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La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra

2022
Titolo Originale:
The Woman in the House Across the Street from the Girl in the Window
REGIA:
Michael Lehmann
CAST:
Kristen Bell (Anna)
Michael Ealy (Douglas)
Tom Riley (Neil)

Il nostro giudizio

La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra è una serie tv del 2022, ideata da Rachel Ramras, Hugh Davidson e Larry Dorf.

Due sono le premesse da fare prima di approcciarsi alla nuova serie Netflix di Rachel Ramras, Hugh Davidson e Larry Dorf: la prima ha a che fare con il concept narrativo, mentre la seconda con il concetto di genere. La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra, a partire dal titolo esplicita una scelta di tono e di meccanismo narrativo ironicamente complessa, facendosi beffe del decisivo filone cinematografico che l’ha generata, ossia tutto quel cinema sull’allora taboo e dunque dinamica perversa del voyeurismo, comparsa nel corso degli anni all’interno della filmografia di autori quali Alfred Hitchcock, Michael Powell, Brian De Palma, e poi ancora Steven Soderbergh, Roman Polański e molti altri a seguire. La finestra sul cortile racchiude un’idea di cinema estremamente precisa nel farsi specchio di una nazione e dunque di un individuo costretto per ragioni di sicurezza a convivere, senza potersi muovere più di tanto, con ogni sua paranoia, insicurezza e idiosincrasia così come non gli era mai accaduto prima. Hitchcock gioca coi generi, muovendosi con grande verve dal thriller alla commedia, fino al racconto sentimentale e alla satira (poiché il concetto di parodia sembra essere ancora distante), raccontando il voyeurismo come atto inizialmente proibito e poi sempre più tollerato, in nome di una curiosità morbosa e per questo fortemente attrattiva. Se Hitchcock con La finestra sul cortile si fa beffe di un’America vigliaccamente e celatamente volgarizzata, gli intenti di Rachel Ramras, Hugh Davidson e Larry Dorf sembrano essere decisamente meno sagaci, ispirati ed interessati ad una riflessione sul concetto di racconto e derisione.

Ciò che vogliono fare piuttosto è legarsi ad un ragionamento di meta narrazione, così come di meta-testualità e dunque cinematografia. La serie sceglie infatti di sfruttare quel concept narrativo Hitchcockiano modellandolo sulla base di uno stile per certi versi inedito, quello della parodia o comunque dell’umorismo grottesco più divertito e scanzonato, ai danni del registro serrato e tensivo che diveniva centrale per alcuni dei casi cinematografici precedentemente citati. A questa riflessione si lega la seconda premessa legata al concetto di genere. Non vi è alcuna intenzione infatti di indagare il dramma che inchioda e imprigiona Anna (Kristen Bell) all’interno della sua villetta americana tra bottiglie di vino e tele da dipingere, nonostante l’ombra oscura del passato tormentato giochi un ruolo fondamentale rispetto alla costruzione del personaggio, degli eventi e dunque dell’arco narrativo dell’intera serie. Piuttosto diviene evidente la volontà di estremizzare quel concetto, fino a raggiungerne lo svelamento più grottesco, buffo e delirante. Un registro questo che si ripete tanto nella scrittura quanto nelle interpretazioni e che sembra puntare con grande forza e gusto divertito verso la derisione di una cinematografica tutta americana che sopravvive tra insicurezze, paranoie, false certezze, morbosità dello sguardo e desideri (American Beauty), pur raccontandosi di essere – o apparire – come l’opposto di tutto ciò.

Dunque ancora quel modello integerrimo, tensivo e action (La donna alla finestra; Disturbia), legato ad un concetto di machismo e rigore logico che qui svanisce perdendosi tra bicchieri di vino, fervida immaginazione, desiderio sessuale immorale e paranoie da social media buffe e logorroiche, poiché ancora una volta tutto è derisione. La donna nella casa di fronte alla ragazza dalla finestra si rivela però una serie riuscita solo in parte a causa di un’apparente mancanza di coraggio rispetto ai quei rari e sguaiati registri parodistici e grotteschi che conquistano e divertono lo spettatore, nonostante le moltissime citazioni che si rincorrono dal primo all’ultimo episodio (c’è perfino Misery), giocando con la comicità volgare e poi con lo splatter. Gli otto episodi nonostante tutto scorrono rapidamente e la sensazione una volta giunti al termine è quella di aver seguito un prodotto leggero dai guizzi sorprendenti, a cui però è mancata una mano decisa, poiché non è abbastanza restare sull’indecisione tra omaggio al giallo/crime e parodia di quello stesso modello. Manca una scelta.