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San Babila ore 20: un delitto inutile

1976
Titolo Originale:
San Babila ore 20: un delitto inutile
REGIA:
Carlo Lizzani
CAST:
Pietro Brambilla (Fabrizio)
Giuliano Cesareo (Michele 'Miki' Castiglioni)
Daniele Asti (Franco)

Il nostro giudizio

San Babila ore 20: un delitto inutile è un film del 1976, diretto da Carlo Lizzani.

Se esiste nella filmografia di Carlo Lizzani un film che non si sa da che parte prendere, questo è San Babila ore 20: un delitto inutile. Formalmente si tratta di un resoconto sulle ripugnanti imprese (si va dal minimo delle biglie di ferro scagliate contro vetrine e passanti a colpi di fionda, ad attentati bombaroli, sevizie ed omicidi) di un manipolo di giovani fascisti, detti “sanbabilini” dal nome della piazza centrale di Milano che, per un tratto degli anni Settanta, gli estremisti di destra avevano eletto a loro quartier generale – con il silenzioso assenso delle forze dell’ordine. Nessuno, memore di quegli anni, si meraviglierà che gli esponenti di questo nucleo siano tratteggiati da Lizzani senza alcuna possibile rendenzione, come bestie stupide e feroci: personaggi grotteschi e mostruosi, espressione di un mondo borghese grottesco e mostruoso che Lizzani descrive con semplicità ed efficacia nei quadretti di vita familiare dei teppisti, saldando il discorso a quanto già era venuto illustrando in alcuni momenti di Storie di vita e malavita. Dunque, da una parte l’anima “politica” del film, che non si esime dal puntare il dito accusatore sulle azioni di tali squadracce che con la connivenza della polizia spadroneggiavano nella piazza marciando con il passo dell’oca, nella loro divisa d’ordinanza (giubbotti di pelle, stivaletti a punta, occhiali ray-ban).

Che questi fantocci allevati al culto dell’ego fossero evidentemente incapaci di pensiero autonomo e che altrettanto evidentemente fossero manovrati da altri cervelli, Lizzani lo adombra solo in qualche battuta disseminata qua e là, ma non esce mai a dimostrarlo; e, stante la visione non asettica e “partigiana” del fenomeno, questo è un indubbio limite del film. Giova ancora richiamarsi a Storie di vita e malavita (peraltro, come questo, prodotto da Carlo Maietto e Adelina Tattilo, l’editrice di Playmen), dove si denunziava una realtà metropolitana in crescita, quella della prostituzione minorile, ma in cui la cronaca diventava anche analisi sociologica e l’osservazione, ruvida, scabrosa, disturbante, si accoppiava alla diagnosi. In San Babila ore 20: un delitto inutile questo secondo aspetto è invece assente o confuso e i crimini della ciurmaglia fascista sono troppo semplicisticamente ridotti a un pittoresco retroterra familiare – come già detto – di madri psicotiche e padri affetti da deliri religiosi.

Insomma, i personaggi ottengono l’effetto di schifare lo spettatore, ma non vivono mai di vita propria e rimangono indifferenziati l’uno dall’altro (anche la scelta di utilizzare attori non professionisti, a differenza di Storie di vita e malavita, qui non paga). Se passiamo invece a considerare l’anima puramente “commerciale” del film, avvertiamo una frattura netta rispetto alla parte, per così dire, “d’impegno civile”. Lizzani ha sempre mediato tra questi due poli, da Banditi a Milano in su, con estrema abilità; ma stavolta qualcosa non funziona. La figura “surreale” di Brigitte Skay, improbabile oca giuliva accondiscendente a piegarsi a tutte le voglie del gruppuscolo, è un orpello imbarazzante, introdotto non si riesce a capire a quale fine (forse solo per giustificare un tentativo di stupro che si risolve nella possessione della ragazza tramite un manganello: scena forte ma accorciata nelle versioni oggi circolanti del film); tant’è che a un certo punto la Skay si eclissa per ricomparire solo nel finale, improbabile e appiccicaticcio.