Species

All'aliena piace il sesso. E uccidere...

Alla base del primo Species c’è il progetto SETI, che ha dato i suoi frutti. La ricerca di forme di vita intelligente nel cosmo, oltre alla nostra, si è concretizzata in un messaggio di ritorno dalle profondità dell’universo, in cui gli alieni senza volto e senza nome spiegano come ricombinare il nostro DNA, per ottenere un nuovo essere. Gli scienziati han deciso che fosse meglio puntare su una creatura di sesso femminile, perché più  morbida e malleabile. Così han dato vita a Sil, embrione, poi feto, quindi neonata, bimba e ragazzina di dodici anni nel giro di solo qualche mese. Su di lei, isolata come una bestia da zoo, dentro una cella trasparente, fanno esperimenti, ipotesi, prove, finché un bel giorno Ben Kinsley decide che è tempo di sbarazzarsene, seppur con le lacrime agli occhi, perché lo sviluppo di Sil è abnorme e riserva troppe incognite. Tentano di ucciderla con un gas, ma lei reagisce, sfonda la gabbia e fugge via, nel deserto, dileguandosi a bordo del primo treno che passa… Perchè Sil? Piace credere – anche se non è vero – che richiami silk, “seta”. Seta è la piccola Michelle Williams che interpreta Sil adolescente, ma ancor più di seta è la figura di Natasha Henstridge, nella quale confluisce la successiva trasformazione dell’essere, che esce da un orrido bozzolo vischioso a bordo di una carrozza ferroviaria e si ritrova, ventenne bella e bionda come il sole, in quel di Los Angeles.

A parte il debutto della fantastica Henstridge, che in seguito altri treni ha preso (Fantasmi da Marte, di Carpenter), altri ne ha perduti (a cominciare dal vedersi soffiare da Milla Jovovich il ruolo della protagonista in Resident Evil), il primo Species di Roger Donaldson aveva di bello che intorbidava un po’  i normali schemi retorici, l’abituale etica del blockbuster. Sil si porta dietro come retaggio della sua origine extraterrestre una pulsione incoercibile ad accoppiarsi, per soddisfare la quale non si fa il minimo problema ad uccidere. In realtà, ha l’ammazzamento facile, Sil, anche quando l’immediato obiettivo non sia scopare. Appena a bordo del treno, aveva preso un barbone che cercava di avvicinarla e lo aveva scagliato contro un muro, squadernandone il corpo come fosse un gioppino. Dettaglio saliente è poi che l’atto copulativo libera la vera natura della  bella che si fa bestia, ossia una creatura dall’aspetto metallico che Giger ha disegnato e Steve Johnson ha tradotto in atto. Poi la questione estetica è relativa: visto che nel secondo Species, dove dai geni di Sil è stata clonata Eve (sempre la divina Henstridge), c’è in ballo un altro essere maschio della stessa genia che giunge sulla Terra al seguito di una missione di ritorno da Marte, fremendo dal desiderio di avvinghiarsi al lucido carapace, irto di tentacoli, di una femmina della sua specie che evidentemente costituisce il canone di bellezza massimo per gli extraterrestri, tanto quanto lo è per noi quando assume la forma umana della marmorea Natasha.

Nei primi due Species il sesso è un chiodo fisso per tutti. Lo è per Sil/Eve come lo è per il team di esperti che la braccano al soldo del governo – Michael Madsen e Marg Helgenberger si dice venissero richiesti di improvvisare le scene erotiche  mentre giravano, sul set. All’inizio del numero due, l’astronauta posseduto dal demone alieno si faceva insieme due sorelle, trasformandosi durante l’atto e facendole a pezzi, in una scena che nei cinema non ci è andata ma che il dvd sta lì a testimoniare quanto fosse poco usuale e corretta. Niente di ciò che è venuto dopo gli Species, ad essi dichiaratamente rifacendosi – parliamo eminentemente dei due Decoys – si è mai spinto così in là. Nemmeno nel gore, perché certi effetti, soprattutto nel secondo film, diretto da Peter Medak con mano meno felice ma più pesante – in tutti i significati – di Donaldson, lasciano il segno (chi si dimentica di George Dzundza che cerca inutilmente di esorcizzare lo spirito alieno che lo abita sparandosi via la testa con un fucile, che subito, però, gli ricresce?). La resurrezione della Specie, dopo che Eve sembrava morta in seguito al galattico amplesso col suo partner, sgravandosi lì per lì di un pugno di nuove se stesse in nuce, avviene solo nel 2004, sotto i normalizzanti auspici di un regista di stampo televisivo, di nome Brad Turner – che però non ha il braccino corto in materia di effetti speciali cruenti – e di una destinazione straigh to dvd. Natasha Henstridge sta in scena uno spicciolo di secondi, all’inizio del film, giusto il tempo di venire uccisa da una delle sue micidiali neonate e di scodellarne subito un’altra, che si chiamerà Sara e crescerà in vigore di corpo – quello che le presta la curvacea Sunny Mabrey – accudita da uno scienziato che l’ha tenuta nascosta ai militari.

Si tratta di un capitolo interlocutorio degli Species, del quale – a parte i seni marmorei e rifatti della Mabrey – ci si ricorda poco o niente. Molto meglio il numero quattro, Species IV il risveglio, di Nick Lyon, girato nel 2007 imprimendo al ciclo un certo rilevante mutamento di rotta rispetto al passato. Fuori Sunny Mabrey dentro Helena Mattson, biondona ventiduenne che raccoglie sì il testimone delle antenate, come procacità e ansia copulatoria, ma non è malaccio in quanto attrice e si ritrova calata in un serraglio surreale degno del Cabal di Clive Braker: una città messicana trasformata in Paese dei Mostri, frutto degli esperimenti con dna xenomorfo, di uno dei due uomini che hanno, a suo tempo, dato vita a Miranda – così si chiama la novella rappresentante della Specie. Gli effetti speciali della Spin West VFX sono tutt’altro che di comodo, soprattutto quando ci rivelano nuove dotazioni “belliche” delle mutanti nelle loro lingue estensibili e perforanti come magli.   Ed è ideaccia far apparire una versipelle malvagia e sexyssima, che per gelosia sfida la protagonista a singolar tenzone e porta l’esotico nome di Azura (Marlene Favela).