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Run

2020
REGIA:
Aneesh Chaganty
CAST:
Sarah Paulson (Diane Sherman)
Kiera Allen (Chloe Sherman)
Pat Healy (Tom)

Il nostro giudizio

Run è un film del 2020, diretto da Aneesh Chaganty.

C’è un momento in cui un figlio inizia a pensare che i propri genitori non gli abbiano detto sempre e solo la verità, è una fase auspicabile che segna un passaggio fondamentale verso l’età adulta, quando il pargolo smette di vedere il mondo attraverso gli occhi rassicuranti e protettivi del papà e della mamma, e inizia a domandarsi con la propria testa come stiano davvero le cose; liberando lo sguardo dai parental control, misurandosi direttamente con la realtà e iniziando a cercare un’indipendenza d’azione che magari lo condurrà verso quei pericoli, quegli orrori e la desolazione esistenziale che i genitori sarebbe stati pronti a tutto pur di risparmiargli. In Run, la contestazione di una figlia alla madre è esasperata al limite. Il passaggio verso l’emancipazione individuale di Chloe è l’inizio di un incubo hitchcockiano, dove l’unico essere che dovrebbe proteggerla e amarla si rivela un’aguzzina folle, capace delle peggiori crudeltà pur di tenerla assoggettata al proprio cuore malato. Alt, non iniziate a lagnarvi di spoiler. Non stiamo svelando nulla. Bisogna essere proprio dei babbani per credere che Diane Sherman (Sarah Paulson), con il suo sguardo fisso e l’aria tanto affettuosa, sia davvero la mamma perfetta che vorrebbe far credere.

La povera Chloe, ridotta su una sedia a rotelle, costretta a dare il buongiorno al mondo con una serie infinita di conati nel cesso, facendo poi colazione con le medicine e trascorrendo una vita di infermità variegata e senza uscita, ha un solo lieto fine possibile su cui puntare: che la sua vita d’infermità sia stata tutta un’illusione. Il film vero comincia dopo una decina di minuti, quando l’unico colpo di scena (si fa per dire) è smaltito e può iniziare la corsa a cui allude il titolo. Scappare su una sedia a rotelle non può che nutrire la tensione e condurre lo spettatore verso un epilogo tutt’altro che scontato, ma forse un po’ forzato. Inevitabile pensare al sottovalutato The Harvest di John McNaughton, che è ben altra cosa, e alle decine di casi di cronaca di genitori mostruosi che avvelenano i figli di nascosto per giocare il ruolo patetico dei martiri d’accompagno. Run però non vuole far riflettere troppo, è un film che spinge sull’acceleratore da subito e spreme tutto lo squallore di una vicenda morbosa e inaccettabile nel microonde, in coppa a un pop-corn aromatizzato all’adrenalina scacciaubbie.

Sarah Paulson è brava ma un po’ sprecata in un film così. Ha poco da guadagnarci, a parte il cachet. Se continua a perseverare in progetti dark rischia di fossilizzare un talento indiscutibile e molto più ricco di certi melò-thriller da cinema streaming. Molto efficace anche Kiera Allen, per quanto la giovane McGyver in carrozzella, mandi tutto in caciara con strumenti improbabili che aprono porte chiuse a chiave e accrocchi di fili e ganci che trasformano una situazione senza via d’uscita in un ponte verso la salvezza. In Run, il regista Aneesh Chaganty, ci riconduce nei meandri più oscuri del rapporto genitore-figlio, ha ancora più padronanza tecnica ma una minore ispirazione. Anche stavolta firmano la sceneggiatura lui e Sev Ohanian, produttore del precedente Searching (2018). A proposito del primo film di Chaganty, crediamo ci sia stato più che un passo indietro, un salto sul posto. Attendiamo con interesse la prossima prova.