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The Ritual Killer

2023
REGIA:
George Gallo
CAST:
Cole Hauser (Detective Boyd)
Morgan Freeman (Professor Mackles)
Peter Stormare (Graham)

Il nostro giudizio

The Ritual Killer è un film del 2023, diretto da George Gallo.

Mettiamola così: fosse uscito nei tardi anni ’90 un filmetto come The Ritual Killer forse (e dico forse) avrebbe potuto suscitare ancora un minimo d’interesse. Ma trovandoci già da qualche annetto nella seconda decade del Ventunesimo secolo, con parecchia acqua passata sotto i ponti e altrettanti thriller sul groppone, beh, è più che normale che una robetta del genere fosse destinata ad affogare nel desolante abisso dell’indifferenza. Che la colpa sia da imputare alla regia paratelevisiva di tal George Gallo piuttosto che alle oltre sei manacce che hanno dato vita ad una loffissima sceneggiatura indegna persino di un sonnacchioso gialletto domenicale non è affatto facile a dirsi. Ma su di una e una sola cosa non è dato discutere: oltre che oggettivamente bruttarello, The Ritual Killer è anche e sopratutto un film profondamente ingannevole. Insomma, una grandissima sola, volendo parlare apertamente e fuor di metafora. Se dunque la furbissima locandina sulla quale i faccioni imbolsiti e alquanto spaesati di Cole Hauser e Morgan Freeman campeggiano ai lati del cupolone di San Pietro faceva presagire, chessò, un bel Angeli e Demoni da discount, stavolta è proprio il caso di dire che la fregatura si è rivelata tanto grossa quanto subdola, esattamente come un bel peto in una giornata ventosa.

Tolta, infatti, un’imbarazzante sequenza iniziale d’inseguimento fra gli angusti vicoli capitolini – capace persino di farci rimpiangere quella gran tavanata in terra veneziana di The Tourist –, della Città Eterna si perdono le tracce ancor prima che sia passato il fatidico quarto d’ora dall’inizio di The Ritual Killer, lasciando i restanti settantacinque interminabili minuti in balia della goffa indagine compiuta a casa propria dal detective Boyd (il buon Hauser) e dall’antropologo Professor Mackles (il vecchio Freeman) riguardante alcuni giovani cadaveri trovati orribilmente mutilati. Pare infatti che, tanto nell’insidiosa terra dello Zio Sam quanto nella polverosa Europa, sia in piena attività un tutt’altro che misterioso killer (Vernon Davis) che, da buon stregone Zulù, si sta impunemente procacciando fresche e fragranti membra con le quali creare non un novello crocifisso umano, così come l’esoterico collega seriale del Resurrection di Mulcahy, quanto piuttosto un oscuro rituale propiziatorio chiamo Muti, commissionato da facoltosi uomini d’affari sparsi per il mondo allo scopo di ottenere ricchezza e fortuna. Grazie alla collaborazione a distanza dell’ispettore Lavazzi (Giuseppe Zeno) a capo della tosta questura romana, il nostro fantastico duo si impegolerà in una corsa contro il tempo per stanare questo necrofilo Mago Merlino dell’Africa Nera, prima che la già sofferente sospensione dell’incredulità subisca il definitivo colpo apoplettico e l’intero baraccone, di per sé già pericolosamente traballante, vada  irrimediabilmente e indecorosamente a finire in vacca.

A differenza di quello immaginato dal buon Gadda nella celeberrima Via Merulada, questo pasticciaccio brutto condito e apparecchiato da Gallo con il furbissimo titolone di The Ritual Killer – indubbiamente ganzo, questo gli va riconosciuto – rappresenta quanto di più triste il cinema di genere dalla B alla Z sia oggi in grado di offrire, per giunta avendo tra le grinfie gentaglia non proprio sconosciuta né di primo cinematografico pelo. Ed è appunto con profonda tristezza che si assiste ai non troppo convinti sforzi del fu glorioso Freeman nel portarsi a casa la pagnotta come co-protagonista (forse) involontario di questo non certo poi così tanto involontario rip-off del suo stesso Seven, mentre gli spauriti ed egualmente svogliati foacciotti di Peter Stormare, Brian Kurlander e Maurielle Hilaire fanno capolino a tradimento un po’ dovunque come i pupattoli salterini del mitico Acchiappa la Talpa, tornando a tempo record nella calda e rassicurante confort zone del fuoricampo subito dopo aver incassato le quattro lire vigliacche dei rispettivi stipendi. Tutto il resto, per chi se lo stesse chiedendo, altro non è se non la proverbiale noia tanto decantata dal compianto Franco Califano, resa ancor più amara da un epilogo talmente assurdo nella sua sconquassata ingenuità da farci ben comprendere come, così come in guerra e in amore, a maggior ragione dinnanzi al disastro ogni cosa appare più che lecita. Beh, forse non sempre…