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La corta notte delle bambole di vetro

1971
Titolo Originale:
La corta notte delle bambole di vetro
REGIA:
Aldo Lado
CAST:
Ingrid Thulin (Jessica)
Jean Sorel (Gregory Moore)
Mario Adorf (Jacques Versain)

Il nostro giudizio

La corta notte delle bambole di vetro è un film del 1971, diretto da Aldo Lado.

Visto la prima volta in televisione, in bianco e nero, alle dieci di mattina su Telemilano International. All’inizio di marzo del 1976 o 77. Lo shock, l’angoscia insinuante e perturbante, sì, l’unheimlich, continuata per diversi giorni. Allora non si sapeva perché, non si sapeva percome, non si sapeva niente di un film del genere, che piombava nel cervello e sui nervi come un meteorite, a sconvolgere. Anche nei sensi, perché La corta notte delle bambole di vetro – con questo titolo impenetrabile che poi avremmo scoperto averne sostituito uno che già era stampigliato sulle locandine e sui manifesti e dovette essere precettato con il nuovo lemma “bambole di vetro”, che era La notte delle farfalle, il quale a sua volta sostituiva quello con il quale Aldo Lado lo aveva immaginato, scritto e diretto: Malastrana, nome di un quartiere di Praga dove si trova la celebre, alchemica, Zlatá ulička, la Via dell’oro –, perché La corta notte delle bambole di vetro, dicevo, conteneva qualcosa che sollecitava guizzi colpevoli all’inguine e che non aveva solo a che vedere con il corpo nudo di Barbara Bach, una giovane cecoslovacca che spariva nel nulla e il suo fidanzato Jean Sorel, un giornalista americano dislocato a Praga, cercandola finiva inghiottito in un gorgo allucinante.

No, la scarica di sensualità o di strana libido che trasmetteva La corta notte delle bambole di vetro aveva e ha a che fare con qualcosa di poco simpatico che si aggira dalle stesse parti del Salò di Pasolini – di cui, guarda il caso, Lado aveva scritto una forma preistorica di trattamento insieme a Pupi Avati, che si chiamava Il tempo di Sodoma. Il turbamento quasi sessuale è funzione, conseguenza, effetto, sulle ormonalità predisposte ed evidentemente un po’ deviate, della reificazione (sconcia? Turpe? Direi proprio turpe) dei corpi che viene illustrata nella vicenda, ambientata nel cuore di un Est che aveva da poco conosciuto la primavera ma dove sembrava ancora imperante un gelido e livido inverno. La metafora che si traveste o per meglio dire si denuda degli abiti di un apologo satanico e vampiresco, ribadendo la verità di ordine cosmico che ancora oggi agisce ed opera ovunque, senza bisogno di valicare una Cortina di ferro che non esiste più, è che il Potere sopravvive grazie al sangue dei giovani, si alimenta dell’energia dei loro corpi risucchiati, della loro forza vitale fatta sprizzare come se fosse sperma. Un atto di sopraffazione selvaggia ed erotica che viene compiuto ricorrendo a tutte le sottigliezze di cui il Potere è capace. Pasolini avrebbe esplicitato la violenza di questo processo nelle insostenibili torture e sevizie perpetrate nei corpi (e sui genitali) vili dei fanciulli del suo film. Lado ci arriva attraverso un tramite apparentemente meno efferato e persino sensuale: ma nei risultati ugualmente allucinante.

Il sonno freddo di Gregory Moore, la catalessi, come modo di addormentare le coscienze dopo averle stuprate e ottuse con la droga, il sesso, gli altri allettamenti che le forze del passato esperiscono per mantenere la propria posizione. Chi si ribella, viene fatto fuori. Sembra banale a esprimerlo così, flatus vocis: ma provate a guardarlo incarnato in un film del genere. Non lo dico ai maniaci della nostra risma, a quelli che già conoscono il film, ma agli altri, che non sanno assolutamente di cosa io stia parlando. Serve che lo vedano questi nuovi spettatori. Così come serve che i giovani trovino il coraggio per guardarsi Salò. Parlarne per i vecchi, per i forumisti, per gli ossessionati, per i collezionisti, per i dvdisti, per un like su FB è un atto realmente osceno e infantile, nel 2015. Lado avrebbe dovuto in un primo momento girarlo nella Grecia dei colonnelli, quando ancora il film glielo avrebbe prodotto Antonio Margheriti: fece anche dei sopralluoghi, ma non era evidentemente cosa. Arrivò a Praga perché a Praga c’era andato come assistente di Maurizio Lucidi per un film irrealizzato su un tappeto magico. E invece ci tornò, a girare solo qualche raccordo paesaggistico di straforo – il grosso della Corta notte delle bambole di vetro fu filmato a Zagabria, nella ex-Jugoslavia – quando decise di raccontare la storia di Gregory Moore, ritrovato un mattino, apparentemente senza vita, da uno spazzino, in un giardino pubblico…