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Stuck

2007
Titolo Originale:
Stuck
REGIA:
Stuart Gordon
CAST:
Mena Suvari
Stephen Rea
Russell Hornsby

Il nostro giudizio

Una storia vera che rende al meglio quanto l’immaginazione sia sempre meno cruenta della realtà: Stuck il film di Stuart Gordon.

È la fine del 2001, quando Chante Jawan Mallard, di professione infermiera in un ospizio, guidando in stato di alterazione mentale per alcool e stupefacenti, investe Gregory Biggs, un senzatetto. La meccanica dell’incidente è qualcosa più che stravagante: Biggs sfonda il parabrezza del veicolo e vi rimane incastrato, metà dentro l’abitacolo, metà fuori. L’investitrice perde la testa e anziché chiamare soccorso, guida fino a casa con quel povero diavolo semi-morto nel vetro. Nessuno la vede. Per quanto tempo Biggs restasse su quel patibolo, senza ricevere alcun soccorso, nessuno può dirlo: ore, forse giorni. Poi la Mallard avverte due amici, che l’aiutano a sbarazzarsi del cadavere abbandonandolo in un parco. Incredibile? Ancora più incredibile è come la Mallard, qualche mese più tardi, si sia vantata ad un party di essere stata lei ad avere investito il barbone. Qualcuno la sente e avverte la polizia. Totale, una condanna a 50 di carcere. Se ci aggiungiamo che le perizie mediche riscontrarono che Biggs non morì per le ferite riportare dall’urto, ma perché qualcuno lo colpi successivamente alla testa con un corpo contundente, abbiamo una notizia di cronaca nera con tutte le carte in regola per trasformarsi in una potente sceneggiatura thriller. Difatti…

Stuck di Stuart Gordon, scritto con John Strisyk, è aderentissimo a quanto accadde nella realtà. Salvo per il fatto che la Mallard vera era (a giudicare dalle foto del processo) una scorreggiona texana , mentre sullo schermo diventa la Venere tascabile Mena Suvari, che si chiama Brandi Boski e ha una deliziosa capigliatura a treccine tipo Bo Derek in Ten. Lui, il barbone disgraziato, è Stephen Rea: gli cambiano il nome in Thomas Bardo e ne fanno un dignitoso senzatetto, un ex programmatore che che se ne va in giro con la giacca, la cravatta e l’impermeabile con l’interno di tweed, portandosi appresso in un carrello della spesa i suoi pochi averi, dopo che l’hanno sfrattato di casa. La Suvari è sempre infermiera alla Baggina, ma in predicato di promozione – il che dovrebbe, se non giustificare, quantomeno un pochetto mitigare la ferocia con la quale lascia al suo destino l’infortunato, chiudendolo dentro il garage e lasciando che rantoli in quella innaturale postura. Lei ha, ovviamente, paura di perdere il posto di lavoro.

Fino a un certo punto, Gordon segue quindi il ciò che è stato. Ma da un certo punto in poi, ci racconta quello che tutti, una volta poste queste premesse, vorremmo che fosse accaduto. L’incastrato riesce a disincagliarsi e dopo una serie di tremende peripezie la fa pagare salata sia all’investitrice sia al suo ganzo, un nero spacciatore di extasy che la Suvari ha coinvolto nella faccenda. Non fosse ispirato a fatti reali, lo si potrebbe tranquillamente supporre un plot ideato da Stephen King: il personaggio bloccato in una situazione critica, alla mercé di qualcuno fuori di testa, è un archetipo nell’immaginario dello scrittore di Bangor: tipo Misery, tipo Il gioco di Gerald. Stuart Gordon non è, tuttavia, un kinghiano: è un regista che conosce poco il fioretto e preferisce la mazza, non gli interessano le psicologie ma sa tenere ben tirata la corda e ben desta l’attenzione. Gira Stuck con la leggerezza di una commedia amarissima e nera, senza peraltro dimenticarsi di essere (stato) fondamentalmente un regista horror e un piccolo profeta del gore: qui non smentisce se stesso quando il povero Rea (Stephen, non Luca), per liberarsi, si deve estirpare dal fianco un palmo di tergicristallo che lo ha trafitto e quando il cagnolino di un vicino entra nel garage e va a leccare e mordicchiare un osso esposto della gamba del pover’uomo, che hanno avvolto nei sacchi neri della monnezza come un rifiuto da gettare. Motivi ulteriori di interesse: Mena Suvari è brava e mostra il seno in una scena di sesso col nero, durante la quale ha l’incubo di vedersi addosso il corpo sanguinante della sua vittima.

E non finisce qui. Lo scorso anno, il regista indiano Mahesh Nair scrive e gira il remake di Stuck, col titolo Accident on Hill Road. Un rifacimento che, a parte concedersi la libertà di trasformare colui che finisce infilzato nel parabrezza dell’auto (Farooq Shaikh) in un pover’uomo appena uscito dal’ospedale dove ha perduto la moglie, segue la traccia gordoniana con pedissequa fedeltà. Lei, la bellissima iraniana, ex finalista di Miss Universo, Celina Jaitley (che, però, non vediamo mai nuda, purtroppo. Nella scena d’amore col suo uomo sta in collant e reggiseno), lavora in un ospiziario ma ha appena ricevuto la notizia di un impiego nella Croce Rossa internazionale: questione di pochi giorni e se ne andrà dall’India. Ma la sorte dispone altrimenti mettendole sulla strada quel maledetto sconosciuto. Nair, però a differenza di Gordon parte con un registro lieve, solleva il film al livello di una commedia surreale e soltanto negli ultimi metri di pellicola affonda il coltello nella carne cruda, ossia, fuori di metafora, spara, brucia e ammazza. Dovendo dire cosa va: l’approccio tra il serio e il cinguettante, nel registro del melodramma nero, non si adatta male a un racconto del genere che per sua stessa natura sta sopra le righe, intriso di orrore ma da raccontarsi col sorriso. Dovendo dire cosa non va: l’incapacità, per le stesse identiche ragioni, di rendere partecipe lo spettatore e di coinvolgerlo sia nel dramma dell’uomo appeso sia in quello dell’investitrice: così, dell’uno non riusciamo a condividere tutta la furia che fa esplodere nel finale contro una tutto sommato simpatica carnefice. Questo proprio a volere cavillare, perché i 104 minuti del film, alla fine, passano senza che ci si annoi mai.