Nimrat Kaur

L'attrice indiana di Wayward Pines 2 che confonde i magneti

Dicono le sue note biografiche che è nata nel Rajasthan, lo stato più grande dell’India, in un contesto militare, per via del lavoro del padre, quindi ondivago, spostamento dopo spostamenti, scuole dopo scuole. Ma resta orfana del genitore, morto durante un’operazione anti-terrorismo e si trasferisce nel nord dell’India, a Noida, per completare gli studi e infine laurearsi. Soggetto di tutto quanto precede, è una creatura di sesso femminile di nome Nimrat Kaur, nata il 13 di marzo di un anno che non conosciamo e non ci interessa saperlo. Nimrat che nel suo profilo Twitter si descrive e si compendia in questo modo: “Admitted actor. Commited trekker. Addicted lover of new places, urban legends, wild dancing, random trivia, undiscovered benches and very dark chocolate”, è una dele donne più belle che abbiano calcato con il loro divino piede la terra cava in epoche recenti. Ne sono certo, ci metto la mano sul fuoco e sono anche pronto a tagliarmi gli attributi se non è così. Ma è. Nimrat è una perla scura radiante, delle cui mirifiche virtù si ha contezza non appena la si guarda, posto che si riesca a reggerne l’impatto. I trivia – continuiamo con essi – dicono che nel 2004 iniziò a lavorare come modella e nel mondo della pubblicità, per vari brand (Asian Paints, ICICI, Videocon, Pantaloon, Samsung, Aircel e Cadbury). La sua fase plumbea, la nigredo di Nirmrat, sono stati alcuni videoclip, in cui altro non era che una figura di sfondo, una punteggiatura. Poi sono cominciati i film e il teatro, autoctoni, indiani, la fase “bianca”, l’albedo bollywoodiana, con titoli che a noi ignoranti occidentali non dicono nulla: Yahaan (2005, faceva  una giornalista), One Night with the King (2006, era Sarah), Encounter (2010). Intanto nel 2009 aveva fiancheggiato il regista Sunil Shanbag in un musical al Prithvi Theatre Festival e da lì – per fare brevi, cose lunghe e complesse – Nimrat aveva cominciato a manifestare la sua natura di animale da palcoscenico in una serie di pièces la più acclamata delle quali è stata All About Women, dove giostrava da sola quattro diversi caratteri femminili dai 25 agli 85 anni. Si parla di lei, in India e zone cironvicine, come una tra le più promettenti attrici di teatro. E beato, quindi, chi ha avuto modo di ammirarla da vivo. De visu.

Una donna del genere (Nimrat non è una ragazza, ma proprio una donna; non importa quanti anni abbia. Una come lei è nata donna, perché donne, come poeti, si nasce, non si diventa) dà negli occhi e fa nascere il desiderio di comunicarla, di renderla un dono ecumenico, di fare in modo che la fora del suo charme vada per il mondo e insegni. Nimrat è la fiaccola che nessun pazzo metterebbe sotto il moggio. In India, tornando al cinema, aveva girato nel 2010 un thriller, Peddlers, poi altre cosette di minor conto, ma l’esplosione, la rivelazione, il lancio sono state funzioni di una commedia romantica del 2013, The Lunchbox, per la quale è stata ricoperta di lodi e di premi. Ci appuntiamo che lo dovremo vedere, appena possibile. Da lì, scivola, nel 2014, direttamente nelle fauci dell’Occidente con Homeland 4, in cui la sua natura diventa tagliente e pericolosa, venendole affibbiato il ruolo di un’uffiacile dell’ISI: una con cui non si scherza un cazzo. Bingo! L’han presa in pieno: il rapporto faccia/carattere è quello, perché se la vedi, Nimrat, non può essere una buona; nel suo sguardo, nella sua acies oculorum baciata da un lievissimo strabismo, non possono saettare le ovvietà del Bene. Lei è una foresta scura, umida, conturbante, con tutto quello che puoi rinvenire, là dentro. Nel 2016 arriva un film di guerra indiano, Airlift, diretto da Raja Krishna Menon. Finisce qui l’opera al giallo di Nimrat.

L’opera al rosso, la rubedo, porta letteralmente il colore addosso, quando la Donna appare all’inizio di Wayward Pines stagione 2. Nirmat indossa un bikini color scarlatto, il cui contrasto con l’ambra scura della sua pelle ha, su sinapsi e gonadi predisposte, un impatto addirittura devastante. Ci si mette un secondo a capire che il senso e il significato della seconda stagione del serial che ha esordito lo scorso anno sotto il patrocinio artistico di M. Night Shyamalan, sarà tutto concentrato nelle apparizioni della Kaur, dispensatrice di gioia e di doni. Di doni, sì. Perché ha un corpo e delle forme, Nimrat, che sembrano fuoriuscire dai limiti che le ha concesso lo spazio, come se l’aria non riuscisse a contenerla, a contenere il profluvio dei suoi capelli neri come la sagoma della luna frapposta al sole durante un eclisse. Il suo ruolo in WP2 è quello della moglie di Jason Patric, Rebecca Yedlin (pure il nome finto è bellissimo!) catapultata insieme a lui duemila anni in avanti nel futuro, nell’unica città al mondo sopravvissuta a una catastrofe totale, Wayward Pines appunto, baluardo contro una nuova razza cannibale e selvaggia che furoreggia sul pianeta. La storia la conoscete. Non siamo che alla quarta puntata, quindi ci attendiamo ancora molte sorprese, non tanto dal serial in sé, che finora non ha brillato per particolari meriti, quanto dal personaggio (e dal personale) di Nimrat, che ha il potere, apparendo, come cantava quel tale, di ispirare i poeti, di confondere i magneti, di far parlare tutto di lei.