Prega il morto e ammazza il vivo

Riflessioni sul genere western che sembra tornare alla ribalta dopo The Hateful Eight, film che ci fa tornare alla mente il capolavoro di Giuseppe Vari

La prateria, le distanze siderali, i deserti impervi, i canyon assassini e le gole inquietanti quanto “risolutive” venivano rappresentati con intuizioni geniali dai grandi registi americani di western. Erano questi gli elementi che costituivano il nucleo portante ed emblematico di un filone immortale, intriso di stilemi del passato e reso autentico dalle gesta di cowboy impavidi come John Wayne, Gary Cooper, Gregory Peck, James Stewart e Henry Fonda. Ma col passare del tempo anche queste storie ad ampio respiro, filmate nelle immense distese e nelle zone più disparate del continente, hanno subìto un cambiamento evolutivo alquanto repentino. I cineasti italiani, negli anni 60, metabolizzarono un archetipo western americano di riferimento, plasmandolo secondo un modello alternativa influenzato dalla cultura mitteleuropea e in grrado di condurre il genere sulla via di una seconda giovinezza. Gli spazi, anche per una questione di budget, si sono ristretti e i protagonisti delle storie sono diventati più criptici e impenetrabili. In concomitanza con l’uscita nelle sale dell’ottava fatica di Quentin Tarantino, The Hateful Eight, western di frontiera dalle atmosfere “innevate”, sulla scia di Il grande silenzio di Sergio Corbucci, questa riflessione diventa più che doverosa per cercare di capire quali influssi o correnti abbiano segnato il suo ideale di cinema.

Un ottimo mestierante del cinema di genere è stato Giuseppe Vari, nato a Segni, classe 1924, un passato da montatore. Dopo gli esordi, Vari iniziò a dirigere svariati film e lo fece per più di un trentennio (‘54-’87), firmando la regia di oltre 20 pellicole. 21 per l’esattezza. E come imponeva la tradizione onomastica dell’epoca utilizzò diversi pseudonimi, tra cui quello più diffuso di Joseph Warren. Uno dei film particolarmente riusciti e originali della sua carriera, dal punto di vista dello “spazio scenico”, è senza dubbio Prega il morto e ammazza il vivo. Il lungometraggio, datato 1971, è sviluppato in due parti distinte e contrapposte: la superficie chiusa ed ermetica di una stazione di sosta per diligenze, luogo di un fortuito incontro tra un gruppo di banditi e degli onesti forestieri, si trasforma ben presto in una bolgia psichiatrica dove dialoghi al vetriolo e reazioni al limite della follia assumono le redini del primo atto. Le dinamiche teatrali e il contesto “ansiogeno” scatenano durante la notte una guerra di nervi tra i personaggi e la progressiva tensione palpabile nella piccola magione contribuisce a scoprire le carte in tavola come in una perfetta partita a poker.

Il prode John Parker, alias Paul Sallivan (nome d’arte di Paolo Casella) dovrà vedersela con il “mefistofelico” Dan Hogan, una figura chiaroscurale ed enigmatica della storia incarnata alla perfezione dall’istrionico Klaus Kinski, artista controverso e funambolico del cinema mondiale capace di persuadere con il suo sguardo magnetico persino l’obiettivo della cinepresa. Genio e sregolatezza di Kinski si scontrano nella seconda metà del film con la tattica e l’astuzia di Sallivan e il saloon cede il posto alle lande desolate. Dall’interno all’esterno, il piano di fuga studiato da Hogan per valicare il confine del Messico con il carico d’oro aziona la controffensiva di Parker che, dopo aver eliminato i suoi fidati sgherri, si fionda nel deserto alla caccia del nemico. E questa antitesi è la forza espressiva della metamorfosi che il genere stava attuando, in risposta a uno schema metrico più rigido e conservatore, che negli Stati Uniti funzionava perfettamente. Vari non rinnega l’estensione dello spazio classico e se nella seconda parte della storia è abile nel sortire un effetto agorafobico necessario al compimento finale dell’inseguimento, nella prima colpisce per l’audacia claustrofobica con cui chiude dentro una locanda i protagonisti.

La percezione di una simile costruzione, divisa in comparti differenti, in The Hateful Eight e più in generale nel cinema di Quentin Tarantino è motivata dal fatto che il Genio di Knoxville ha sfruttato con intelligenza e furbizia la sua sconfinata passione per il western e i suoi infiniti pionieri, attingendo a piene mani da un genere composto da un’ingente quantità di pellicole, idolatrate dai cultori e sconosciute ai più. Dalle Iene sino ad oggi, la concezione dello spazio architettonico e urbano da parte di Tarantino è più che mai significativa e, benché non ci siano conferme in merito, siamo convinti che piccole gemme come Prega il morto e ammazza il vivo abbiano contribuito alla creazione di una dottrina artistica, quella tarantiniana, acclamata nel mondo e osannata dalle masse. Perché, in fondo, la moderna originalità risiede nella tradizione cinematografica del passato, quella che spalanca le porte al rispolvero del western e della sua gloriosa epopea, quella che tra qualche settimana con The Hateful Eight confermerà la tesi (ce lo auguriamo) che lo “spazio ermetico” concepito da Mr. Tarantino è lo stesso ipotizzato anni prima dall’egregio Giuseppe Vari. Ecco perché, secondo noi, Prega il morto e ammazza il vivo è una pepita tarantiniana ante literam.