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Veneciafrenia

2021
REGIA:
Álex de la Iglesia
CAST:
Ingrid García Jonsson (Isa)
Silvia Alonso (Susana)
Goize Blanco (Arantza)

Il nostro giudizio

Veneciafrenia è un film del 2021, diretto da Álex de la Iglesia.

Tra una morte, un giallo, un anonimo e qualche dicembre rosso shocking, cinematograficamente parlando si può ben dire che Venezia non sia certo la più indicata fra le mete turistiche. Almeno non secondo quel pazzo di Álex de la Iglesia, per il quale la magica Serenissima di turisti non sembra proprio più volerne sentir parlare nemmeno per sbaglio. È infatti una città decisamente insidiosa e tutt’altro che ospitale quella che fa da sfondo a Veneciafrenia, simile in tutto e per tutto a una mortifera succursale di Hostel popolata da trucidi e incattiviti paesanotti che, tra uno sguardo in cagnesco e sibilline maledizioni biascicate fra denti storti e ingialliti, sembrano non chiedere nulla di meglio che offrire ai buzzurri e casinari forestieri un tutt’altro che tranquillo weekend di paura. Più o meno quello che sembra attendere fin dal principio la futura sposina Isa (Ingrid García-Jonsson) e il suo turbolento gruppo di amici, partiti dalla caliente España per passare uno spensierato addio al celibato fra i calli e le gondole della magica patria di Antonio Casanova ma costretti, loro malgrado, a lottare con le unghie e con i denti per la loro stessa sopravvivenza. D’altronde, come si dice? Vedi Venezia e poi muori, giusto?

Accolti a sputi e insulti da un nutrito corteo di esagitati autoctoni che sembrano non vedere di buon occhio il transito delle imponenti navi da crociera fra le secolari acque lagunari, i nostri incauti Turistas avranno infatti modo di subodorare la tesa e avversa aria, mista a muffa e topi morti, che tira sotto al Ponte dei Sospiri e all’ombra del cupolone di San Marco, sopratutto dopo aver casualmente fatto la tutt’altro che gradita conoscenza di un misterioso loschissimo figuro mascherato da inquietante giullare, fuoriuscito da una versione alquanto creepy del celeberrimo Rigoletto e già impegnato, per proprio conto, a offrire ai nuovi venuti in bermuda e infradito un’esperienza a dir poco indimenticabile. Ma sarà l’improvvisa e inspiegabile scomparsa dello strafumato fratellino José (Alberto Bang) all’indomani di un equivoco party in maschera in odor di Eyes Wide Shut a mettere seriamente in allarme la spaurita Isa e la sua terrorizzata comitiva, portandoli ben presto a intuire come un’oscura e malintenzionata società segreta – una sorta di Spectre in versione Anonymous con tutto il piglio esoterico di quei buontemponi degli Illuminati – stia segretamente tramando per risolvere nel sangue una volta per tutte il gravoso problema del turismo selvaggio. Si perché, così come il buon Edgar Wright ci ha ben dimostrato con il suo irriverente Hot Fuzz, i panni sporchi, sopratutto quando vengono da fuori, più che in casa è bene lavarseli direttamente in città

È un film decisamente cattivo e incattivito questo Veneciafrenia, certamente il più cinico dai tempi del bellissimo e impietoso La ballata dell’odio e dell’amore, con il quale condivide, oltre alla ruvidezza di uno stile di messa in scena quasi estemporaneo nel suo funereo barocchismo, anche e sopratutto il medesimo gusto per un’improbabile quanto letale Vendetta Mascherata. Una vendetta decisamente caustica e in un certo senso alquanto ironica che, se nel nerissimo La comunidad era ancora relegata ad una claustrofobia dimensione da salotto, stavolta finisce per contagiare come un cancro l’intero macrocosmo urbano, generando una viscerale e subliminale sensazione di pungente disagio capace di andare ben oltre le sporadiche ingenuità di sceneggiatura e la qualità non sempre eccelsa di certe performance attoriali battenti, ma guarda un pò, proprio la nostrana e malfamata bandiera tricolore. Un’opera indubbiamente grottesca e sufficientemente imbevuta di quella verace e familiare anarchia inglesiana certo non più fresca e pungente come ai bei tempi d’oro; sanguigna al punto giusto senza tuttavia eccedere in truculenza a buon mercato. Almeno sino allo scoccare dell’ultimo quarto d’ora, quando l’esagitata scintilla del turbolento cineasta di Bilbao sembra finalmente essere pronta a tornare in tutta la sua giovanile provocatoria crudeltà, disinteressandosi totalmente di cosucce come la coerenza e la benamata sospensione dell’incredulità per urlaci dritto in faccia come, a differenza dei rumorosi e puzzolenti avventori dell’umida terra del Doge, noi poveri spettatori saremo sempre i ben venuti nel suo sciroccato cinema dell’eccesso. Con o senza selfie stick, s’intende.