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The Unsolved Killings of Jack the Ripper

2023
Titolo Originale:
The Unsolved Killings of Jack the Ripper
REGIA:
Rebekah Llewelyn
CAST:
Mick Priestley (se stesso)

Il nostro giudizio

The Unsolved Killings of Jack the Ripper è un film del 2023, diretto da Rebekah Llewelyn.

Sul True Crime ci abbiamo scritto un lungo dossier su Nocturno n. 242, gettando la sonda nei principali titoli dell’oggi, a partire da una premessa fondante: la smania di guardare, il voyeurismo intrinseco nello scrutare l’abisso, ossia i crimini degli altri, a distanza di sicurezza dietro il filtro dello schermo. Vedere, illudersi di partecipare, ma restando lontani: era una traccia per spiegare l’esplosione del True Crime nel presente. Dalla mappatura restava fuori il crimine per eccellenza, il serial killer fondativo e immortale, quello da cui tutto inizia e a cui sempre si torna: Jack lo Squartatore. L’occasione la fornisce un nuovo documentario sui fatti del 1888, ovvero The Unsolved Killings of Jack the Ripper, regia Rebekah Llewelyn, durata circa 50 minuti, disponibile ora in Italia a noleggio sulla piattaforma Prime Video. Va detto che sul caso primario è stato detto, fatto e scritto di tutto, in qualsiasi forma, citare qualcosa sarebbe perfino fare torto al resto: io sono particolarmente affezionato al romanzo di Robert Bloch, Jack lo Squartatore, che è lo stesso autore di Psycho da cui il film di Hitchcock; ma ognuno ha il suo preferito, nel nuovo millennio c’è il film From Hell (da noi La vera storia di Jack lo Squartatore), tratto dalla graphic novel di culto di Alan Moore, con Johnny Depp nei panni dell’ispettore Abberline che insegue l’assassino. E molti ci sono rimasti sotto, come si dice, cioè sono finiti ossessionati nei modi più strani e perversi. Tra loro c’è la scrittrice Patricia Cornwell, la madre di Kay Scarpetta, che nel libro Ritratto di un assassino “accusa” di essere Jack il pittore post-impressionista Walter Sickert, arrivando perfino a distruggere un suo dipinto in cerca di una fantomatica prova del DNA, con relativa perdita economica e artistica. Roba da pazzi…

Tornando al punto, invece, quindi al nuovo True Crime, è interessante verificare la tenuta della storia 135 anni dopo il suo effettivo svolgimento. Jack lo Squartatore regge alla grande. Rebekah Llewelyn organizza una ricostruzione poggiandosi su uno dei massimi esperti del caso: Mick Priestley, dalla cui penna è uscito Jack the Ripper: One Autumn in Whitechapel, mai tradotto in italiano, che inquadra la vicenda in modo complessivo, non solo dalla prospettiva criminale ma anche da quella politica e sociale. È lui il Virgilio che ci guida nel viaggio all’inferno. Pochi sanno, e nel film funge da premessa, che i delitti di Jack servirono per paradosso a migliorare il quartiere di Whitechapel, uno dei peggiori di Londra, dominato da povertà, prostituzione e alcolismo, un vero e proprio ghetto dei disperati nella City. Per dirne una, a fine Ottocento non c’era illuminazione per le strade e questo favorì notevolmente le gesta del killer che, proprio graficamente, poteva muoversi nell’oscurità senza essere visto. Poi ci si rese conto, a cose fatte, che un avamposto di tale indigenza in mezzo alla capitale non era tollerabile, sia per le condizioni igieniche che perché culla di attività criminali di vario genere – tra cui strozzini e case chiuse – e quindi il governo decise di migliorarlo anche a seguito degli omicidi, innescando il percorso di “deghettizzazione” che lentamente lo porta a diventare un luogo normale com’è oggi. Per il resto, naturalmente, si dispiega la rimessa in scena del crime che portò alla fondazione del moderno serial killer: dalla prima vittima Mary Anne Nichols all’ultima Mary Jane Kelly, dalla fine di agosto al novembre 1888, con i cinque omicidi attribuiti prima di sparire nel nulla, o forse continuare altrove, o forse morire. Tutte donne scelte nelle fasce più deboli, prostitute o alcolizzate, che il vigliacco aggrediva nottetempo nell’indifferenza più o meno generalizzata; lo faceva coi noti tratti comuni, in primis l’accurata abilità nella dissezione delle vittime che fece sospettare si trattasse di un macellaio o perfino di un chirurgo – Whitechapel era zona di macelli.

Nell’arco della ricostruzione la lente passa dal contesto alle singole vittime, descritte nella loro triste fine, con tanto di foto d’epoca, comunque reperibili in rete, sullo scempio compiuto dal maniaco. Dall’altra parte si entra negli uffici di Scotland Yard, disorientati dal nuovo tipo di assassino, sino a mostrare le carte del tempo, e per carte s’intende proprio carte, dalle famose lettere del killer ai fogli scritti a mano che erano l’unico mezzo a disposizione. Nel secolo precedente alla gemmazione dei serial killer, alle teorie sul profiling di John Douglas, alle tracce ematiche e al DNA, Jack prospera indisturbato e costruisce il suo fascino immortale sull’imprendibilità, sull’enigma mai sciolto, sull’autunno di sangue per poi svanire come un fantasma. Ci sono i sospettati, certo, che il film ripassa sino a giungere in un vicolo cieco, come uno Zodiac ante litteram: uno di loro potrebbe essere Jack come no, e soprattutto non fu mai provato. Infine The Unsolved Killings of Jack the Ripper sconta le parti più deboli nella ricostruzione finzionale, che si limita a squarci di vicoli oscuri, prostitute dagli sguardi languidi, centrali di polizia abbastanza stereotipate. E lascia un dubbio anche sull’eccessiva brevità, perché il caso è così vertiginoso che se ne vorrebbe di più. Ma la storia di Jack the Ripper è tanto potente che ancora oggi porta a casa il risultato.