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The Swerve

2018
REGIA:
Dean Kapsalis
CAST:
Azura Skye (Holly)
Bryce Pinkham (Rob)
Ashley Bell (Claudia)

Il nostro giudizio

The Swerve è un film del 2018, diretto da Dean Kapsalis.

Viene un po’ da chiedersi, al picco di questa nuova golden age dell’indie horror, dove si sia costituito il grande trend nichilista che spopola ormai da qualche tempo fra le principali produzioni internazionali d’autore. Sarà forse lo zeitgeist del tempo in cui viviamo? Lo aveva teorizzato pure Lanthimos, qualche anno fa, con le sue sferzate di virtuosismo modaiolo e i suoi cervi sacrificali: una sorta di eterno ritorno, con lo sguardo perennemente rivolto verso l’archetipo della sfida umana contro la propria tendenza auto-distruttiva. Una premessa che suona più manierista che mai, a fine 2020 (sarà che di tragedie, quest’anno, se ne sono viste in eccesso). Il paradigma tragico classico rimane, al di là dei formalismi più ovvi, un gymnasion unico per gli autori in erba, se non altro perché lascia lo spazio, ai più avventurosi fra questi, di confrontarsi coraggiosamente con i propri modelli culturali. All’americano Dean Kapsalis questo coraggio non manca. Se ne sono accorti subito i critici che, quando il suo debutto The Swerve ha cominciato a fare il giro dei festival nel 2018, si sono battuti rumorosamente il petto di fronte alle apparenti potenzialità di questo regista esordiente.

Ci hanno visto giusto, per lo più. È difficile per un nuovo autore bilanciare le proprie influenze filmiche, soprattutto quando il soggetto si rifà direttamente a certi bastioni della cultura popolare. Contro ogni probabilità, invece, The Swerve si riesce a mettere in un colpo solo a cavallo tra Medea e A Woman Under the Influence, scivolando su entrambe le carreggiate con uno sprint e una limpidezza invidiabili: se prendere di petto un paradigma fosse considerato un’arte, l’appena esordiente Kapsalis può ritenersi in tutto e per tutto trionfante. Come nel caso del capolavoro euripideo, The Swerve racconta la decostruzione psicologica di una anti-mater familias, un breakdown mentale che ha il suo zenit-nadir in una silenziosa invasione di topi. Non è un fattore cardine per lo sviluppo del canovaccio, ma la loro presenza scandisce la discesa nel maelstrom emozionale della protagonista Holly, vittima di un soffocante microcosmo familiare. Una citazione di piglio lovecraftiano che è probabilmente l’unico elemento esplicitamente (ma nemmeno troppo) di genere ad insidiarsi fra le scene del debutto di Kapsalis, un’opera sottilmente orrorifica e interessata a ritrarre la sospensione psicologica più che a svelarne gli effetti.

O forse no, e qui sta la vera falla di un film precisino e deciso a farsi capire in tutto e per tutto, a scapito di un’eventuale e consona ambiguità. I topi-fantasma sono uno dei pochi momenti in cui l’immagine filmica sembra parlare di e per sé, piccoli sprazzi di ermetismo che, nella loro inspiegabilità, arrivano dritti alla bocca dello stomaco. È un film di piccoli momenti, quello di Kapsalis, che conta più per i singoli bagliori di stasi e di riflessione mortifera che per l’evoluzione tragica degli eventi, invero un po’ di maniera. Fra le righe del puzzle umano si nasconde soprattutto il bel ritratto di una donna fotografata dentro e fuori il proprio campo di battaglia quotidiano. Inevitabile, in questo senso, un plauso all’ottima performance di Azura Skye nel ruolo di Holly: è soprattutto grazie al suo approccio misurato che la tenera e spaventosa irrisolutezza della storia di Kapsalis prende forma. Siamo lontani dalla totalizzante visione sociologica di A Woman Under the Influence, ma viste le premesse il futuro del regista americano e della sua attrice principale si prospetta particolarmente roseo. Con la benedizione di Cassavetes e di Gena Rowlands.