Featured Image

Il giustiziere sfida la città

1975
Titolo Originale:
Il giustiziere sfida la città
REGIA:
Umberto Lenzi
CAST:
Tomás Milián: "Rambo" Joseph Cotten: Don Paternò Adolfo Lastretti: Ciccio Paternò Maria Fiore: Maria Scalia Mario Piave: Pino Scalia Luciano Catenacci (Conti)
Guido Alberti (titolare della sala da biliardo)
Femi Benussi (Flora) Silvano Tranquilli

Il nostro giudizio

Il giustiziere sfida la città è un film del 1975, diretto da Umberto Lenzi

Non è certo un grandissimo film, Il giustiziere sfida la città. Per una somma di ragioni: di cui la minore è la spartanità del plot, che il fatto di essere un rifacimento poliziottesco di Per un pugno di dollari rende ancora più insipido (remake per remake, molto meglio allora Il conto è chiuso di Massi). La storiella del bambino in pericolo è un must lenziano del periodo, che arriva da L’uomo della strada fa giustizia e prosegue tal quale in Il trucido e lo sbirro, oltretutto con le medesime ridondanze topografiche (il casale in campagna dove si tirano le fila della vicenda). Però, se negli altri due film funziona, qui è un elemento appiccicato e noioso. Terza cosa, mancano del tutto la cattiveria, il cinismo e il sarcasmo usuali: e a levare questo condimento, non c’è azione o dialogo che tenga. Persino i soliti noti, i caratteristi che garantiscono il contorno (Guido Alberti, Nino Casale, Luciano Catenacci, Mario Novelli, Giuseppe Castellano eccetera), sono grigi e insipidi. E quanto a Femi Benussi, dire che è indigesta è poco. C’è, è vero, l’ottima intuizione di Joseph Cotten come boss sull’orlo della cecità e il rapporto con il suo

braccio destro, gay e psicopatico, Adolfo Lastretti. Ma anche questo, nell’insieme va perso.

La prima mezz’ora del Giustiziere sfida la città è una specie di lunghissimo spottone della Mondialpol (siamo nel periodo in cui l’argomento del giorno in Italia è quello dei “gorilla” e della “polizia privata” e il cinema ne offre puntuale riflesso, da Vai gorilla all’episodio con Sordi di Di che segno sei?), quasi imbarazzante per didascalismo e inverosimiglianza (Rambo che, dopo aver dimostrato la propria abilità nel karate e nel tiro con la pistola, si sente dire da un più che mai bollito Felleghy: «Se vuole, domani è dei nostri»). E veniamo a Tomas Milian. A parte la scelta sbagliatissima di farlo doppiare da Ferruccio Amendola, perché quella voce con Rambo non c’entra davvero niente – eccolo qui, il classico caso in cui Milian avrebbe dovuto doppiarsi da sé –, ci si domanda che cosa del protagonista di First Blood – il romanzo che aveva letto in America e di cui si era innamorato – l’attore cubano abbia travasato in questo carattere. D’accordo, non gli lasciarono fare quel che voleva, cioé proprio il personaggio del libro di David Morrel, quello che poi portò sullo schermo Stallone.

Ma, conoscendo Tomas, non ci si capacita che nel suo Rambo non abbia ficcato proprio nulla del Rambo originale. Eppure… La carica di rabbia interiore non c’è. La disperazione di un emarginato non c’è. La solitudine esistenziale non c’è. Rimane una sorta di proto-Giraldi, che in giubbotto di pelle, zuccotto e ray-ban agisce da castigamatti come farebbe un Merli qualsiasi con addosso il suo Facis mezzo forte. Sicché, diventa interessante solo valutare il valore anticipatorio di certi passaggi: da un lato il look che verrà ripreso all’inizio della serie di Corbucci, in Squadra antiscippo; e dall’altro momenti come quello in cui Rambo illustra a Luciano Catenacci la morale del “buco”: «La vità è un buco: nasciamo da un buco, mangiamo da un buco, caghiamo da un buco e finiamo in un buco…», che sta già perfettamente nella linea degli apologhi di un Gobbo e di un Monnezza.