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Coming Home in the Dark

2021
REGIA:
James Ashcroft
CAST:
Daniel Gillies (Mandrake)
Erik Thomson (Hoaggie)
Miriama McDowell (Jill)

Il nostro giudizio

Coming Home in the Dark di James Ashcroft è un film del 2021.

Dopo essere stato presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival nella sezione Midnight, il nuovo film di James Ashcroft approda alla trentanovesima edizione del Torino Film Festival come titolo d’apertura della sezione Le stanze di Rol, curata da Pier Maria Bocchi e focalizzata sul cinema di genere, tra horror, bizzarro e stranezze autoriali. Il film di Ashcroft comincia con un tramonto rosso sangue e una presenza oscura sulla cima di una collina. Il presagio di morte è fin troppo evidente e annunciato, seppur presentato nel silenzio e poi in seguito nel fruscio del vento tra le foglie che si dimostra capace d’incutere anche nello spettatore più avvezzo al genere di riferimento, un’angoscia non indifferente. Dopo poco il clima di tensione e panico si placa. Hoggie (Erik Thompson) padre di famiglia che da un pezzo ha superato la mezza età ha deciso di condurre nei meravigliosi paesaggi della Nuova Zelanda la sua famiglia, ossia la giovane moglie Jill (Miriama McDowell) e i due figli adolescenti Maika (Billy Paratene) e Jordan (Frankie Paratene). I luoghi che la famiglia felice si ritrova a visitare però assumono ben presto tutt’altro aspetto. Hoggie sta ripercorrendo il suo passato trascinando insieme a lui la famiglia che ne è però all’oscuro, o così sembra. Nel bel mezzo di un picnic in una zona rurale tanto bella, quanto remota, Mandrake (Daniel Gillies) e Tubs (Matthias Luafutu), due uomini armati e dalle intenzioni e volti inquietanti aggrediscono la famiglia di Hoggie costringendola a prendere parte ad un sadico, violento ed efferato viaggio a quattro nella notte, tra ricordi celati e traumi di un passato scomodo e spietato.

Chi sono i due aggressori? Perché questa famiglia? Chi è stato Hoggie? Coming Home in the Dark che è poi la spiegazione letterale di ciò che il film è, nel presentare queste tre domande si dimostra sorprendentemente maturo e incisivo nonostante un impianto minimale ed un’estetica forte seppur di tanto in tanto amatoriale. James Ashcroft riflette tanto sullo Sleepers di Barry Levinson, quanto sull’acclamato e disperato Animali notturni di Tom Ford, soprattutto rispetto ad un’impostazione narrativa che i tre i film condividono, quella del passato che prende il sopravvento sul presente mutandone nella violenza più cieca ed efferata logiche e attese. Niente di questo film è convenzionale, a partire da una cura per il dettaglio pressoché maniacale che trova esplicitazione in una battuta di dialogo di Mandrake che si ritrova a suggerire ai testimoni della sua crudeltà quanto in letteratura e nei racconti della vita i dettagli siano centrali. Non c’è alcuna speranza, così come spiragli di luce nel viaggio notturno fortemente metaforico che vittime e carnefici in un continuo scambiarsi di ruolo conducono fino alla catarsi e all’annullamento di qualsiasi umanità, in un luogo che diventa chiave rispetto al discorso che è in tutto e per tutto madre della violenza e del male scaturito, ossia il passato e più nello specifico una scuola ormai in stato d’abbandono. Gli splendidi paesaggi iniziali della Nuova Zelanda non sono altro che illusioni del principio scartate intelligentemente da Ashcroft in favore di una distruzione senza fine, prima psicologica e poi fisica. Coming Home In The Dark è un grande film di cui perfino Levinson e Ford andrebbero fieri.