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Tales From the Loop

2020
REGIA:
Jodie Foster, So Yong Kim, Charlie McDowell, Tim Mielants, Mark Romanek, Andrew Stanton, Dearbhla Walsh, Ti West
CAST:
Daniel Zolghadri (Jakob)
Rebecca Hall (Loretta)
Paul Schneider (George)

Il nostro giudizio

Tales From the Loop è una serie tv del 2020, creata da Nathaniel Halpern.

Paesaggi rurali, illuminati tristemente da luci decadenti e mai accese, spesso addirittura celati da una nebbia post-apocalittica, popolati da una civiltà umana di qualche decennio fa in convivenza con animali di altre ere e vestigia robotiche, automi fuoriusciti dal cinema di fantascienza e allotri rispetto al contesto in cui si muovono: è questo il tema delle illustrazioni evocative del giovane designer svedese Simon Stålenhag, la cui ispirazione è chiaramente derivata dal più recente cinema di fantascienza con uno sguardo pessimista e disilluso del proprio paese, come se fosse sopravvissuto a una catastrofe. Una delle sue opere tematiche più complesse è un libro in cui le illustrazioni vengono collegate da un filo narrativo, Tales From the Loop. Gli Amazon Studios nuovamente si confermano come una delle case di produzione, nel campo nello streaming e non solo, che più punta a produrre pochi prodotti autoriali di qualità piuttosto che ingozzare il proprio catalogo di ciarpame. In questo caso hanno acquisito i diritti e prodotto una miniserie di carattere apparentemente antologico sotto la supervisione dello showrunner Nathaniel Halpern, autore di Legion e The Killing.

In sé gli episodi dispiegano delle storie autoconclusive, con un focus su un singolo personaggio, il quale è però in qualche modo collegato al protagonista dell’episodio successivo, facendo sì che gli avvenimenti di una storia si riverberino in un altro. Un presagio di ciò che sarà oggetto di visione viene dato dal dialogo oltre la quarta parete di Jonathan Pryce che ci avverte: “ognuno in questa città è connesso al Loop in un modo o nell’altro. Voi ascolterete le loro storie, nel tempo”. Cos’è quindi il Loop? È un centro di ricerca sotterraneo, i cui esperimenti coinvolgono un ammasso di pietre di origine sconosciuta (aliena? Locale?). La comunità residente nel complesso sovrastante è più o meno influenzata non solo dall’attività lavorativa che da lì prende vita, ma anche dagli strani effetti, per lo più alterazioni dello spazio e del tempo, che le rocce apparentemente provocano. E così si hanno dislocamenti nel futuro, scambi di personalità tra i corpi, comunicazioni con universi paralleli, anomalie gravitazionali e paradossi temporali. Insomma, il solito armamentario della fantascienza, con la differenza sostanziale che Tales From the Loop ha molto poco a che spartire con le altre serie dello stesso genere, come Black Mirror, Ai confini della realtà o Stranger Things, di cui Tales From the Loop è stata vista come la risposta di Amazon.

Pur partendo dal territorio della science-fiction, la serie del colosso delle spedizioni punta maggiormente a creare atmosfere rarefatte con ritmi blandi (non è un caso che il regista del primo episodio sia Ti West), ponendo la propria attenzione sui personaggi, vittime delle anomalie del Loop che acuiscono, portano ancora più alla luce, problemi che in fondo sono ben poco fantastici: la vecchiaia, l’amore, la fugacità del tempo, la forza dei rapporti parentali, l’ineluttabilità della morte. Oltre al già citato Pryce, Melissa Hall, Paul Schneider e il sorprendente Duncan Joiner si muovono tra robot di origine sconosciuta e misteri della fisica alla ricerca di risposte comuni e immanenti, facendo sorgere più volte qualche dubbio sulla necessità di scomodare il fantastico per una serie che punta evidentemente al drammatico, soprattutto alla luce di alcune ingenuità nella narrazione e nella tendenza a terminare ogni storia con un nulla di fatto che alla lunga stanca. I colpi di coda si hanno per lo più nell’immaginario estetico, quello più legato all’opera di riferimento, e non mancano di colpire lo spettatore con l’incanto vintage e futuristico di alcune trovate visive efficaci, come la coppia che fa sesso in mezzo la strada in mondo freezato nel continuum spazio-temporale, i robot che, senza sorprendere nessuno, vivono nella foresta come animali selvatici, il pessimismo sulla tecnologia impotente di fronte ai peggiori mali della razza umana, come la solitudine e la paura della morte.