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Monsters

2010
Titolo Originale:
Monsters
REGIA:
Gareth Edwards
CAST:
Scoot McNairy
Whitney Able

Il nostro giudizio

Dall’ Inghilterra arriva un piccolo film di fantascienza che, nonostante il budget ridotto, alterna suggestioni spettacolari a momenti intimistici.

L’aneddotica racconta che il film è stato prodotto con un budget striminzito, appena 15.000 dollari (ma non si vede), in poche settimane con una troupe ridotta, girando in Messico non sempre con i permessi necessari. La velocità di realizzazione non inficia comunque sulla qualità del prodotto, che anzi proprio grazie alla sua estetica immediata e spontanea riesce a dare un tocco documentaristico a una storia fantastica, senza cadere nella trappola modaiola del mockumentary, come altri film a cui chiaramente Monsters guarda come modelli, District 9 in primis.

Lontano dalle logiche delle mega-produzioni hollywoodiane, Monsters vuole dimostrare come sia possibile creare un gioiellino fantascientifico in casa (il regista cura personalmente gli effetti speciali dall’ottima resa) e lanciando una provocazione più culturale che tecnica: la possibilità di mantenere un controllo completo e autoriale su una storia produttivamente impegnativa.

I mostri del titolo sono alieni tentacolari dalla forma di piovra che fluttuano nell’aria ed evocano fattezze della letteratura lovecraftiana. Proprio allo scrittore di Providence il regista Gareth Edwards, autore anche della sceneggiatura, sembra prendere spunto nell’uso parcellizzato delle loro apparizioni (3 di conto: all’inizio e nel fiume, poi nel finale insolito). Si vedono poco e solo di notte, ma premono costantemente sul fuori campo durante l’intero arco della narrazione attraverso il sonoro, la presenza costante dei caccia americani che solcano il cielo, nei racconti della gente e soprattutto nell’inquietante cartello, che fa anche da logo al film, recante la scritta “Infected Zone”.
Il monster movie diventa così solo un genere contenitore, suggestivo, per incasellarne un altro, il road movie, con il percorso di avvicinamento, scontato ma comunque toccante, tra i due protagonisti, attraverso il “cuore di tenebra” del Messico. Un Messico superstizioso, selvaggio, innervato da corruzioni e insidie soprannaturali ma soprattutto umane. Manco a dirlo, la meta di questo viaggio è la frontiera, come nei western di un tempo, in cui l’alieno diventa l’indiano e il Messico il terreno selvaggio da attraversare per giungere nella terra promessa. Una terra promessa contaminata, desolata e teatro di accoppiamenti tra mostri noncuranti della presenza umana (altri brividi lovecraftiani) fa da scenario a un finale che ancora una volta si discosta dal sensazionalismo effettistico del mainstream e prende invece la strada più intimistica, romantica, esistenzialista, che già si era vista in District 9.