Giada Mazzoleni: il mantello della produttrice di genere

A colloquio con la producer di Fulci for Fake e Dario Argento Panico

Giada Mazzoleni è una giovane producer che ha legato il proprio nome a quello di Simone Scafidi, soprattutto per due documentari legati a maestri del cinema horror e fantastico: Lucio Fulci con Fulci for fake e Dario Argento per il recentissimo Dario Argento Panico. Giada opera tramite la sua Paguro Film che ha base in Inghilterra e nella conversazione che segue ci spiega tutte le tappe di un percorso professionale fuori da schemi e da logiche tipicamente italiane…

Tracciamo brevemente la tua storia: come comincia il tutto? Tu hai frequentato la Civica, a Milano, no?

Mi sono iscritta in Civica perché dopo il primo anno di Storia e Critica del Cinema in Cattolica, c’erano troppa storia e troppa critica…. E mi sono detta: “Se io voglio farlo, il cinema, qui non vado da nessuna parte…”.

Perché tu avevi l’intenzione proprio di farlo, operativamente, il cinema…

Sì, sì, ho sempre avuto la voglia di stare dietro la macchina da presa, ma proprio nell’organizzazione, nella gestione. E allora mi ero iscritta in Civica, quando ancora c’erano i corsi che arrivavano a dieci studenti massimo. C’era una grandissima selezione, non era aperta ed equipollente a un corso di laurea, come adesso. Mi sono iscritta, mi hanno preso. E mentre mi laureavo dall’altra parte, perché comunque continuavo a frequentare l’università, mi sono fatta due anni a tempo obbligatorio, dalle 9 del mattino alle 5 di sera, al corso di produzione ai tempi di Via Colletta.

Dopodiché?

Lì, è iniziato il mio percorso. Dapprima in pubblicità, ho lavorato per le più grandi case di produzione pubblicitarie che ci sono Milano, ma il caso ha voluto che abbia iniziato a mettere anche un piedino nel cinema, come segretaria di edizione sui film di Simone Scafidi.

Ed era La festa

La festa è stato il mio primissimo film come segretaria di edizione, perché Simone stava lavorando ai casting con Franco Bocca Gelsi, che era mio professore in Civica, e, quindi sai… magari per avere il voto in più, per avere il punticino in più nel corso, andavi a farti “vedere”. Lì ho conosciuto Simone: il film aveva dei giorni di produzione abbastanza compatti, per cui potevo stare sul set, pur essendo iscritta a scuola (chi lavorava durante l’anno scolastico, non era proprio ben visto dai docenti, per paura della dispersione scolastica prima del raggiungimento dell’attestato…). Quindi, il primissimo film su cui mi sono misurata è stata La festa, che poi è diventato una serie digital, poi divisa in episodi e messa in onda su Daily Motion. Però, in principio, era un lungo, girato completamente di notte, tra Genova e Bolzano.

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Ero venuto anche sul set, quando Scafidi stava girando in quella villa strana. Un sabato ero venuto a fare un giro lì. Ma perché poi, secondo te, l’hanno, spezzato?

Dunque, nasceva come un lungo, e nasceva come un film che, secondo me, pur essendo low budget, se preparato bene, con determinate accortezze, avrebbe potuto essere sostenibile. Noi arrivavamo lì, la sera, perché si iniziava a girare la sera, e ti accorgevi che determinate cose non era possibile farle, perché non erano state preparate, perché mancavano le risorse; cioè, già scegliere di fare un horror con dieci attori, point of view movie, stringere, stringere, stringere, in 8 giorni, tutti in notturna… è già questa una scelta che dovrebbe farti dire: “Ok va bene, facciamo bene tutto il resto”. Invece, in quel caso, è diventato veramente un rosicchiare rosicchiare rosicchiare. Io ricordo un’alchimia bella, che si era creata tra me e Simone: finivamo di girare alle sette del mattino, si dormiva quelle quattro-cinque ore, e lui, alle 14, veniva a bussare alla mia camera, al bed and breakfast, e mi diceva: “Ti prego, dobbiamo rivedere le scelte, per capire se qualcosa non sta andando”.

Ma a me, tra l’altro, era piaciuto La festa, quando lui mi aveva mandato il primo cut, gli avevo detto “Bello!”, però poi ho capito che si è perso un attimo, il tutto… Quindi, questo è stato il primo incontro con Simone?

Sì, il primissimo. Dopo La festa ho lavorato anche per altre realtà, sempre come segretaria di edizione, e in pubblicità, fino a quando, sempre Simone, sapendo che, comunque, per progetti piccoli, iniziavo a fare la Line Producer, il direttore di produzione e quant’altro, viene da me e dice: “Guarda, ho un soggetto per un piccolo bando che ho vinto… – che era poi Eva Braun… Mi piacerebbe che lo producessi tu come direttore di produzione”. Allora, lì, non più segretaria di edizione ma caporeparto, abbiamo messo insieme la troupe e abbiamo fatto Eva Braun. Ricordo che è stato praticamente il primo film in cui abbiamo chiamato proprio la squadra che volevamo noi; con capireparto, non scelti da un produttore X, ma proprio da me e Simone, di comune accordo. Fu una bellissima esperienza quella, perché, per quanto il film fosse su tematiche piuttosto forti, come sai, c’erano sempre volti che ritornavano dalla Festa, come Susanna Giaroli. C’erano anche altri professionisti che avevano già lavorato alla Festa, c’erano persone che mi ero portate dietro io, da altri set che avevo fatto. Iniziavo a capire che era bello fare la persona che mette insieme le troupe e organizza il set per permettere a tutti di stare bene e di lavorare al meglio. E quello sarà stato nel 2012/2013, perché era più o meno un annetto e mezzo dopo La festa. Poi Simone ha fatto Zanetti Story, che è uscito anche al cinema.

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Sul set di Linea Gotica, di Stefano Giulidori, nel 2012

Ma lì in mezzo non avevi fatto anche qualcosa con Vittorio Rifranti?

No, quello l’ho fatto dopo. Dopo Eva Braun. Allora, faccio Eva Braun, altre produzioni indipendenti di fiction e documentari e poi inizio a lavorare anche in agenzia. Se oggi faccio la Producer è perché ho avuto la fortuna di poter lavorare un po’ in tutti ruoli della filiera. E ho lavorato praticamente per tutti i format possibili: dal documentario, al videoclip, alla serialità. Di tv ne ho fatta pochissima, ma giusto per capire che mi faceva proprio cagare (ride). Cioè, proprio per quello che è il format; mi è capitato di lavorare per X Factor, ma non è proprio per me… è troppo “fabbrica”. Amo la pubblicità perché è veloce, a suo modo complessa e sempre diversa, ho una grandissima passione per il cinema, perché porta con se anni di preparazione per arrivare ad un prodotto finito… ma la tv… no, per me è consumo, necessario, importante, da rispettare e produrre. Ma non da me… Cioè, non è una cosa che mi piace. Quindi dopo Eva Braun, ricordo che sono stata quasi due anni, due anni e mezzo in un’agenzia. E dopo, cosa è successo? Dopo, credo che avessi fatto altre cosine, avevo fatto, per esempio, non so se te lo ricordi, L’ultimo pastore, che era sempre un prodotto di Bocca Gelsi, un documentario sull’ultimo pastore della bergamasca e su come i bambini in città fossero lontani dalla natura, una roba super retorica, (poetica si dice oggi?!) in cui, a un certo punto, verso la fine del film, portano un gregge in piazza del Duomo. Poi, con Franco avevo fatto anche dei teaser per produzioni mai partite, ho lavorato quasi un annetto in sviluppo per lui. Sono stata segretaria di edizione di Linea Gotica, l’ultimo film interpretato da Carlo Delle Piane e mai distribuito, diretto da Stefano Giulidori. Un film girato in pellicola, un’esperienza meravigliosa. Però, diciamo che nel momento in cui ho finito di lavorare in agenzia e mi sono trasferita in Inghilterra, con la semplicità e la facilità con cui in Inghilterra puoi aprire un’azienda e inserirti nel mondo del lavoro, e soprattutto in quello della film industry, ho scoperto davvero un altro mondo. Nel senso che là ci sono tantissimi posti di lavoro e si produce tantissimo; c’è una produzione regionale, particolarmente caratterizzata, differenziata, e di altissima qualità, ed è, oltretuttto, molto foraggiata… Come se a Roma ci fosse il ministero che dicesse: “Tenete tutti i soldi e producete fuori da Roma, perché qui ne abbiamo già abbastanza”… cose che in Italia non succederanno mai. Quindi, colta da questo entusiasmo, e per il fatto che spessissimo mi arrivavano storie belle, di gente che mi diceva: “Cazzo, ma tu, con il modo che hai di fare, con le capacità che hai, dovresti intraprendere questo tipo di carriera!”, cominciai a pensarci seriamente. Per tornare a Rifranti: mi aveva chiamato per conto di Simone, nel senso che Simone gli aveva detto di fare affidamento a me per un’operazione simile quella di Eva Braun. Era per un film piccolino che si intitolava I passi leggeri, non so se l’hai visto. Un film arthouse, molto particolare e difficile… Era da girare qui in provincia di Milano. E perché no? Avevo appena avuto Lino, il mio primo figlio, quindi me lo portavo anche sul set, nei sopralluoghi. Quando sono rientrata in Inghilterra, mi sono detta: “Sai che c’è? Mi apro una casa di produzione…”. Proprio perché ero stata su quel set, avevo incontrato un fonico, che mi presentò un cortometraggio, Moths to Flame, che decisi di produrre, insieme a due giovani registi che l’avevano scritto (Luca Jankovic e Marco Pellegrino), e con cui poi abbiamo vinto il Nastro d’argento. Quello è diventato il primissimo film, la primissima produzione della Paguro Film, in lingua inglese.

Che anno era, Giada?

Era il 2018, perché la Paguro Film è nata nel 2018. Dopo questo, ricordo ancora che stavo camminando in un centro commerciale, mi chiama Simone, e mi dice: “Ma perché non facciamo un’altra cosa insieme?”; “Simone – gli risposi – io adesso la casa di produzione ce l’ho, se hai cose belle da propormi…”. Praticamente, ha iniziato a pitcharmi diversi progetti, e io ti giuro, Davide, non so come mai, quando lui ha iniziato a parlarmi di Lucio Fulci – io di Lucio Fulci conoscevo solo Non si sevizia un paperino -, sono rimasta folgorata. Quando mi ha raccontato delle due figlie, una delle quali non si sapeva che fine avesse fatto… continuavo a ripetermi: “Questa storia è pazzesca, questa storia è pazzesca…!”. Mi sono completamente innamorata del progetto, e anche lì la fortuna – o comunque la valutazione – era che si trattava di un progetto che, per quanto potesse essere italiano, era perfetto ovunque. Lucio Fulci è amatissimo e apprezzato soprattutto fuori dall’Italia, produrre un documentario su di lui con una base inglese era la mossa giusta per farla circolare nel mondo.

E questo è un problema rilevante, da produttrice. Sempre roba comunque molto locale, non vendibile fuori dei confini…

Sì, ma spesso, secondo me, c’è anche un discorso di “ignoranza”: tantissime volte ricevo materiali di pitch o trattamenti, di persone italiane che, magari non sanno che se questa è la storia e se tu ti rivolgi a una casa di produzione inglese, la produzione inglese non ha accesso a finanziamenti locali italiani, in primis. E, in secundis, qual è il tuo track? Cioè, tu sei un regista italiano, mi stai presentando una storia italiana, vuoi metterci dentro attori italiani, te la vuoi girare in italiano, in Liguria: perché io, inglese, dovrei produrtela? Cosa hai fatto prima di scrivere questo script? Corti che hanno girato festival? Se si, quali? Serve molto più di un’idea. Ma questo rientra, secondo me, anche un po’ nell’aspetto formativo. Cioè, non si conoscono le regole, le basi di acquisizione, di produzione, forse perché in Italia la figura del produttore non è una figura conosciuta: è solo “chi ha i soldi e li mette sul tavolo”.

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Alla proiezione di Moths to Flame

Fulci for Fake è decollato, a quel punto?

Sì, dopo il Nastro d’argento, c’è stato Fulci for Fake, che è partito semplicemente con le nostre forze, con dei piccoli investitori privati, perché sai, se presenti un progetto del genere, benché Simone avesse fatto Zanetti Story e altre produzioni, difficilmente poteva essere qualcosa che avrebbero finanziato dei distributori, perché non gli conveniva.

Ma perché, secondo te? Perché ha una struttura molto particolare Fulci for Fake? O è proprio il tema?

No, il tema era anche appetibile, il problema è che sono progetti che, per quanto possano essere qualitativamente belli, ben realizzati, d’autore, comunque, hanno un mercato che non è così ampio. Quindi, se io ti vengo chiedere anche solo 20.000 euro, 40.000euro, per iniziare a mettere un tassellino in un budget, supponiamo di 100.000, è già un rischio per te, che magari venderai per 10.000 euro quel titolo, nell’home video, se ti va bene… e in quanti anni? Lì, forse, ancora non avevo neanche concezione delle numeriche di un mercato, delle cifre di acquisizione. Sono cose che poi impari pian piano, è un settore talmente fluttuante che quello che vale oggi non è detto che valga domani. Diciamo che per me è stata una bella palestra, sono felicissima di averlo portato con le nostre forze a Venezia, da soli, senza alcun distributore prima della première; e perché, comunque, per quanto possa essere stato un prodotto per home video, siamo stati acquisiti in Giappone, in Italia, in America, in U.K e Paesi del Nord. È stato anche acquisito per le vendite da Adriana Chiesa, un colosso. Le vendite le ha fatte lei e ha chiuso in Francia, in Germania. Ovvio che rispetto a Dario Argento Panico era un’operazione diversa. Già la prima differenza è che Lucio Fulci è morto, noi avevamo le figlie, non avevamo lui o talent internazionali che parlassero di Fulci, avevamo sempre Soavi, avevamo Frizzi, Malco, nomi importanti, ma non dei premi Oscar come Del Toro in Panico per esempio.. Però con la presenza, secondo me meravigliosa, delle due figlie, il documentario ha assunto una valenza e una specificità mai presente in prodotti precedenti e quindi un punto di vista su Fulci che nessuno aveva mai svelato.

Beh, certo, il colpo gobbo è stato Camilla, che non aveva mai parlato, prima. Come te la ricordi, Camilla?

Allora: è stato un incontro strano, tante telefonate, per poi riuscire a incontrarci la prima volta a Roma, in estate, con Simone. Lei aveva accanto questa figura che era una sorta di factotum, forse un po’ furbetto, ambiguo… Camilla era in una situazione veramente tremenda. Ricordo quest’uomo che continuava a dirci: “Adesso vado a prenderla, ma sappiate che arriverà come arriverà, quindi non so, non spaventatevi”. Mi aveva messo addosso un’angoscia, credimi. Dicevo: “Chi cazzo sta per arrivare?”. Invece arrivò questa donna, che non avrà avuto neanche 60 anni ma, credimi, distrutta, distrutta. Eppure, in quelle due ore che abbiamo passato insieme, in un pranzo tra estranei, più lei parlava del padre, più si apriva e splendeva… incredibile come il ricordo di quei momenti della sua vita, accanto al padre, fossero per lei nutrimento.

Ma tu hai capito al finale che cosa aveva Camilla? Cioè, di cosa soffriva? Qual era la sua malattia?

A livello fisico, non ho le competenze per dirti che cosa potesse avere: sicuramente non camminava, perché aveva un piede malformato; vedevi proprio che aveva anche questa scarpina molto piccola, e quindi era impossibile che riuscisse a stare in piedi. Aveva – ricordo che me lo disse l’assistente di produzione che l’aveva aiutata a vestirsi – una cicatrice molto profonda e lunga sulla schiena, quindi, evidentemente, deve essere stata operata alle vertebre. E poi, a livello psichico, era una persona con diverse fragilità diagnosticate: io a volte trovavo trenta chiamate senza risposta nell’arco di un’ora. Eravamo diventati, io e Simone, le due persone grazie alle quali lei credeva di potere, a un certo punto, evadere da questa struttura in cui era ospite, che era una sorta di Asl, in cui era ricoverata da mesi… Non abbiamo mai capito la sua vera situazione, perché poi c’erano opinioni differenti, nel senso che io, a un certo punto, ottenuta da lei la possibilità di intervistarla, dopo circa una settimana, vengo chiamata dal suo amministratore legale, che mi dice: “Sono l’avvocato della signora Camilla Fulci, cos’è questa storia del documentario?”. Una persona poi rivelatasi deliziosa, che ci ha aiutato, però, anche lì, chi saprà mai la verità… era un po’ la novella della suocera e del marito di Pirandello, cioè chi la raccontava a chi, perché lui diceva che era pazza, e Camilla diceva che era “imprigionata” da questo signore che si approfittava dei suoi averi. E noi del film… eravamo in mezzo…. Situazione assurda. Tremenda.

Però alla fine è arrivato anche a Venezia, Fulci for Fake

Camilla non l’ha mai visto, perché è morta prima. Quello è stato un grandissimo ripianto…

 Non ha fatto in tempo neanche a vedere un rough cut, niente?

Niente, perché sai, coi festival arrivi sempre all’ultimo. Ce l’hanno preso a luglio per Venezia. Lei era mancata, mi pare, a marzo. Nelle nostre ultime comunicazioni diceva che non voleva più curarsi, che era molto stanca…

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Con Simone Scafidi, Fabio Frizzi e parte della troupe sul set di Fulci for Fake

Lo step successivo a Fulci for fake, qual è?

Fatto Fulci for fake, ci guardiamo, io e Simone, e ci diciamo: “Mo’ che si fa?”. Proviamo a crescere, proviamo ad andare su qualcosa che possa darci più visibilità e possa essere ancora più ambizioso, ma che possa, soprattutto, essere più grande; perché il paradosso di questo mestiere è che se si propone qualcosa su un personaggio più grosso, più appetibile, è più facile ottenere le risorse per poter realizzare il progetto. La difficoltà, poi, è ovviamente quella di ottenere la fiducia di questo personaggio… E senza ombra di dubbio abbiamo subito pensato di fare un documentario su Dario Argento, cercando di mantenere un pochino la cifra stilistica di Simone, quindi con l’idea di una cornice di finzione che, a volte viene criticata, a volte no, però è una cifra stilistica del suo modo di fare documentari. Ovvio, deve esserci una coerenza rispetto al soggetto della tua narrazione, alla cornice e all’oggetto della tua investigazione. Come sai bene, nel nostro caso, con Dario Argento Panico, quella cornice, ahimè, si è un po’ sgretolata, ma meglio così…

Simone Scafidi aveva scritto il primo trattamento di Panico in cui Asia Argento era, in qualche modo, la co-protagonista...

Era lei la protagonista nel primo trattamento, perché era lei a cui veniva commissionata una mostra con oggetto il padre e i luoghi del suo cinema, quindi c’era una ricerca non solo dell’umanità dietro al ritratto del regista, ma anche una ricerca delle ambientazioni. Tutti gli snodi tematici si aprivano portando Asia nelle location dei film del padre. Ed era molto bello, perché Argento veniva “svelato” dagli occhi della figlia, una figlia che è Asia Argento, quindi una personalità molto forte. Avevamo iniziato a prendere contatti con Dario, perché era l’oggetto del documentario e perché c’erano delle giornate con lui, e poi, parallelamente, anche con Asia. La prima cosa che succede è che il Covid, la pandemia, ha rallentato, anche in maniera ingiustificata le comunicazioni, non solo con Dario, Asia e con il loro management, ma anche con i potenziali finanziatori, perché avevamo aperto dialoghi con diversi broadcaster e distributori che ti dicevano prima di sì, bello, poi arrivato il Covid ti rispondevano che erano “cambiate le priorità editoriali”. Quindi questa cosa crea un primo step di rallentamento. Dopodiché, il secondo step di rallentamento è la morte di Daria Nicolodi. Asia dice al suo agente che non se la sente di parlare della sua famiglia, non se la sente di supportare un documentario di questo tipo, in seguito alla morte della madre, quindi preferisce non essere all’interno del progetto. Giustamente. Allora entriamo in una seconda riscrittura, dove, comunque, manteniamo il tema del “doppio”, delle due facce di Argento, la parte in luce e quella in ombra… anche con l’inserimento della figura di una ragazza. Immagine del doppio. Quindi, risentiamo Dario e ci viene detto che, adesso non ricordo se gli era entrato prima l’impegno del film con Gaspar Noè, Vortex e poi Occhiali neri o il contrario… Quindi, fondamentalmente, altri due grossi rallentamenti. A quel punto, io e Simone iniziamo a raffreddarci: eravamo in ballo da un anno e mezzo…

Argento aveva già letto qualcosa di questo primo trattamento?

Io ho sempre mandato tutto, lui ha sempre letto tutto, e se non lui, i suoi agenti: è sempre stato informato che c’era una parte di finzione e una parte di interviste, e, in virtù della sua richiesta e dei suoi grandi impegni, l’accordo era limitare la sua presenza a 2/3 giornate su Roma, un impegno che fosse più compatto possibile, cioè senza neanche andare a smuoverlo dalla sua città. Finalmente, a fine inverno  tra il 2021 e 2022, otteniamo l’ok dall’agente di Dario, Simone Morandi.. Avevamo stabilito i giorni di set a fine giugno su Fiumicino. Condividiamo con lui gli stralci aggiornati e insieme eliminiamo alcuni elementi fiction in maniera super espressa. A quel punto, sai, col cazzo che metti a rischio la produzione: “Non ti preoccupare, cancelliamo”. Abbiamo modificato lo script fino alle 21 e 30 della sera prima del set, Dario il giorno dopo, alle 10 aveva la macchina che andava a prenderlo a casa, e io avevo già la gente a Roma che lo stava aspettando sul set. Ricordo che chiamai Simone e decidemmo di cambiare direzione secondo i desiderata di Argento: “Piuttosto andiamo attorno a determinati argomenti con gli intervistati, capiamo come rielaborare questa cornice di finzione, ma se lui adesso dice che quella particolare cosa si è accorto di non volerla fare, non apriamo temi alle 21 e 30 con il rischio che… cioè, se ti dice no è no”. Ha 84 anni, è Dario Argento, io sono Giada Mazzoleni, io non conto un cazzo… lui nettamente di più…

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Con Dario Argento e Simone Scafidi

E l’attrice come l’ha presa?

Si tra le parti eliminate, c’era la ragazza emblema del doppio. Beh… l’attrice non ne era entusiasta, perché quella era da un anno che era tenuta in stand by, che voleva tagliarsi i capelli e non glieli facevano tagliare, si era appena laureata e voleva andare a farsi i suoi sei mesi sabbatici.

Vabbè, alla fine in Panico ci sono cose di grandi appeal, le testimonianze, anche internazionali, di Refn, di Del Toro, di Noè, quindi, comunque, questa è un’altra aggiunta di interesse. Cioè, tu hai puntato molto, tornando al discorso che si faceva prima, sulla vendibilità, sull’internazionalità del prodotto…

Il bello di avere un piede in Inghilterra è che ti permette di essere anche più vicino all’America, da un punto di vista industriale, da un punto di vista di acquisizione e altro; ho avuto la possibilità di presentare il progetto con un teaser, cioè, dopo le famose due giornate di shooting a Fiumicino, ho chiesto di preparare un teaser di dieci minuti che ho presentato a AMC Networks, la piattaforma Shudder. E lì, quando presenti un film (che, comunque, sono già dieci minuti di proof of concept) e gli dici chiaramente che puoi arrivare a determinati volti internazionali, di peso della produzione di genere, ovviamente per loro diventa oro colato e capisci quali sono le chiavi che ti permettono di dare un valore di mercato alla produzione. È stata anche un’ottima mossa ripensandoci, coinvolgere te, coinvolgere Manlio Gomarasca, cioè fare squadra e andare ad aggiungere dei player che potessero qualitativamente mettere sul piatto un valore, dapprima potenziale poi attuativo al progetto: è stata la scelta giustissima, cioè la rifarei altri tre milioni di volte, perché comunque è un settore in cui non può correre da solo.

Quindi adesso siete in attesa di sapere se ci sarà un’uscita evento, in Italia, al cinema, oltre alla distribuzione in home-video. Anche all’estero, lo hai piazzato bene, no?

Sì, sì, sì, in tutta l’America e latino-America, Spagna, Nuova Zelanda, Inghilterra, c’è Shudder, che è appunto la piattaforma di AMC. È stato comprato in Giappone, dove sicuramente uscirà al cinema. È stato preso in Germania. Stiamo aspettando di capire la Francia, come si comporterà. E anche nei paesi del Nord, quindi Svezia, Danimarca e Islanda è stato comprato.

Senti, ma di finanziare un lungo di finzione, non ti è mai  passato per la testa?

Più che volentieri, Davide, sono qua in attesa di progetti.

Hai, invece, finanziato diversi corti, che hanno vinto anche premi.. Prima parlavamo di Moths to Flame. Qual è la tua filosofia in merito ai corti…

Sì,  i corti che solitamente cerco di impacchettare, sono di solito prove, magari, desunti da lunghi che vorrei produrre, per iniziare a far vedere come lavora il regista, per far vedere che potrebbe reggere la produzione di un lungo, un po’ sul modello anglosassone. Quindi sì, se c’è un lungo che mi piace, di solito mi metto a lavorare con il regista, per provare a fare la parte corta e a farla girare per qualche festival. Cerco sempre di produrne in lingua inglese, perché la diffusione sarebbe più ampia. Lunghi, ne ho diversi, in realtà… tra l’altro sorrido, perché sono per lo più thriller, horror, sci-fi, fantasy. Non so come, ormai ho questo mantello di produttrice di genere. Ma mi diverte, mi piace tantissimo, e tante volte, quando sono a lavorare per questi progetti, con gli sceneggiatori, sono anche quella più crudele (ride). Vado a chiedere cose tremende. Tutti a dirmi: “Ma no! Ma perché? È troppo!”. E io: “Sì, voglio vederli soffrire!”. È più difficile, fottutamente più difficile fare un lungo. Perché, se un documentario può costare 350.000/650.000 euro, anche un gran buon documentario, un lungo, un’opera prima soprattutto, perché a me piace l’idea di poter continuare a lavorare con registi con cui fare un percorso, cioè crescere insieme… un’opera prima, dicevo, che sia in Italia o che sia all’estero, sotto il milione, il milione mezzo è difficile, è difficilissimo quadrarla. È veramente difficile. E qui in Italia, sì, puoi mettere insieme dei fondi regionali, puoi mettere insieme i bandi selettivi… però avvengono anche delle cose strane. Per esempio: ho un soggetto che ha vinto, cioè è stato selezionato alla Biennale Cinema College, abbiamo partecipato all’European Genre Forum, abbiamo già un cast della madonna attaccato. Lo abbiamo presentato ai selettivi italiani: sceneggiatura insufficiente! Ma, considerato che siete voi che finanziate la Biennale Cinema College, come laboratorio di scrittura, dire che è una “scrittura insufficiente”, o non l’avete letto, o… Quindi, in Italia è tosta, in Italia è veramente tosta, i bandi selettivi dovrebbero dare risalto a progetti di fronte a distributori e player della filiera… e invece di solito agiscono come gap closing… folle. Però noi insistiamo, persistiamo, assolutamente.

Prossime cose in vista?

Sicuramente il documentario non lo vorrò abbandonare mai, perché è molto bello, che siano, appunto, ritratti di grandi personalità del cinema, o magari anche ritratti di personaggi più regolari, più umili, però con delle storie interessanti: è una forma di racconto che ti permette di sperimentare, non costa tanto, e comunque, a livello europeo ha un’attenzione sua, e tutta una sua distribuzione che è florida. E poi, anche umanamente, ripaga molto. Non posso dire di essermi avvicina a Dario Argento perchè fan, però averlo seguito con la produzione, in questi mesi, mi ha divertito, mi ha incuriosito, e ora posso considerarmi tale. Per il resto, ho due opere prime, una di Marco Pellegrino con il quale avevo vinto il Nastro d’Argento. Stiamo sempre cercando di realizzarla in lingua inglese; un’altra, di Gabriele Toresani è sempre in lingua inglese, ma preferirei girarla in Inghilterra non in Italia. E intanto scrivo, per altri registri, altri progetti. Insomma, tante cose. Come si suole dire, la prima cosa che parte è la migliore…

Un particolare ringraziamento a Matteo Burburan