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Resident Evil: Welcome to Raccoon City

2021
REGIA:
Johannes Roberts
CAST:
Kaya Scodelario (Claire Redfield)
Hannah John-Kamen (Jill Valentine)
Robbie Amell (Chris Redfield)

Il nostro giudizio

Resident Evil: Welcome to Raccoon City è un film del 2021, diretto da Johannes Roberts

Chiusa la saga precedente che ha visto la bella Milla Jovovich combattere orde di zombie e mostri per ben sei film, in gran parte diretti dal marito Paul W.S. Anderson, Sony assieme a Capcom, la società di sviluppo dell’omonimo franchise videoludico, ci riprovano, questa volta dando vita a un film – e sicuramente tanti sequel – cercando di aderire il più possibile alla regola non scritta della fedeltà che si deve ricavare quando si trae un film da una fonte esterna, libro o videogioco che sia. Ecco dunque Resident Evil: Welcome to Raccoon City, presumibilmente primo film di tanti che si accosta più agli stilemi videoludici che quelli cinematografici; tante altre pellicole ci hanno dimostrato che operazioni e scelte stilistiche di questo genere hanno sempre ripagato con produzioni mediocri, e questo film non è da meno.

Si sorvoli su alcuni piccoli stravolgimenti in fase di casting o di carisma di determinati personaggi, giacché le criticità del film sono da ricercare totalmente altrove. I fan del videogioco molto probabilmente apprezzeranno l’idea di far confluire due linee narrative – che in origine si sono svolte contemporaneamente – per farle incontrare in un concept narrativo in parte fedele e in parte no. Con Raccoon City ormai deserta a causa di alcune azioni dettate dalla Umbrella, azienda farmaceutica che controlla socialmente e politicamente la città, alcuni giovani tornano per cercare risposte a un passato oscuro della compagnia, mentre vengono braccati da quelli che non sono più cittadini, bensì deformità indescrivibili, sulla via di divenire zombie. Squadre d’assalto che indagano in una vecchia magione, virus che sfuggono al controllo, mostri di varia natura e tanti e diversi rimandi presi a scala 1:1 del videogioco sono gli ingredienti – vincenti e non – su cui si costruisce la struttura portante di questo film. Il resto è tutto un problema di tecniche registiche che, nonostante l’esiguo minutaggio, rendono gli avvenimenti e raccordi di trama soporiferi e mal gestiti in termini di ritmo. Appena 100 minuti ufficiali, percepiti saranno almeno il doppio.

È chiara anche la stessa natura produttiva del film: chiaro e semplice B-movie, gli stessi film da cui gli autori del videogame negli anni ’90 hanno tratto spunto, ma qui parliamo di un’opera che viene trasposta sul grande schermo senza le adeguate regole di riscrittura e adattamento. Il risultato è un film posticcio, figlio de Distretto 13 – Le brigate della morte senza la raffinatezza tecnica e poetica di Carpenter. In qualche modo, a una mediocrità produttiva, si associa la voglia di creare questa volta un prodotto che possa essere fruito più dai fan che da un pubblico di tutte le fasce. L’ostinatezza in cui si cerca di calare lo spettatore in vicende senza il minimo di pathos è una risposta palese delle intenzioni produttive: questo e i futuri film dovranno andare a braccetto più con la controparte videoludica piuttosto che una risposta cinematografica in termini di critica e boxoffice. Qualcuno apprezzerà la cosa, altri meno.