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Lala

2023
Titolo Originale:
Lala
REGIA:
Ludovica Fales
CAST:
Samanta Paunkovic
Zaga Jovanovic
Ivana Nikolic

Il nostro giudizio

Lala è un film del 2023, diretto da Ludovica Fales.

Il mio nome è Lala, il mio nome è Zaga, ma anche Rahma, Samanta, Paola, Livia e tutte le altre e tutti gli altri. E ancora tutti quelli che un nome non ce l’hanno, perduto tra una guerra lontana e una burocrazia da inseguire, o riescono solo a gridarlo, perché non scritto in nessun documento e in nessun loro passato.
Il mio nome è Lala, Premio Corso Salani al 35° Trieste Film Festival, parla di loro e lo fa attraverso tre diversi livelli di approccio, che si disvelano uno di seguito all’altro, rompendo le barriere finzionali del set, della recitazione, della continuità temporale, ma soprattutto rinunciando allo sguardo unico dell’autore-regista: Ludovica Fales, già produttrice e documentarista esperta, affronta il tema della vita dei Rom in Italia, dopo le migrazioni causate dalle guerre nei Balcani, partendo dalla storia reale di Zaga, figlia di cittadini della ex Jugoslavia, cresciuta a Roma in un campo nomade. Ma Zaga sparisce – e lo fa per davvero – dietro gli occhi di Lala, suo doppio cinematografico e voce collettiva della sua e mille altre vite simili. Anche Lala è una giovane ragazza Rom, vive in una casa occupata e ha un figlio, portato via dagli assistenti sociali, che non potrà rivedere se non riuscirà ad ottenere il permesso di soggiorno. Lala è anche Samanta, attrice Rom non professionista che la interpreta. Ed ecco che le dimensioni narrative non solo si sdoppiano e si rispecchiano l’una con l’altra, ma riflettono sulla propria condizione di personaggio nella storia e di persona reale nella società. Così, alcune sequenze chiave vengono interrotte per dare voce alle sensazioni degli attori. È la regista stessa ad indagare: cosa faresti al posto di Lala? Come ti ha fatto sentire questa scena? Hai avuto un’esperienza simile?

Improvvisamente il linguaggio drammatico si trasforma in documentario e non solo. L’intervento esterno che irrompe in scena si interroga – e ci interroga – su quanto il materiale filmico possa aderire alla realtà e quanto l’esperienza personale possa incidere su una trasposizione narrativa. Cosa c’è dietro l’immagine?, sembra chiedersi – e chiederci – Fales. In questo caso, un’istanza politica, ovvero la necessità di raccontare la storia collettiva della condizione Rom dopo le migrazioni, lo status di ghettizzazione nei campi, il calvario burocratico, le conseguenti difficoltà familiari ed economiche. Quando gli attori dismettono i panni dei loro personaggi e riacquistano il loro sè, il racconto si fa attivista. Le esperienze personali messe in campo non smentiscono il narrato ma lo ribadiscono, lo spiegano e lo approfondiscono. La costruzione del film è così collettiva, attraverso la partecipazione collettiva, l’inclusione di un laboratorio continuo di idee e confronti tra ragazzi Rom. Laboratorio che, anch’esso, diventa parte integrante della messa in scena.

“Il problema sono io” confida Daniel, l’attore che interpreta Mino, il giovane padre del figlio di Lala. Come se il giudizio esterno si fosse interiorizzato in lui, e in tutta la generazione dei figli dei primi migranti dell’ex-Jugoslavia. Con le loro parole, “inscatolati nell’etichetta di z*****i”, “costretti nella segregazione razziale dei campi e delle roulotte”, un vero e proprio apartheid che non lascia scampo ai sogni di chi è costretto a fuggire e a trovare casa altrove. D’altronde, come a sottolineare il carattere di nomadismo obbligato di questa generazione Rom, ne Il mio nome è Lala si intravedono pochissimi interni. Gran parte del film è girato in esterni, in una Roma chiaramente periferica, tra parchi desolati e sfasciacarrozze. Appare all’inizio l’appartamento occupato di Lala, per il resto del tempo vagherà senza soluzione per cercare di ottenere i documenti e riavere suo figlio. Una casa vera si intravvederà soltanto alla fine, attraverso lo schermo di un cellulare, lontana, in un altro paese, quasi in un’altra dimensione. Con un nuovo sguardo allo stesso tempo lirico e politico, Ludovica Fales ci consegna un film-esperimento da accogliere con grazia e attenzione, le stesse modalità con cui la regista ha osservato e ascoltato i suoi protagonisti e le loro storie di finzione reali.