Intervista a Roberto Rup Paolini

Il progetto Carboluce e Film fantasma

Incontro Roberto Rup Paolini per via di un progetto, che lo vede come mente onnicreante ma anche come braccio operativo. Teoria e pratica interconnesse. Si chiama “Carboluce” ed è molto interessante nella misura in cui introduce un distinguo, essenziale, tra cinema underground e cinema indipendente, che oggi, 20 anni dopo la rivoluzione introdotta dal digitale, sono concetti e strade, cioè pratiche, che si biforcano. Non è una fumisteria, altrimenti non avrei dedicato tempo e attenzione a questa intrapresa che si è concretizzata in un’opera estremamente interessante, Film fantasma, un’antologia di corti accomunati dal fil rouge, appunto, dei fantasmi. Nell’accezione più vasta che il termine ammette in sé…

Sì, occorre partire dalla situazione che si è venuta a creare dopo il cambio di secolo, più o meno. Ciò che prima era “underground” è diventato “indipendente” e ciò che prima era “indipendente” aveva tutto un altro tipo di mercato e di produzione. A un certo punto, mi sono accorto che da un determinato livello in giù, nessuno guardava le opere; nessun editore, nessun distributore se ne interessava, non c’era circolazione, visibilità…

Io semplifico: il cinema underground ha ambizioni, è strutturato come ricerca, sperimentazione. L’indi, per come lo si intende adesso, è, o vorrebbe essere, exploitation. Che poi riesca ad esserlo o meno, è altro discorso…  

Sì. Gli autori che si autoproducevano, cercavano di portare in giro da soli il proprio lavoro, ma si stancavano presto, perché, soprattutto nell’autoproduzione, è molto difficile vendere un film. Arrivi al momento in cui, finalmente, hai terminato il lavoro, avresti voglia di mostrare  ciò che hai fatto, ci provi, da solo, ma non hai esperienza e quindi vai a sbattere ripetutamente contro muri di gomma. Ti passa la voglia. Questo tipo di produzioni erano completamente ignorate, se non in alcuni casi, ad esempio Supra Natura di Seth Morley e Dem, che ha avuto un poco di distribuzione, ma solo perché Dem è molto conosciuto, aveva contatti in alcuni milieu, nei circoli artistici. Per il resto, film del genere spesso finivano su youtube, o, come nel caso di Akab, venivano sepolti in un cassetto e nessuno più li vedeva. Un peccato, perché le opere erano veramente interessanti e, indipendentemente dal mezzo, dalla tecnica, dal tipo di produzione, contavano su una grande libertà creativa. E la limitatezza di mezzi della produzione, faceva sì che si fosse spinti a trovare degli espedienti, degli escamotages.

Il limite non come limite ma come possibilità…

Mi ci metto in mezzo anche io. Anche io ho provato a distribuire le mie cose da solo. Sì, questa limitatezza, ci portava… questa totale libertà e autogestione, ci portava a trovare espedienti registici, produttivi, molto interessanti. Ci portava a fare cose, magari a volte anche ingenuamente… che avevano, però, qualcosa di magico rispetto a un film “fatto bene”, un film fatto tecnicamente “come si vede”, seguendo tutti gli step, le strutture narrative accademiche, ‘ste cose qua, ma con poca libertà creativa. Quando ho cominciato a farmi passare i film da gente che conoscevo, da gente che conoscevano i miei amici, registi, autori, artisti che avevano prodotto qualcosa, ho visto che c’era non solo tanto materiale, ma materiale molto interessante. Chiaramente, andando a pescare in un cestino come “autoproduzione”, “cinema underground e sperimentale” trovi veramente tantissima roba che vorrebbe essere qualcosa ma non ci arriva, piuttosto che delle ingenuità eccessive… Nel momento in cui proponi alla gente, a potenziali spettatori, di guardare il tuo film – un film di uno sconosciuto, o semi sconosciuto, che ha provato ad autoprodursi, film tante volte fatti in casa o per strada – esiste una quota di rischio. Io, con Carboluce, ho dalla mia il “progetto”, so, più o meno, quale potrebbe essere la sua evoluzione, per cui so anche che i film che sto scegliendo adesso hanno un senso e che ci saranno altri film che verranno selezionati più avanti e che seguiranno l’evoluzione del progetto. Il punto è dargli un vero e proprio carattere, una personalità, mostrare che Carboluce è qualcosa di specifico, di ben riconoscibile.

Tu arrivi dal cinema “normale”, hai un background tale per cui conosci bene i meccanismi canonici del fare cinema…

Ho lavorato su set di produzioni, pubblicitarie piuttosto che cinematografiche, canoniche e quindi so bene che si tratta di una macchina, di un sistema molto lento, ben strutturato ma molto limitante. Perché per girare diverse scene bisogna muovere tutto lo staff artistico, tecnico: è un delirio totale. Tra una scena e l’altra o tra un take e l’altro, passa molto tempo. La caratteristica di Carboluce è il fatto che gran parte di quello che si realizza – anche se ben edificato: c’è sempre un canovaccio sia di testo che di storyboard – diventa improvvisazione, e questo io lo amo molto, lo rispetto molto. Una cosa che invidiavo  alle altre arti, la fotografia, la musica, la pittura e la scrittura, è il fatto che potesse essere immediata, che fosse fonte della propria ispirazione, realizzata nel momento in cui eri ispirato. Mentre nel cinema, tu parti da un’idea e ora che arrivi a realizzarla passa molto tempo, perché è molto laborioso. Invece in questo tipo di cinema – è anche per questo che lo chiamo “il cinema mesmerico” – ci si lascia ancora muovere dai propri sentimenti, dalla propria idea, da quello che si sente nel momento stesso in cui sei in presenza degli attori, o sul set. Ogni giorno puoi inventarti qualcosa.

Perché il nome, Carboluce?

Perché, simbolicamente, raccolgo queste opere che sono come pezzi di carbone … il carbone è fuligginoso, è un oggetto povero, grezzo, si trova nel sottosuolo – appunto l’underground –, ma possiede un grande valore e grandi potenzialità. Poi, ovviamente, la luce è legata all’immaginario cinematografico…

Come hai messo insieme quest’ opera, Film Fantasma? Questa antologia di lavori eterogenei, ricompresi sotto l’insegna del concetto che mi hai appena illustrato?

Film Fantasma nasce dal desiderio che avevo, da tanto tempo, di assemblare un film collettivo. Fare il regista è un lavoro tendenzialmente solitario, nonostante sul set lavori con tante persone. Ma prima di arrivare sul set, e anche dopo, passi un sacco di tempo da solo. È tutto molto auto-riferito. Invece il bello, per me, è condividere un progetto insieme ad altri registi, per questo era da tanto che pensavo di realizzare un film a episodi collettivo. Mi si è presentata la possibilità nel momento in cui è nato il progetto Carboluce

Quindi, hai cooptato una serie di registi…

Sì, e abbiamo cominciato tutti assieme a discutere cosa sarebbe potuto essere il film, quale il tema centrale. A un certo punto è venuto fuori “i fantasmi”, che mi piaceva perché era un soggetto un po’ pop e anche divertente, oltre che horror: conoscendo i soggetti e gli autori raccolti sotto Carboluce, sapevo che non saremmo andati su un horror tradizionale. Il “fantasma” ha un’accezione larga, laterale, non si parla soltanto del “fantasmino col lenzuolo” ma anche di fantasmi personali, di fantasmi del passato e di tante altre cose. Un giorno mi sono alzato dal letto, ho proposto agli altri questo progetto, hanno acconsentito, e ho cominciato, abbiamo cominciato, a lavorare in quella direzione. Non è che si parta completamente poveri, con le tasche vuote… in questo ambiente ci si aiuta a vicenda, per cui, magari, coinvolgi un musicista per fare la colonna sonora e in cambio del suo lavoro gli restituisci altro lavoro, gli fai il video clip o altro. Magari vivi in maniera un pochino più stretta per un mese o due però riesci a dare un rimborso spese agli attori o comperi qualche oggetto di scena. Insomma, si può fare. Un po’ di fortuna, anche, non fa mai male. E alla fine, da quando sono partito con un’idea, da solo, al momento in cui ho scritto i titoli di coda di Film fantasma, mi sono reso conto che eravamo arrivati a 98 persone coinvolte, quindi parecchie.

Chi sono, allora, gli autori di questi frammenti che vanno a comporre il Film fantasma? Chi hai coinvolto?

Ho pensato di partire dai registi che allora, quando è partito il progetto, avevo sotto l’etichetta, tranne una – che effettivamente, ammetto, era l’unica donna. Ma lei era una documentarista e Film fantasma non aveva quella direzione, voleva essere un progetto narrativo. Sei sono i registi, compreso me: Michele Salvezza, l’ultimo entrato nel roster di Carboluce, Alberto Sansone, che, invece, è stato uno dei primi, Ryan Spring Dooley, un personaggio bello eccentrico che si occupa di tante cose, è anche musicista e street artist. Poi Akab e Seth Morley. C’è anche un artista che ho coinvolto per fare i titoli di coda, Ruggero Asnago.

In quali direzioni ti stai muovendo per mostrare il film che avete realizzato?

Dovrò portarlo in giro per i cinema aperti alla produzione indipendente e per questo dovrò avere il visto censura, che è una spesa e ci vuole il tempo che ci vuole, ma pian piano riuscirò a fare anche questo. Nel frattempo, l’idea sarebbe riuscire a portarlo fuori concorso a qualche festival; una delle cose che cerco di non fare, e di non appoggiare, è la competizione: vorrei che i film di Carboluce non andassero mai in competizione. È una cosa che sono già riuscito a fare in passato con altri miei film e funziona molto bene, perché vivi tutto in maniera più rilassata e costruttiva. Poi vorrei tornare a collaborare con varie realtà come Cinema Beltrade. Adesso inizierò una collaborazione con il Wanted Clan di Milano, quindi nuove proiezioni, partendo proprio da Milano. L’ideale sarebbe trovare una distribuzione, incline ovviamente a questo tipo di creatività e di potenzialità, che abbia voglia, insieme a noi, di portare questo tipo di cinema in giro, con un investimento minimo. Penso sia una cosa fattibile, perché non c’è niente del genere in circolazione, quindi non c’è competizione, è una cosa davvero a sé. E poi perché è l’inizio di un percorso, per cui sarebbe bello trovare qualcuno con cui cominciare a collaborare su progetti specifici, coinvolgendo autori e artisti che da soli non ce la fanno. Perché è un periodo difficile, si fa fatica e credo che avere un progetto, soprattutto nel cinema, che riesca a coinvolgere anche i più giovani sia una bella cosa. Mi piacerebbe questo. E con Carboluce farò il possibile…