Roberto Oliveri: questione di anima

A colloquio con Vincenzo di La voce che hai dentro
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Tu sei argentino di origini, Roberto, giusto?

Sì, sono nato in Argentina, ho genitori argentini e quattro nonni italiani. All’età di due anni sono venuto a Napoli, che era la città di mio nonno materno. E a Napoli ho vissuto per molto tempo, finché, tredici anni fa, mi sono trasferito a Roma. Diciamo che il mio primo grande sogno era di diventare un calciatore, da buon argentino-napoletano (ride). Era un mio sogno che si è infranto quando, per un incidente, ho rotto i legamenti della gamba destra. Ed è finita lì. Avevo, però, una passione “di riserva”, che era seconda ma che è poi diventata prima, mentre lavoravo in un villaggio turistico. Nella prima mia stagione estiva, lì, mi sono cimentato con il palco e… mi sono sentito subito molto bene, in quel contesto. Da lì, sono partito subito per Roma, il mese successivo, alla fine della stagione, cominciando con la trafila tra accademie, seminari e tanto teatro eccetera eccetera. Poi, è diventato un mestiere perché… perché mi fa stare bene, quella sensazione lì: piedi scalzi, palco e pelle d’oca. È partito tutto in questo modo.

Difficile, l’inizio? La domanda che si fa sempre. Oggi, soprattutto, non credo sia molto semplice inserirsi nel business dello spettacolo…

Guarda, in realtà è difficile l’inizio, è difficile il durante, è difficile sempre… È un mestiere che ti mette continuamente in gioco. Poi, ovviamente, ogni artista ha una posizione diversa, un’importanza diversa… se “importanza” la vogliamo chiamare. Nel mio caso, lotto tutti i giorni per accaparrarmi  i ruoli, perché esiste molta concorrenza ed è un po’ una giungla, questa professione. Quindi, è difficile sopravviverci bene, però…

I tuoi primi lavori quali furono, per quanto riguarda il cinema e la televisione? Trovo un Low budget – Cinema geneticamente modificato, del 2014.

Era una serie tv, ma stile Camera café, una sit-com, con tutti protagonisti giovani. Ma allora ho fatto anche un western, in inglese, girato vicino all’Etna, in Sicilia, Pozo and El Diablo, di Carmelo Gerardo Auteri. Con una produzione indipendente londinese. Poi qualche videoclip musicale, con Claudia Megrè, che aveva partecipato a The Voice, con Jacopo Ratini, eccetera eccetera. Finché è arrivato Gomorra. Che ha dato il vero via, per me, a questo mestiere.

Gomorra, per il quale moltissimi ti hanno conosciuto, lo hai fatto prima della serie Diavoli?

Sì, io ho iniziato con la stagione di Gomorra del 2017, la terza.

Parliamo di Gomorra e del tuo personaggio, del modo in cui lo hai costruito. Tu arrivi da questo mondo napoletano: in che misura questo ti ha aiutato a entrare nella pelle di Ronni?

Fu un iter molto lungo di provini, perché io iniziai in lizza per il ruolo di Sangue blu, tra i protagonisti nuovi, poi invece mi spostai su Ronni, che è un coprotagonista. Cominciò tutto un giorno in cui ci fu il terremoto a Roma, pensa: quella sera partivamo per la Bulgaria, dove abbiamo iniziato la nostra avventura gomorriana. Un periodo molto divertente, molto bello. Era già la terza stagione di Gomorra, e io ero stato un fan delle prime due. E, tra l’altro, mi ero già giocato un ruolo per la seconda, quello di O’ Principe, che poi fece Antonio Folletto. Comunque nascevo come fan, e speravo di fare questo progetto, visto il successo che aveva e che era ormai mondiale. Quando sono entrato, ho cominciato un po’ a “rubare” il codice di Gomorra, quello che avevano Marco D’Amore e altri interpreti. Io vengo da una Napoli abbastanza di strada, sai… giocavo a calcio e questo mi metteva in contatto con tanti ambienti e gente diversa. Insomma, ho avuto amicizie sia buone sia meno buone, e sicuramente ho rubato anche da lì… Bello usare il termine “rubare” quando si parla di Gomorra (ride). Diciamo che non sono mai arrivato a quel livello di terra terra napoletano, quindi ho lavorato sul personaggio di Ronni. Cioè, ho avuto sì amicizie con persone vivaci, ma non in modo così profondo, ecco. E quindi lì ci ho dovuto lavorare. Eravamo il gruppo di questi barbudos e ci abbiamo lavorato tutti per arrivare a quella napoletanità, che ci apparteneva sì, ma non così profondamente. Gomorra è stata un’esperienza che mi ha dato tanto, ma che non è stata facile, perché, essendo una serie di grande successo, devi saperci stare, devi entrare in corsa. E anche per i progetti che fai dopo, è difficile raggiungere uno stesso livello di qualità. Diavoli, ecco, che citavi prima, penso si possa paragonare in termini di qualità a Gomorra, anche perché ho lavorato con Nick Hurran, regista bravissimo, come pure Jan Michelini che curava un altro reparto registico.

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Roberto Oliveri, Ronni, in azione in Gomorra

In Diavoli facevi un argentino, Ramiro…

Sì, ero il fratello della protagonista, il quale dava poi dei tormenti ad Alessandro Borghi. Ramiro era un personaggio piccolo, ma molto poetico. Sono sempre rimasto con la curiosità di sapere che cosa sarebbe successo a Ramiro se non fosse uscito di scena. Se avesse avuto una storia più lunga, mi sarebbe piaciuto molto interpretarlo ancora. Ma è andata bene anche così, perché anche questo personaggio mi ha portato fortuna.

Hai lavorato anche in Ritorno al crimine, sempre nel raggio, diciamo, del genere noir, ma qui con toni da commedia. E questo era un film. Esiste, per la tua esperienza, un divario tra sistema delle serie tv, che tu hai molto praticato e pratichi, e il sistema cinema, il sistema film, oggi in Italia, oppure no?

Guarda, per me, a livello di interpretazione, posso dirti che non cambia nulla, serie tv o cinema che sia. Io faccio questo mestiere perché mi piace, davvero al di là di tutto quello che mi può portare. E ti aggiungo che amo questo mestiere, ma non amo tutto quello che ci gira attorno…

Ovvero?

Nel senso che amo tutto quello che riguarda l’interpretazione, l’anima di un personaggio… l’aspetto artistico e creativo. Tutto quello che c’è intorno, tutte quelle cose più superficiali e di estetica, no… Per quanto riguarda il cinema e la televisione, penso che i tempi sono molto cambiati rispetto a prima, ma, se ci fai caso, questo avviene anche nello sport. Proprio stamattina parlavo di calcio con un amico e gli dicevo: “Guarda, io non sono manco più tifoso, perché vedo ormai tanto di quell’interesse di soldi in giro, che non vedo più il calcio. Vedo altro”. Per il cinema è un po’ la stessa cosa. Se consideri i successi che ci sono oggi, purtroppo constati che ci sono i social che li accompagnano sempre in parallelo e che li determinano in gran parte. Oggi è difficile fare del buon cinema, è difficile fare una buona serie, perché si segue molto il gusto del teen, del ragazzo di vent’anni…

Eh certo, oggi si tiene l’occhio fisso su un determinato tipo di pubblico di giovanissimi, legati a doppio filo ai social, che sono oggettivamente un problema…

E direi che è un problema enorme.

A cominciare dagli attori improvvisati che sono tali solo per la notorietà che gli è stata data dai social…

Questa è una cosa che a me preme molto, nel senso che io non sono uno che giudica, in generale, ma mi dispiace che chi, come me, e come altri colleghi e amici, che ormai apparteniamo alla fascia che va oltre i trent’anni, ha scelto questo mestiere e quindi ha studiato e continua a studiare… io sabato e domenica, tanto per dire, ho fatto un seminario per rimettermi in gioco… mi dispiace, dicevo, trovarmi di fronte a persone che magari questo mestiere non lo hanno nemmeno scelto e che oggi hanno un grande successo. La fortuna gira come vuole e ben venga, però, se ti fai il culo e poi vedi gente che dal nulla sbuca fuori e ha successo, così, solo grazie ai social, beh… Il social oggi ha ucciso tante cose. Per carità, anche io ho amici influencer, ho amici che vivono di questo e glielo dico sempre che se hanno la furbizia e la scaltrezza di usarli e di monetizzare, io sono l’ultimo a poterli giudicare. Ma tutto questo ha reso molto superficiale ogni cosa, compresa la qualità interpretativa degli artisti, dei cantanti, degli attori… Qua ormai non si capisce più niente: attori che fanno i cantanti, cantanti che fanno gli attori. Si è imbastardito un po’ tutto. “Farò l’attore” non si sa più bene che cosa vorrà dire… Lo stesso il cantante. Perché si pensa ormai talmente solo ai soldi e ad avere ascolti… Io lo noto anche con certe produzioni, quando facciamo i provini e arriviamo in finale con dei progetti: noto che l’interesse non è affatto meritocratico, al di là del fatto che l’Italia non è mai stata un Paese meritocratico, ma che  va solo verso chi è più famoso. Io dico, però, sempre, ad amici produttori, che, se ci fanno caso, i maggiori successi, di serialità… di film al cinema forse un po’ meno… sono quelli che non hanno nomi nel cast. Se tu prendi Gomorra, se tu prendi Mare fuori, se tu prendi Suburra, in parte, e altri progetti del genere, sono diventati famosi e hanno portato l’Italia l’all’estero, senza avere nomi grandi. La gente non diceva: “Lo vedo perché c’è Pinco Pallo”. Ben scritti, qualità alta… e hanno funzionato per questo. Guarda, questo è anche quello che ci insegna l’estero:proprio ieri ho chiuso un contratto con un’agenzia di Madrid, essendo di madrelingua spagnola; perché il mercato estero offre davvero grandi opportunità a chi fa questo mestiere anche senza essere conosciuto. Sono altri mercati e, mi spiace dirlo, ma spesso è anche un’altra umanità. Questi due agenti di Madrid che proprio ieri mi hanno videochiamato e siamo stati un’ora e mezzo in conversazione, si sono informati della mia vita, mi hanno chiesto cosa facessi, al di là del lavoro, quali fossero i miei interessi. Cioè, abbiamo parlato di umanità, di anima. Roba che in Italia non mi è mai successa. “Sì, ok, ci sentiamo per lavoro” e se sei fortunato ogni tanto ti invitano a prendere un caffè. Se il tuo agente viene a teatro a vederti, è quasi un miracolo. In Italia funziona così. Certo, io non sono talmente famoso da avere tutta questa attenzione, ma il mio movente nella vita è veramente molto l’umanità: io sono attaccato alle cose semplici, prima di tutto il resto. L’attore lavora grazie all’agente, l’agente lavora grazie all’attore: dovrebbe essere una specie di relazione, una squadra. In Sudamerica, in Spagna vedo che hanno un attaccamento molto più umano, appunto. E penso che questo aiuti a lavorare molto meglio.

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Roberto Oliveri, un volto che spacca

Poi c’è stata anche l’esperienza con Sorrentino, in È stata la mano di Dio

Nacque dopo la prima pandemia. Mi ha telefonato la casting, dicendomi che mi voleva provinare per un ruolo da spalla. Io ho fatto spesso la spalla, perché mi diverte, e lo trovo di una formazione impressionante. Così, feci un provino per un ruolo, poi, essendo in pandemia, la produzione aveva chiesto di non cambiare l’aiuto-spalla e quindi lei mi disse che sarebbe arrivato Sorrentino per fare dei call-back e mi chiese se mi interessava rimanere.  Assolutamente sì. Per cui sono stato due mesi a stretto contatto con Paolo, che è una persona molto eclettica e soprattutto respiri subito la sua genialità. A me non sembrava vero poter lavorare in un film come questo che, secondo me, è il  più intimo di Sorrentino, in cui parla della sua vita, di una grande perdita. Io nella storia appaio in un momento di spaccatura e sono quasi l’uccello del malaugurio (ride), che li porta nell’ospedale a Roccaraso. Direi che Sorrentino mi ha insegnato soprattutto la precisione nell’interpretazione, ad affinare gli aspetti del personaggio. Lavorare con lui ti porta a riflettere e a dire, a un certo punto, a te stesso: “Ah, ok, forse questo mestiere allora lo posso fare”. Perché se Paolo ti sceglie, è un po’ come ricevere una pacca sulla spalla.

Parliamo del rapporto con i registi. A volte sento dire che i registi non seguono molto la recitazione, che badano solo al lato tecnico…

Cambia, chiaramente, da regista a regista, ma è vero che ci sono molti più registi esteti, e intendo attenti prevalentemente all’estetica visiva, cioè tecnici; e ci sono invece registi che si dedicano più all’attore. Paolo Sorrentino, per esempio, ha questo e quello, nel senso che è molto maniacale su tutto, anche se è una persona che se ti sceglie, è perché già sa che tu puoi dargli tutto quello che lui vuole. In Gomorra ho lavorato con Cupellini, Comencini, D’Amore, ho cambiato molti registi in quella serie. Ognuno ha la sua forza: è vero che c’è una quota di registi tecnici, ma ancora esiste una serie di registi che lavorano sugli attori. Io mi ricordo Nick Hurran in Diavoli e prima della scena che avevo con l’attrice che interpretava mia sorella, una scena molto importante, pre-morte, perché io mi toglievo poi la vita, lui mi disse che voleva che giocassi molto con questa bambina… era una bimba di nove anni, Greta Santi, che oggi tra l’altro, sta facendo una bella carriera. Era molto attento, Hurran, a questo rapporto tra me e la ragazzina, voleva che fossimo collegati, a livello proprio di anima. Fu una cosa molto bella, che mi colpì. Sì, forse è vero che in Italia, alcuni prodotti vengono realizzati con il limite della realizzazione di corsa. Cioè, il tempo. Cioè, ancora una volta, i soldi. In Gomorra non giravamo più di due o tre scene al giorno, massimo. Cioè, era cinema. Calcola che per fare dieci puntate di Gomorra, ci mettevamo otto mesi. Per girarne otto in una fiction, in genere se ne impiegano quattro.  E capisci bene che tutto risulta più velocizzato, quindi non ci può essere la stessa attenzione nel seguire gli attori, la loro recitazione.

Venendo invece finalmente all’impegno con Eros Puglielli, a La voce che hai dentro, ora in programmazione, come è stata l’esperienza con lui?

Con Puglielli, io mi ci sono trovato molto bene. Si tratta di un regista con una visione estetica e tecnica molto forte, nel senso che è riuscito a dare movimento a un tipo di fiction che di solito è molto più tradizionale, che si limita al campo e controcampo. Invece, lui ha dato grande movimento, molto più da serie internazionale: quindi macchine a mano, piani-sequenza, che si vedono di rado negli spettacoli “nazional popolari”. Con gli attori, ci lavora bene e in questo caso c’era il grande nome di Massimo Ranieri… a volte subentra anche la remora psicologica, del tipo: “Come posso dire qualcosa a un artista del genere?”. Questo al di là di Ranieri, in linea generale. Io ho lavorato con attori come Jonanthan Pryce in I due papi, di Fernando Meirelles e racconto sempre questa esperienza, a proposito di attoroni. A un certo punto, Pryce, che mi conosceva da cinque minuti, mi disse: “Guarda Roberto, so che sei argentino”, lui interpretava Papa Bergoglio, “ti posso chiedere se ci mettiamo in disparte e tu mi ascolti, se queste battute le pronuncio bene?”. Io, come puoi immaginare, mi sono squagliato. Tu pensa, che umiltà! A volte, ci sono attori che hanno fatto sei pose in Don Matteo e si atteggiano a Brando. Per farti capire che l’immensità del gran attore, sta in queste cose. Di Massimo Ranieri mi ha colpito l’immensa energia che ha, io ci metteri la firma. Ed Eros, per tornare a lui, ha fatto un ottimo lavoro anche con gli attori e ha dato un bel punto di vista originale alla fiction. Poi, che queste finezze vengano capite o non vengano capire dal pubblico di oggi, questo è un altro discorso.

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Robeerto Oliveri, Vincenzo (a sinistra) in La voce che hai dentro

Certo, perché poi c’è il rischio che il modo di girare molte fiction, piatto e banale, basico, abbia determinato un gusto tale per cui chi fa invece un lavoro un po’ più mosso, un po’ più visionario, non sempre viene notato e pregiato come dovrebbe…

Torniamo al discorso di prima sui social: io anche li devo usare parecchio per lavoro, altrimenti sei fuori dai giochi. Ma i social hanno contribuito a dare superficialità all’arte: prodotti veloci, dei quali non frega niente a nessuno della sfera profonda che può esserci sotto. Il trionfo della pura apparenza. Guarda, io ho scritto di recente un cortometraggio che girerò a breve, derivato da un testo teatrale, dove racconto questa claustrofobia sociale, intesa non solo come patologia ma come qualcosa che io vedo e che non mi piace affatto. Racconta di un clochard che all’interno della sua casa di cartone osserva il mondo esterno da un buco e favolisticamente questo mondo che a lui non piace cercherà di cambiarlo. Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore.

Senti, due parole sul tuo personaggio di La voce che hai dentro, di Vincenzo…

Tutto è nato da un self-tape a Ibiza, l’anno scorso, dove mi sono divertito molto. Vincenzo è un talento e sicuramente il suo più grande desiderio è avere successo nel canto e sfondare. Ma è un artista a tratti depresso, a tratti distratto dal pensiero delle donne, ma poi non appena il figlio di Massimo Ranieri gli offre l’occasione di riavere successo e di buttarsi nella mischia, esce da questa sorta di malessere… È un personaggio con un’anima da buono, di base, nonostante possa dare l’impressione di essere strafottente. Una figura altalenante, che nell’arco di tutta la serie andrà evolvendo.