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La morte dietro la porta

1974
Titolo Originale:
Dead of Night
REGIA:
Bob Clark
CAST:
Richard Backus (Andy Brooks)
John Marley (Charles Brooks)
Lynn Carlin (Christine Brooks)

Il nostro giudizio

La morte dietro la porta è un film del 1974, diretto da Bob Clark.

Andy Brooks (Richard Backus) muore nel Vietnam. I genitori, Charley (John Marley) e Christine (Lynn Carlin), che vivono in una cittadina della Florida con la figlia Kathy e il cane Butch, apprendono la notizia della morte da un telegramma. Pochi giorni dopo, la madre di Andy esprime il desiderio di rivedere il figlio. Andy fa ritorno a casa, mentre al telegiornale diffondono la notizia che un camionista è stato ucciso e dissanguato da un soldato al quale aveva dato un passaggio. Ma al suo ritorno non è più lo stesso Andy. Bob Clark, il papà del proto-slasher Black Christmas (1974) e della sex-comedy Porkys (1981), ha iniziato la sua carriera di regista proprio con l’horror. Dopo l’esordio al cinema con L’assedio dei morti viventi (1972) Clark mette in scena un perfetto dramma famigliare che parte dagli orrori della guerra e dalla derivante devastazione psicologica, per raccontare la disgregazione del nucleo familiare americano. Il ritorno di Andy, silenzioso, morto dentro e fuori dopo essere stato in Vietnam, è un cancro che dilania la sua famiglia giorno per giorno, lentamente come il tempo che Andy passa dondolandosi sulla sedia, con lo sguardo fisso e il cuore spento, man mano che il ragazzo si nutre di sangue per non putrefarsi.

La tipica famiglia americana, con la sua villetta uguale a tante altre e il cagnolino uguale a tanti altri, con il suo ottimismo e la fiducia che tutto tornerà come prima. Andy, lo zombi di poche parole, silenzioso e weird, è il ritratto perfetto della generazione anti-Vietnam, tornato dall’orrore per mostrare alla società altri orrori, quelli che si nascondono tra le crepe delle mura domestiche, delle istituzioni, degli ospedali e dell’American Way of Life tutto, proprio quello che ha mandato i suoi figli a morire al fronte. Non importa come abbia fatto Andy a tornare, se sia stato Dio, il Diavolo, un sortilegio o semplicemente una promessa che il ragazzo ha fatto alla madre. Clark non ce lo dice né ce lo mostra, e d’altronde poco importa. Il ritratto che viene fuori dal film di Clark è cupo e senza speranza: una metafora sul disfacimento sociale provocato dalla guerra e dalle incomprensioni famigliari.

Un dramma straziante che si svolge per lo più tra le quattro mura domestiche, ma che si apre a tante letture e varianti sul tema. Andy, non solo uccide, ma si nutre del sangue dei vivi – grazie agli splendidi effetti dell’allora esordiente Tom Savini – sangue di chi non sa nemmeno cosa sia la guerra, che ride sui suoi cadaveri o riduce l’orrore a una barzelletta da raccontare agli amici. Andy si inietta il sangue dei vivi,  e potrebbe essere uno dei tanti mai-tornati dalla guerra, vittime della droga o della follia. Non va dimenticato, infatti, che l’abuso di eroina e altre sostanze in Vietnam divenne talmente critico che il 15% dei soldati al ritorno dal fronte sviluppò una dipendenza, tanto che Nixon introdusse i primi programmi per il trattamento delle tossicodipendenze. Clark sembra sapere tutto ciò e lo porta sullo schermo utilizzando la finzione del morto vivente, non molto distante dal dramma giovanile che porterà sullo schermo con una carica espressionista potentissima George A. Romero con Martin (1977).  La morte dietro la porta è un urlo potente contro la guerra e l’ipocrisia che si cela dietro chi celebra le sue vittorie e le sue vittime. Un urlo straziante che si consuma nel finale, agghiacciante, drammatico eppure così emblematico, un finale potentissimo che trova nella morte la sua unica consolazione.