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Red Krokodil

2012
Titolo Originale:
Red Krokodil
REGIA:
Domiziano Cristopharo
CAST:
Valerio Cassa (Monster)
Viktor Karam (Bunny Man)
Brock Madson

Il nostro giudizio

Red Krokodil è un film del 2012, diretto da Domiziano Cristopharo.

Nove film in quattro anni è una media che, in questi tempi di crisi del cinema e di progetti che non partono mai per mancanza di fondi (ma anche e soprattutto di idee e di passione vera), potrebbe suscitare in molti filmmaker di fede underground una bella dose d’invidia o malcelato fastidio. Trovatelo voi, un altro come Domiziano Cristopharo (ma tra poco sentirete parlare di lui con il nuovo pseudonimo di Delvaux), capace di girare così tanta roba in così poco tempo. Una quantità, del resto, difficilmente slegata da un progetto estetico preciso e personale, coraggioso e originale, che può coinvolgere o disturbare, emozionare o indispettire, ma davanti al quale non si può certo restare indifferenti.

Dai tempi del discussissimo House of Flesh Mannequins (2009), fascinoso thriller metalinguistico che ammiccava all’immortale classico di Micheal Powell, L’occhio che uccide (Peeping Tom, 1960), pieno di violenza e attrazione fatale per il dispositivo cinematografico, Cristopharo non si è più fermato, passando per il crudele Museum of Wonders (2010), ambizioso Freaks in salsa italiana, e l’ancora inedito Bloody Sin (2011), allegro b-movie ispirato alle atmosfere dei fumetti neri degli anni ’70 come Oltretomba, e ancor più influenzato da un capolavoro del nostro cinema più povero e bizzarro come il gotico sadiano di Massimo Pupillo, Il boia scarlatto (1965). Dopo i due P.O.E. (Poetry of Earie, del 2011 e Poetry of Evil, del 2012) e il recente Shock (2013), film collettivi pensati come una sorta di manifesto dell’indie horror nostrano, esce finalmente in sala, grazie alla coraggiosa macchina divulgativa di Distribuzione Indipendente, anche Red Krokodil, opera sperimentale e controcorrente, che lavora in sottrazione non solo rispetto ai precedenti lavori dell’autore, ma anche rispetto a tutta la scena underground italiana.

Girato senza una vera troupe, in un unico set autogestito (in questo senso Cristopharo è un filmmaker davvero totale e tuttofare), quasi completamente in interni (se si eccettuano le rare fughe naturiste sognate dal protagonista) e interpretato da un unico attore, perennemente al centro della scena, il film è tutto ossessivamente incentrato sugli effetti devastanti della krokodil, la nuova droga killer che dalla Russia si è diffusa rapidamente in tutto il mondo occidentale, tristemente nota per provocare lacerazioni più o meno profonde ai tessuti di chi la assume. Ma più che al dramma sociale, Cristopharo è interessato a raccontare il delirio psichico-emotivo che investe gli sventurati consumatori, rappresentandolo attraverso una serie di squarci surrealisti e visionari che sono la cosa più preziosa e intrigante del film. La commistione tra realtà e immaginazione rende l’una e l’altra indistinguibili, mentre il vero protagonista diventa il corpo in disfacimento dell’attore protagonista, nudo o quasi per tutto il film, esaltato da angolazioni ravvicinate e da uno sguardo estatico, dagli echi cristologici e decadenti, che fa molto “perdita dell’innocenza”.

Partendo dall’orrore del quotidiano e da un parallelo abbastanza scioccante (una delle droghe più distruttive e spaventose viene accostata agli orrori del nucleare, con riferimenti espliciti all’esplosione della centrale di Chernobyl avvenuta negli anni ’80), Cristopharo allestisce un incubo a occhi aperti con rimandi a Bava (a un certo punto c’è anche una mano che fa rimbalzare una palla bianca da dietro una porta semiaperta… ci ricorda qualcosa?), Bataille (un occhio misterioso che ci osserva attraverso un taglio praticato in un quadro) e Carmelo Bene (il protagonista che, come il Cristo beniano di Salomé, cerca inutilmente di autocrocifiggersi da solo…), dando vita con appena 1.000 euro di budget (divisi a metà tra il regista e il protagonista Brock Madson) a un’opera da camera cruda, disturbante, malsana. Merito anche della condizione di intimità quasi materica (aptica direbbero i teorici) stabilitasi tra l’occhio della cinepresa (impugnata dal regista in prima persona) e il corpo del protagonista, una relazione a due in grado di far esplodere nello stesso istante sensualità, disfacimento e follia. Un risultato dovuto sicuramente anche al vero passato di Madson, modello ed egli stesso ex-tossicodipendente, che ha portato al film quel quid di realismo in più che si sente e fa la differenza.

Chi fa cinema indipendente in Italia oggi, dovrebbe quanto meno tenere presente l’esempio proposto da Cristopharo, fosse anche soltanto per il coraggio e la voglia di non conformarsi a modelli mainstream già consolidati, o per la capacità di sfruttare davvero l’irripetibile occasione di libertà che i bassi budget concedono per fare qualcosa di realmente diverso, unico, originale. Cristopharo, piaccia o no, c’è riuscito ancora una volta.