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The Beekeeper

2024
REGIA:
David Ayer
CAST:
Jason Statham (Adam Clay)
Josh Hutcherson (Derek Danforth)
Jeremy Irons (Wallace Westwyld)

Il nostro giudizio

The Beekeeper è un film del 2024, diretto da David Ayer.

Io vi troverò e vi farò un mazzo tanto! È in questi termini che si potrebbe riassumere lo spirito del cinema muscolare degli ultimi vent’anni; nipote più o meno degno degli incazzuti Giustizieri della Notte di bronsoniana memoria e figlioccio di primo letto degli incazzati omaccioni dei ghiacci, dei treni e al di sopra della legge resi più o meno celebri dalla vendicativa sete dell’imperituro Liam Neeson. E per uno come David Ayer, che proprio ai muscoli e alle pallottole ha scelto di consacrare la propria altalenante e precocemente invecchiata carriera, non serve poi molto per tirare in piedi un action thriller senza arte né parte né tantomeno particolari pretese. Basta infatti cavar fuori dal freezer l’inflazionatissimo John Wick, sfoltirlo dai dispendiosi barocchismi registici che lo hanno reso un instant cult, sostituire il bel tenebroso faccione di Keanu Reeves con lo squadrato grugno di marmo di Jason Statham e condire il tutto con un plot talmente inverosimile nella sua ingenua assurdità da farci ripiombare in un sol colpo a qui bei tempacci andati quando le rughe e l’artrite non avevano ancora iniziato a serpeggiare fra i cestoni di VHS a prezzo stracciato popolate dai cognomi di Van Damme, Norris, Lundgren e Seagal. Ed è forse proprio con questo spirito nostalgico e inverosimilmente too much che un film come The Beekeeper andrebbe assaporato: ben consci del fatto di trovarsi al cospetto dell’ennesima minestrina riscaldata che, con un colpo al cerchio e un cazzotto alla botte, tra personaggetti ostentatamente grotteschi come nella miglior (o peggior) graphic novel un reazionario spirito pulp fuori tempo massimo riesce comunque, non si sa bene come o perché, a portarsi a casa una sollazzante oretta e quaranta da vivere con biretta, junk food e un elettroencefalogramma corroborantemente piatto.

Ed è tutto o in gran parte merito del nostro bel Jason dagli occhioni di ghiaccio che, così come il suo sanguigno e killeristico omonimo in maschera da Hockey e affilato machete, sotto le mentite e taciturne spoglie di un mite apicoltore sperduto fra la bucolica tranquillità di una piccola fattoria del Massachussetts cela in realtà una mortifera cazzimma pronta ad esplodere a comando così come a tradimento. Quando infatti l’anziana signora Parker (Phylicia Rashād), sua locataria e unica amica, si toglierà la vita dopo essere incautamente finita vittima di un’elaborata frode informatica, il nostro impassibile Mr. Clay deciderà di mettere da parte le amate arnie per riattivare il dormiente spirito da Beekeeper, sorta di segretissimo agente paragovernativo con licenza di uccidere e di fare il buono e cattivo tempo in nome della sicurezza dell’amato alveare a stelle e strisce. Deciso a stanare e ad assicurare alla letale giustizia dell’Altissimo l’infame rete truffaldina responsabile del misfatto come solo La furia di un uomo saprebbe, il nostro picchiaduro dai molti fatti e pochissime parole giungerà tuttavia a scoprire come, a muovere le fila di questo multimilionario scam in odor di Wolf of Wall Street, vi sia nientemeno che il giovane e spietato Derek Danforth (Josh Hutcherson), l’intoccabile primo e unico genito della novella Presidente degli Stati Uniti (Jemma Redgrave), protetto e coccolato dal mellifluo ex capo della CIA Wallace Westwyld (Jeremy Irons).

Fossimo in altri e non sospetti tempi in cui marsupi, leggings multicolore, jeans a vita alta e le martellanti note dei Depeche Mode la facessero ancora da padroni, un film come The Beekeeper non sfigurerebbe di certo nel machistico cartellone di uno dei primi multisala; magari con la regia, che so, di un Joseph Zito e i (modesti) dollari della Cannon Films o, meglio ancora, della maramalda New World Pictures di Corman. Ma trovandoci piuttosto in un desolante 2024 sulla cui precaria testolina ancora pesa la geriatrica spada di Damocle dei fetentissimi Mercenari, beh, tocca farsi andar bene un’adrenalinica e rozza sequela di ossa rotte, dita mozzate e ingenuità narrative che, più che una roboante Gangster Squad, paiono piuttosto gli ingredienti per una caciarona seppur godibilissima Sucide Squad. Se è pur vero tuttavia che il nostro povero Ayer si trova costretto ormai da tempo a veder ridimensionato il proprio registico ego e le proprie risicate finanze per non incappare nelle grinfie di un nuovo pericoloso Tax Collector, è con la Fury e la Tolleranza Zero della pura disperazione che, stavolta, il nostro tenta di scansare l’ennesimo auto-Sabotage per portarsi a casa la cinematografica pagnotta. Ben coscio non solo del fatto che, ormai, La notte non aspetta, ma piuttosto che occorre un cuore indubbiamente più Bright per non far incazzare troppo il pubblico così come il suscettibile Signor Statham. Il quale, a dirla tutta, sembra già più che convinto di poter vestire i palestrati panni di un marveliano Punisher.