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L’Anticristo

1974
Titolo Originale:
L'Anticristo
REGIA:
Alberto De Martino
CAST:
Carla Gravina (Ippolita Oderisi)
Mel Ferrer (Massimo Oderisi)
Arthur Kennedy (Ascanio Oderisi)

Il nostro giudizio

L’Anticristo è un film del 1974, diretto da Alberto De Martino

Diciamoci la verità, L’anticristo è stato un film dimenticato in fretta. Eppure quando uscì suscitò una certa impressione presso le platee, un’impressione molto diversa dal capostipite di William Friedkin, ma non meno inquietante. A, me che lo vidi da fanciullo in Sardegna, in un cinema di seconda visione, aveva comunicato una fortissima paura, e forse è anche per questo che le emozioni che ancora mi rimanda si sono mantenute, nonostante sia ora un adulto e le ingenuità del racconto ormai le colga facilmente. In ogni caso, l’immagine gorgonesca di Carla Gravina dai capelli corti rosso carota, gli occhi bianchi che non vedono più e la spuma alla bocca, che interpreta la giovane patrizia Ippolita Odorisi del film, costretta in una sedia a rotelle per l’infermità delle gambe e che progressivamente apre le cosce del suo desiderio onirico-delirante alla Max Ernst, trasformandosi nei lineamenti surreali della Bestia dell’Apocalisse, nell’essere del Maligno, credo che possa rientrare in un ideale collage esemplificativo del cinema dell’orrore di quegli anni. Quando Alberto De Martino lo diresse per conto della Fida, la casa di produzione di Edmondo Amati, si trattava del secondo horror esorcistico italiano (che servì da traino anche ad altri). Prima c’era stato solo Chi sei? diretto da Ovidio Assonitis, con una cornice molto simile al prodotto americano.

Non L’anticristo, invece, che fu concepito in sceneggiatura come una vicenda dai confini metafisici ambientata nella Capitale. Fu girato infatti quasi interamente a Roma o nei dintorni (dagli interni di abitazioni principesche alle Catacombe di San Callisto, dalla Basilica di Tivoli alla scena finale con l’esorcismo che finisce per compiersi nientemeno che sopra le alte gradinate del Colosseo) e anche il quadro dei personaggi è tutto italiano. L’impiego di mezzi è notevole, si vede. Ci sono in primis gli effetti ottici curati da Carlo Rambaldi (i cui blue-backs sono passati alla storia per la loro scarsa riuscita); la fotografia densa e ad effetto di Aristide Massaccesi, la stordente musica per violino e pianoforte composta da Morricone ed eseguita da Bruno Nicolai, che suggerisce l’impressione dello stridolio di un ago su una superficie di vetro. E neanche le scenografie barocche di Umberto Bertacca sono casuali: si pensi, per esempio, allo stretto corridoio da cui i personaggi sono costretti a transitare per raggiungere la porta della stanza della possessione. Un vero e proprio “antro”, minaccioso e claustrofobico, dove rimbombano i lamenti e le urla spaventose: su entrambe i lati delle pareti rivestite di rosso porpora sono incassate due file con sette busti marmorei a grandezza naturale, con altrettanti ritratti di antenati, nobili imparruccati o alti prelati della Chiesa, e mentre una di queste guarda chi sta sopraggiungendo, l’altra invece osserva il senso contrario, cioè chi se ne va, girato di schiena. Come se il “terzo occhio”del Demonio/Carla Gravina continuasse a tenere tutti sotto controllo.

E nell’Anticristo c’è anche quasi la volontà di mescolare quella che è la finzione da fumetto (tutta la sequenza azzurra della rievocazione del sabba orgiastico dell’antenata di Ippolita) e un taglio quasi documentaristico con sequenze vere, riprese in posti diversi del Meridione (la scena iniziale con le processioni nelle quali storpi e dementi praticano penitenza per espiare peccati e invocare miracoli dalla diafana statua dalla Madonna dei Sette Dolori). Insomma, si tratta dell’unica pellicola italiana a poter essere l’emblematica risposta originale all’Esorcista e in cui è visibile lo stile della nostra cinematografia di genere, in positivo e in negativo: un procedere per accumulo di materiali, idee, suggestioni, stratificazioni di senso, cercando, anche confusamente, di stregare nel tentativo di toccare in profondità quegli enigmi forniti dai mondi fantastici che rimangono coperti dalla coscienza.