti che sono normali durante le riprese.

In che senso era “più horror” la storia di Phobia originaria di cui mi parlavi prima? Chiamava in causa il sovrannaturale?

No, non c’era niente del genere. Diciamo che era più violento, come “taglio”. Raccontava il tutto in modo più violento rispetto a come invece l’ho svolto, preferendo un approccio psicologico. Invece lì si andava a sviluppare con una componente di violenza molto marcata, molto protagonista, che non era troppo quello che mi interessava. Nulla togliendo al gore, naturalmente.

Certo, ma la chiave espressiva oggi sembra essere solamente quella. A maggior ragione, è interessante un film che sceglie di andare per una strada differente. Più sottile. In quanto tempo lo avete girato?

Circa un mese di riprese o poco più. Io penso di avere avuto le idee chiare da subito, il punto è che poi ti scontri con tante cose che vanno al di là di come girare il film, quando sei sul pratico, nel ruolo di regista. Chiaramente, ci sono sempre cose che ti colgono di sorpresa, quando rivesti un ruolo per la prima volta e pur non essendo nuovo al set. Però, ecco, penso che tutte le varie sfide siano state affrontate al meglio.

Tra l’altro, c’è una bellissima fotografia di Dario Germani

Dario è un bravissimo dop, nonché un mio grande amico ed è stato importante averlo al mio fianco. Io avevo già lavorato con lui come aiuto regista su dei film da lui diretti, tipo il già citato Antropophagus 2 e The Slaughter. Quindi, è una persona che conosco molto bene professionalmente e che frequento nella vita privata. Ed è bello avere sul set degli amici, al di là dei colleghi.

Phobia esce il 5 ottobre, cioè tra due giorni rispetto a questa chiacchierata che stiamo facendo. Hai già avuto qualche feedback, qualche reazione da parte di chi lo ha visto in anteprima?

Ho avuto poche reazioni, finora, devo dire tutte abbastanza positive. Però, ripeto, per ora è un campione abbastanza ristretto di opinioni, per cui aspettiamo di vedere che cosa succede.

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Jenny De Nucci e Beatrice Schiaffino, in Phobia

A parte Jenny De Nucci, nel film ci sono altri attori che mi sembrano interessanti: a cominciare da Beatrice Schiaffino, che avevo già apprezzato in Do ut des

Lei è senz’altro una brava attrice e anche con Beatrice devo dire che c’è stata subito una sintonia con il personaggio che lei interpreta. Anche lì abbiamo cercato di darle delle sfumature un po’ misteriose, perché doveva muoversi in questa dimensione ambigua, tra reale e immaginario… ma di tutto il cast sono molto contento, da Antonio Catania a Francesca De Martini, a Eugenio Papalia, a Federica De Benedittis, a Federico Tocci. Contento del lavoro fatto insieme, perché il film si basava totalmente su questo, sulle relazioni tra di loro, con molti dialoghi, molte scene che vanno verso il dramma, e quindi era importante, più importante che in altri casi, che il cast fosse azzeccato. Non che ci siano film in cui il lavoro sugli attori sia secondario, perché sarebbe una follia dire questo, però Phobia si regge su pochi pilastri essenziali e gli attori sono uno di quelli.

Anche Mann è maniacale nel lavoro con gli interpreti, immagino…

Assolutamente sì. Se non vado errato, credo che lui abbia diretto almeno cinque attori nominati all’Oscar. Con gli attori americani che erano venuti in Italia per Ferrari, da parte di Michael c’era la volontà di farli entrare, subito e preventivamente rispetto al resto, nelle abitudini di una donna e un uomo italiani degli anni Cinquanta, il periodo storico in cui si svolge la storia. Ancor prima di parlargli del personaggio nella fattispecie, c’era tutto questo lavoro di ricerca, per farli immergere nel contesto storico in cui si svolge Ferrari. E questo è un approccio affascinante, assolutamente…

E adesso, dopo Phobia?

Eh, bella domanda: vorrei poterti rispondere in maniera più precisa, ma posso solo dirti che, da parte mia, di progetti ne ho tanti e adesso sarà interessante vedere quali di questi si riuscirà a concretizzare. Sono cose scritte da me.

Italia o estero?

Mah, io non sono dell’idea che all’estero l’erba sia necessariamente più verde e che sia più facile concretizzare progetti rispetto all’Italia. Le prospettive che ci sono non sono certo semplici, però penso e vedo tante cose che si muovono e che creeranno possibilità interessanti nel futuro prossimo.

Cos’altro vorresti enfatizzare di Phobia? C’è qualche aspetto che sto dimenticando?

Guarda, un punto sul quale insisto è che nella concezione del film si è cercato di mischiare sempre la realtà e la finzione, proprio per arrivare vicino al punto di vista di Chiara, della protagonista. In generale, penso che in un film questa sia una cosa affascinante, quando viene fatta con un criterio: mi piace molto, quando poi, alla fine della storia, non c’è un’interpretazione univoca, ma resta lo spazio per delle supposizioni. Questo era un punto importante. E un’altra cosa che mi preme dire è che, come tu mi insegni, il cinema di genere è sempre servito anche a rappresentare delle paure, delle ansie contemporanee. Ci sono tanti esempi di film che oltre al mero intrattenimento, fornivano in qualche modo anche una lettura cruciale del periodo. E in Phobia, quello che si è cercato di fare, è stato inserire una tematica penso abbastanza calda in questo momento, quella della salute mentale, dell’equilibrio psicologico, riferito al personaggio di Chiara.

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Antonio Catania e Jenny De Nucci, in Phobia