Beatrice Schiaffino take revenge

Dialogando con la nuova Emanuelle

Beatrice, tu  cosa sai del film del 1975, di Joe D’Amato, Emanuelle e Françoise, che ha ispirato Do ut des?

Quello che io so, è che Do ut des si ispira a un Emanuelle, perché, credo che il padre di Marco Gaudenzi, uno dei nostri produttori, aveva prodotto negli anni Settanta questo film, che, in tutta sincerità, non ho visto. Quindi, non so obiettivamente quanto ci sia di quella vecchia pellicola in Do ut des, somiglianze o differenze. Tu lo conosci, dimmelo tu…

Il film  prodotto dal compianto Franco Gaudenzi, specie nella prima parte, aveva un’impostazione differente. Qui, in Do ut des, il preambolo, è molto più sviluppato e strutturato, però il nucleo, il mallo diciamo, è basato sullo stesso meccanismo. Più che un remake, siamo di fronte a quello che gli americani chiamano un re-imagining: una libera rielaborazione, tuttavia conservativa di certi presupposti di base.

Beh, è interessante il riproporsi di una stessa dinamica a distanza di molti anni. Mi viene da pensare che ci fosse un tema, come dire? importante alla radice.

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Sì, è da Omero, dall’Odissea, che la vendetta è motore di grandi racconti. Poi, complicheremmo ulteriormente il discorso dicendo che, a loro volta, gli artefici del film del 1975 si erano basati su un precedente film greco della fine degli anni Sessanta. Quindi, saremmo qui a un terzo livello… Il tema della vendetta, come che sia, è ancestrale, è un archetipo. E si riattualizza nel tempo…

Certo, cambiano le epoche, cambia anche il tipo di pubblico, ma determinate dinamiche permangono. Però è illuminante conoscere certi retroscena storici. Io mi fermavo al fatto che ci fosse stato un film con una Emanuelle vendicatrice. In Do ut des la prima parte è ovviamente, anche e soprattutto, ispirata a fatti di cronaca recente che si intersecano con la vicenda, appunto, alla quale facevi riferimento con protagonista Emanuelle, cioè il mio personaggio. Tra l’altro, mi è stato detto che è in atto una sorta, se non di remake, di operazione ispirata al personaggio di Emanuelle, con Paramount, per cui credo si sia dovuto sacrificare il nome di Emanuelle nel titolo di Do ut des. Se spulci su Internet, troverai da qualche parte anche una locandina iniziale che riportava più direttamente al personaggio di Emanuelle, in cui ci sono io sulla celebre sedia di vimini, della quale poi ti parlerò…

Certo, l’ho vista: sei seduta in calze nere nella stessa foggia di Sylvia Kristel nel film francese di Just Jaeckin. La sedia di vimini era diventata l’oggetto feticcio di quella pellicola, troneggiava sulla locandina…

E allora, venendo alla sedia: nel nostro film, quel particolare fu, non dico improvvisato, ma… ci venne l’ispirazione lì per lì. Vedemmo questa sedia che evocava la celebre di Emanuelle e sembrava un segno del destino: perché la trovammo proprio nel teatro di posa dove stavamo realizzando gli interni. Il film è stato girato tra Roma, Milano e una parte del cast ha lavorato anche a Budapest. Io non sono andata in Ungheria, perché là è stata fatta tutta la parte che riguarda mia sorella. Io ho girato tra Milano e Roma e la mia casa, siccome era un ambiente molto particolare, dopo varie ricerche, alla fine si è deciso di ricostruirla in un teatro di posa. Soprattutto perché c’era la parte della seconda stanza, “nascosta”, che era difficile da trovare e da allestire. Ed è stato molto interessante girare in questi ambienti, molto immersivo, nonostante fosse un teatro di posa. Un’esperienza intensa, stare lì per tutto quel tempo e dovendo vivere, nel personaggio, emozioni contrastanti.

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Do ut des: la sedia di Emanuelle

Spiegami…

Quando eravamo in giro, in esterni, il mio personaggio era in un’altra fase, più, diciamo, distesa. Mentre nella parte girata nella casa, si doveva cambiare marcia: Emanuelle è chiamata ad essere un personaggio mutevole, metamorfico. Cambia. Non era affatto banale, questa svolta.

Chiarissimo. Adesso, però, ti fermo: facciamo macchina indietro e partiamo dall’inizio. La tua storia, l’avvicinamento all’arte…

All’arte, fin da piccola: sono figlia unica e ho sempre giocato ore e ore interpretando ruoli, creando storie. I miei genitori mi raccontavano di queste storie che mi inventavo e che loro non capivano come mi arrivassero. Ero creativamente vulcanica (ride). Tutto da sola: interpretavo tanti ruoli ed ero, al contempo, un po’ anche la regista. L’idea di fare la regista, da grande, l’ho sempre avuta. E crescendo, ho imparato che poteva anche essere un lavoro. Iniziai con il teatro, perché io sono ligure, e in Liguria si fa molto più teatro, come noto. Frequentai i primi laboratori, poi la GAG, Gruppo Artisti Genovesi… e ho quindi scoperto Londra: i miei, per fortuna, sono sempre stati dell’idea che per studiare non ci fossero confini, e, nelle loro possibilità, mi hanno sempre sostenuta e promossa per la formazione. Sono andata a Londra, alla allora Startek Academy, ed è stata l’illuminazione, perché ho scoperto un approccio, un modo così immersivo, così, mi vien da dire serio… non che qui in Italia non sia preso seriamente, però lì ho trovato una disciplina vissuta in modo totalizzante e al tempo stesso molto naturale. Mi sono trovata benissimo e ho cominciato a frequentare Londra in maniera assidua. Facevo avanti e indietro dall’Italia, poi, per vicende anche famigliari, mio padre è mancato quando avevo 18 anni, ho deciso di tornare, facendo diversi percorsi paralleli: ho studiato all’Università a Pisa, poi, piano piano, sono scesa verso Roma. In realtà, è all’Università che ho “scoperto” un po’ il cinema, nel senso che ho girato il mio primo cortometraggio. Non avevo mai pensato semplicemente al cinema, per me c’erano tante forme artistiche e ho sempre amato l’arte in tutte le sue forme, ma qui in Liguria non mi erano mai capitate occasioni di fare cinema. Invece all’università, un giorno mi ha picchiettato sulla spalla una giovane regista, che poi è diventata una documentarista, Ambra Reijnen, olandese, che mi ha chiesto se volessi essere la protagonista di un suo corto, Drawn, il cui tema era la violenza sulle donne. Fu molto importante scoprire un altro pezzo di possibilità di espressione, per me. Il cinema ha altri tempi, un altro mood e all’inizio, devo dire la verità, faticavo: ero abituata a salire sul palcoscenico e a stare lì due ore, entrando in maniera diversa nel personaggio. Ho scoperto questa nuova dimensione del recitare e dopo sono arrivate successive esperienze che mi hanno permesso di capire quanto fosse bella anche questa nuova modalità. Il trait d’union è stata per me la verità del personaggio, facendo cinema ho capito che dovevo avere di mira soprattutto questo. Mi si è aperto un mondo e credo che quello sia stato per me un passaggio importante, in generale come attrice. Qualcosa che poi mi sono portata dietro, sia nel cinema sia nel teatro. In tutti i ruoli che interpreto, cerco di pensare solo a questo: alla verità del personaggio. Il resto viene da sé, la tecnica la apprendi con gli studi. Al cinema, mi piace interessarmi anche dell’aspetto del lavoro altrui, perché credo molto del lavoro di équipe.

E vediamoli, dunque, i tuoi impegni nel cinema. Nella tua filmografia, trovo un Ovunque tu sarai

Sì, quella fu una delle mie primissime esperienze sul set.

Poi c’è Malati di sesso, di Cicconetti..

Anche questa come la precedente, era una bella commedia. Il mio primo film da protagonista fu però Blue Water, un prodotto super-indipendente. Lì sono una nuotatrice e mi chiamo Giulia. L’ho girato nel 2018, 2019, mi pare. Fu appassionante: sono una nuotatrice che per un problema famigliare – la sorella deve qualificarsi alle Olimpiadi, ma è rimasta cieca in un incidente – vive un contrasto, perché a lei non importa nulla di nuotare, ma si ritrova a doverlo fare solo per la famiglia e, alla fine, riesce a liberarsi dalle catene di questo “incantesimo”. Decisi di non avere controfigure per le scene di nuoto e mi sono messa, quindi, a nuotare come una pazza… che era poi una mia vecchia passione, essendo ligure.

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Blue Water

Proseguendo: Masantonio Scomparsi, per Cattleya, in cui sei protagonista di puntata…

Sì, sono stata Angela, in questa serie con Alessandro Preziosi e Davide Iacopini e la regia di Enrico Rosati. Si parla di persone scomparse e qui io mi perdo la nonna. Porto fuori mia nonna, che ha problemi di Alzheimer, a fare un giro, a visitare la tomba del nonno, e me la perdo in un momento di distrazione. Iacopini e Preziosi sono una coppia molto buffa di poliziotti che si mettono alla ricerca della scomparsa. Sono quelle serie in cui la commedia si mescola al drammatico. Abbiamo girato a Genova e quindi è stato bello tornare nella mia terra per fare questo lavoro. Ogni volta che capita, sono doppiamente felice.

Riva in the Movie, a metà tra il corto e lo spot…

Sì, lo spot autoriale. Venne fatto per il gruppo Riva-Ferretti ed è stata un’esperienza fantastica. Realizzato nel 2020, quindi anno particolarissimo. Girammo ad agosto, uscivamo da mesi difficilissimi, però era ancora piena pandemia. La location era Venezia e il corto è un omaggio alla Settima Arte, al Cinema, che vede protagonista Pierfrancesco Favino. Interpreto una donna misteriosa che è un po’ l’anima di Venezia e Favino si aggira nella città lagunare completamente vuota e viene invaso dalla sua bellezza, dal suo fascino… e io, ogni tanto, gli appaio nelle calli, nei vicoli. Favino lo stimo sia un attore sia una persona meravigliosa: ho potuto vedere un grande professionista all’opera, oltre a una persona estremamente educata e gentile. Giravamo di notte e io arrivavo sul set alle due, tre del mattino. La prima volta non avevo quasi il coraggio di avvicinarmi a lui, e mentre tentennavo: “Lo saluto, non lo saluto? Lo disturbo, non lo disturbo?”, fu lui a venirmi incontro e a darmi il benvenuto. Una grande lezione di umiltà. Mi colpì che si interessasse alla tecnica, chiedeva che ottiche venissero utilizzate per la ripresa. Io ho studiato all’Università anche un po’ di regia, quindi, come dicevo prima, sul set mi piace condividere il lavoro di tutti i comparti tecnici. E quando c’è l’occasione, senza apparire impertinente, chiedo ai professionisti che ho intorno cosa stanno facendo: se preparano un primo piano o un mezzobusto, perché un po’ mi cambia. Cambia quello che faccio come attore.

Bang bang baby, ti ha messo anche questo in rilievo…

Favoloso. Il regista era Michele Alhaique. Mi dispiace solo che non abbia avuto, Bang bang baby, la fortuna che si sperava da questa serie, per la quale era stato fatto uno sforzo produttivo notevole, e in effetti mi sono ritrovata su un set meraviglioso. Io sono Fabrizia, la valletta del Mago Carmelo Show, e siamo nella Milano degli anni Ottanta, quella “da bere”, quindi tutt’altro mood: lustrini e paillettes, capelli vaporosi e tanta allegria. Il mago Carmelo era Massimo De Lorenzo, quindi ci siamo fatti tanto di quel ridere… E ci siamo trovati talmente bene che sul set abbiamo improvvisato tantissimo, cose che sono poi rimaste anche in montaggio e questo mi ha fatto molto piacere. Se porti gioia e bellezza nel tuo lavoro, poi accadono cose belle e ci si sorprende tutti quanti.

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Torniamo a Do ut des. Quando lo avete girato?

Era il 2021 e anche lì in una situazione di post-pandemia. Non è stata una passeggiata, perché vivevamo ancora tra tamponi oggi e tamponi domani. Ti ho detto che le location erano  Roma, Milano e Budapest. E purtroppo, sempre a proposito di Covid, anche la nostra meravigliosa segretaria di edizione, purtroppo, se n’è andata. Non sapevamo che ci stavamo godendo il suo ultimo film. Infatti è dedicato a lei, a Raffaella, Do ut des. Oltre a una grande professionista, era anche una persona molto, molto dolce. Sorridente sempre.

Il film è una coregia, tra Dario Germani e Monica Carpanese, che ha scritto anche la sceneggiatura…

Sì, erano sempre presenti entrambi. Dario ha curato anche la fotografia, quindi era molto attento all’aspetto tecnico. Noi attori ci siamo sempre confrontati con entrambi.

Avevi visto qualche altro film di Dario?

Io ho visto Ninna nanna. Non ho visto Antropophagus II, che era stato girato prima di Do ut des. Sentivo che ne parlavano nella troupe, che è un gruppo abbastanza affiatato con il quale era stato fatto, appunto, da poco questo horror. Diciamo che io ero un po’ la new entry della compagine.

Monica Carpanese era la protagonista di Antropophagus II e anche qualche ragazza mi pare sia poi passata nel cast di Do ut des

Certo, sì, Shaen Barletta, che infatti mi parlava di questa precedente esperienza, nei bunker del Monte Soratte…

Come sei stata presa, in Do ut des?

Io ero andata al provino, tramite la mia agente, per un altro ruolo, che non era quello di Emanuelle. Dovevo essere Milena, la segretaria di Leonardo, quindi una parte molto più defilata. Poi mi richiamarono, dicendomi che gli ero piaciuta molto e che sarei tornata a fare il call back su Milena, ma se potevo preparare una scena anche di Emanuelle, la protagonista. Di lì, ho fatto un altro call back su Emanuelle e poco dopo ho saputo che sarei stata io, Emanuelle.

Milena l’ha poi fatta Martina Difonte… Immagino abbiate dovuto un po’ correre, data la contingenza pandemica…

Sì, esatto, ci siamo dovuti davvero immergere subito nel progetto. Io ho lavorato parecchio su Emanuelle, preparandomi anche molto da sola e poi dialettizzandomi sul set con Dario e Monica. È stata una bella full immersion, devo dire.

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Beatrice e Gianni Rosato in Do ut des

Appunto, ma come ti sei preparata al personaggio di Emanuelle, che in questa storia è molto intrigante, sfaccettato, lo ricordavamo anche al principio della nostra conversazione? Lei deve attirare lui nella trappola e lì giocare tutte le carte della propria vendetta…

Emanuelle è stata una grande sfida, trattandosi di un personaggio così ambivalente, sfaccettato, sì, ed essendoci un contesto molto crudo, sanguigno. Una donna all’apparenza bella, forte, sensuale, caparbia, intelligente. Un scrittrice di successo che, in qualche modo, ha tutto sotto controllo. Ma tutto questo nasconde e maschera una ferita profonda, io credo anche personale, al di là della tragedia della sorella. Un dolore, un rabbia, molto intimi, che la porta a decidere di farsi giustizia da sé, perché, come spesso accade anche nella realtà, la legge fa poco. Diciamo che è stato difficile e interessante, perché ho dovuto trovare dentro di me lati che di solito tendiamo a rimuovere. Una persona “normale” di fronte a certe situazioni, reagisce dicendo “gli o le caverei gli occhi!” o “ce l’avessi davanti lo ucciderei!”, ma restano parole, intenzioni. Emanuelle invece va oltre. Il dolore e la rabbia si fanno arma di offesa concreta. Il personaggio è complesso, perché anche nel momento in cui mette in atto il suo piano vendicativo, avverte qualcosa di frustrante. Fa certe cose perché si ritrova a farle, perché una parte di lei vuole farle, vuole vendicarsi, ma al contempo si rende conto che sta forzando la sua natura. Quindi, c’è una mano che va, ma un’altra che è come trattenuta. Una vuole e l’altra non vuole. Non riesci a giudicare completamente il personaggio, a dire se ha ragione o se ha torto. E su questa ambiguità, su questa sfumatura, era stimolante per me, come attrice, lavorare. Perché non è semplice trovare dentro di sé queste cose e “tenerle”. In qualche modo, Emanuelle dà comunque sfogo a una frustrazione personale ma che diventa anche collettiva, per tutto ciò che accade contro le donne e che spesso rimane impunito. Quindi, ho vissuto questo ruolo anche come una catarsi.

Una catarsi che è resa possibile dall’arte, dalla finzione cinematografica. Tu come persona non faresti quel che fa Emanuelle, ma come interprete puoi arrivare a farlo…

Sì, mi sono potuta permettere di tirare fuori delle sfumature sadiche, come Emanuelle.

Questo anche è interessante. Al di là della legittima sete di vendetta, c’è l’emersione di una parte oscura del personaggio. Che è molto ben resa. Non era facile, obiettivamente, riuscire ad equiparare il vecchio film, che era molto, molto, molto forte e là sfondava, per certi versi, anche nel grottesco. C’erano scene veramente estreme. Però, anche qui in tutta la seconda parte, si è riusciti a esprimere bene questo spirito, chiamiamolo estremo. La violenza è carnale, sanguigna, non viene affatto mitigata. E a questo proposito, ti vorrei chiedere del tuo rapporto con le scene forti, una volte si sarebbero dette spinte, e anche con il nudo…

Allora: qui era la prima volta che mi capitava di dover girare il nudo in maniera, diciamo, conclamata. Ho letto la sceneggiatura per intero e volevo capire come sarebbero state girate certe scene. Proprio perché erano molto crude. Al tempo stesso, ho trovato entrambi, sia Dario sia Monica, molto disponibili nello spiegarmi subito e nel rassicurami che sarebbe stato tutto contestuale e necessario al racconto. E così è stato, devo dire. Quando giravamo queste sequenze, c’era ovviamente la troupe ridotta, per metterci a nostro agio il più possibile. Non è scontato, ma al tempo stesso, quando ti senti a tuo agio e senti che le coordinate sono quelle giuste intorno a te, allora puoi permetterti di rimanere nella verità del personaggio. E quindi, in quel momento non c’è più Beatrice, ma Emanuelle che sta vivendo una determinata situazione, con i suoi obiettivi. Se rimani concentrato, le difficoltà diventano minime: rimani nella scena, ti dimentichi un po’ di te stessa. Anche il fatto che Emanuelle sia lesbica o comunque abbia una compagna, è stato interessante da affrontare.

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Beatrice e Ilde Mauri in Do ut des

La tua amante nel film è Ilde Mauri…

Sì, siamo state molto bene sul set insieme, è stata un’ottima compagna di scena. Devo dire che anche questo è importante, trovare dei buoni alleati quando giri. Oltre alla troupe, ho trovato dei colleghi molto in gamba. Anche con Gianni Rosato, che faceva il perfido Leonardo, abbiamo attraversato dei momenti molto faticosi: lui era legato, io dovevo legarlo. Abbiamo passato tante ore dentro questa “scatola nera”…

Più difficile girare le situazioni con lei o con lui? Perché con la Mauri sono scene abbastanza tranquille, mentre con Rosato entra in gioco la violenza, la crudeltà, il sadismo…

Con Ilde ci siamo trovate subito, siamo state delicate e concentrate e, da professioniste, non abbiamo avuto problemi. Anche con Gianni abbiamo cercato di essere delicati, pur dovendo affrontare scene più complesse. Ma la affrontavamo insieme, è stato un lavoro di squadra. Di sicuro, è stato più complesso per me stare nella “camera oscura”, una stanza nera dove era nero anche quello che dovevo affrontare dentro di me, dentro al personaggio di Emanuelle. Per la pratica dello shibari, l’arte del legare, che io non sapevo nemmeno che esistesse… pensa la mia ingenuità (ride), abbiamo avuto un maestro, che mi ha insegnato i rudimenti di questa “arte”, a fare i nodi nel modo migliore possibile, che è difficilissimo e quindi anche questa era una parte complessa della rappresentazione.

Altra novità rispetto al vecchio film, dove la vittima maschile veniva semplicemente appesa con le mani legate. Lo shibari è una bella trovata introdotta in Do ut des. Io fatalmente faccio confronti con il film del 1975. E se devo essere onesto con te, ma davvero non lo dico per piaggeria, l’attrice che interpretava allora il tuo ruolo, Rosemarie Lindt, non regge il confronto con questa tua nuova Emanuelle. Intanto, perché sei stata scelta perfettamente, come tipo fisico e soprattutto come viso, come occhi, e poi perché viene fuori bene con te la rabbia, la dark half della protagonista, con tutte le ambivalenze di cui si discorreva prima…

Grazie, apprezzo moltissimo quello che mi dici. Sono molto curiosa di sapere come verrà accolto questo personaggio. Perché è vero che ho vinto un premio per l’interpretazione come miglior attrice al Festival di Dubai, però il pubblico italiano è il pubblico italiano. E anche quel fandom che mi segue, un personaggio così non lo ha ancora visto: al momento, a livello cinematografico, è stato certamente per me il ruolo più stimolante e sono molto grata a Dario e a Monica per questo. Il “gioco” che Emanuelle imbastisce, con un’astuzia pazzesca, preparando tutto nei minimi dettagli, qualche volta le sfugge di mano… e sono poi le circostanze in cui lei si rende conto di trovarsi lì, e “che lo deve fare”: è sul discrimine tra il dire e il fare e si deve lanciare in quel fare. Non è così scontato, anche perché poi si scopre che, in qualche modo, ci gode anche. Agisce da sadica e poi a un certo punto, capisce che le piace pure e poi di nuovo torna indietro e si domanda: “Ma che cosa sto facendo?”.  Quindi è stato anche un modo nuovo di affrontare un tema che anche nei miei monologhi teatrali porto avanti, sia per un interesse personale, sia di vicende che, purtroppo, ho vissuto in prima persona: e intendo il tema della violenza sulle donne. Perché qui non era la vittima che parlava e basta…

Eh no, e questo è la catarsi… Perché Emanuelle agisce, gliela fa pagare…

Certo! Ed era una gran bella occasione!

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Beatrice e Gianni Rosato in Do ut des

Vorrei chiederti anche qualcosa su una performance teatrale, della quale sei stata protagonista, La papessa. Mi pare di capire che faccia anche questo parte del tuo interesse per il femminile…

Si tratta di un monologo di Andrea Balzola, un drammaturgo torinese, sul quale all’epoca feci la mia tesi di laurea. Lo conobbi così. Lui portò in Italia l’avanguardia del digitale, l’uso del digitale nella scena multimediale, teatrale. Con lui abbiamo avuto l’intuizione di un progetto, multimediale, che si chiama Free Women Suite, e racconta il coraggio delle donne in sette carte teatrali. Sono le sette carte dei tarocchi, gli Arcani Maggiori femminili, che noi affrontiamo. Adesso sto mettendo in piedi un’altra carta, L’Imperatrice, dopo La Papessa. Ci chiediamo, in sostanza: chi c’è dietro questo archetipo rappresentato da tali Arcani Maggiori? Siamo partiti dalla figura della Papessa Giovanna, realmente esistita… intorno all’855 circa dopo Cristo, quando è stato attestato il suo passaggio al Pontificato. E al tempo stesso, questa vicenda ha subito degli insabbiamenti per centinaia di anni dalla Chiesa ed è stata recuperata dalla Riforma Protestante, rimando poi in una sorta di limbo, a metà tra leggenda e storia, verità e calunnia, tra maschile e femminile anche. Perché è la vicenda di una donna che si finge uomo, pur di arrivare ad avere il diritto di studiare, di emanciparsi, di progredire nella carriera ecclesiatica. In scena, infatti, io sono uomo, donna, mi trasformo in continuazione e a vista. Lancio il pubblico nel Medioevo e lo porto con me in una storia anche molto epica, in cui accadono un sacco di cose: violenze, vessazioni, eccetera. Una storia di emancipazione femminile in un’epoca in cui la donna non poteva neanche parlare. Ed è una storia che risuona fin troppo nello spettatore attuale. Torniamo al tema del femminile che cerca un’emancipazione, una nemesi  e che come ti dicevo è il filo di Arianna di molte cose che ho fatto nella mia carriera, fino a Do ut des.