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Italian Gangster

2015
Titolo Originale:
Italian Gangster
REGIA:
Renato De Maria
CAST:
Andrea Di Casa
Paolo Mazzatelli
Luca Micheletti

Il nostro giudizio

Italian Gangster è un film del 2015, diretto da Renato De Maria.

Italian gangsters (Italia, 2015) di Renato De Maria è quanto di più originale si sia visto di recente nel genere noir/poliziesco nostrano, frutto della fondamentale co-produzione fra Istituto Luce e Minerva Pictures e presentato alla Mostra di Venezia 2015. Il cinema criminale non vive un’epoca particolarmente fertile nel nostro Paese: capolavori come Arrivederci amore, ciao e Suburra nascono uno ogni dieci anni, spesso le opere migliori si spostano sul piccolo schermo (vedasi il fenomeno Gomorra), mentre spuntano di tanto in tanto alcuni film che trasudano omaggio e innovazione (Roma criminale, Perez., All night long), con uno sguardo al passato e uno al presente. De Maria (La prima linea, La vita oscena) scrive anche soggetto e sceneggiatura insieme a Valentina Strada e Federico Gnesini, creando un’opera eccellente e unica nel suo genere: una docu-fiction che mescola vari linguaggi cinematografici – monologhi di attori nei panni di celebri banditi, documentari d’epoca e spezzoni di film (polizieschi e non) – costruendo un unicum in grado di tenersi lontano sia dalla narrazione puramente documentaristica sia dall’enfasi cinematografica, un equilibrio che la solida regia (grazie anche all’apporto davvero notevole del montaggio fluido di Letizia Caudullo) riesce a mantenere per tutti gli 87 minuti di durata. Sei attori per sei criminali che hanno insanguinato il Nord Italia (Milano, Torino, Bologna) dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Sessanta: Ezio Barbieri (Francesco Sferrazza Papa), Paolo Casaroli (Sergio Romano), Pietro Cavallero (Aldo Ottobrino), Luciano De Maria (Paolo Mazzarelli), Horst Fantazzini (Andrea Di Casa) e Luciano Lutring (Luca Micheletti). Il periodo narrato non è quello che solitamente riempie l’immaginario collettivo riguardo i gangster italiani: non gli anni Settanta, gli anni di piombo per eccellenza, il decennio in cui nascono i roboanti polizieschi e i noir più raffinati, ma gli anni precedenti, forse meno conosciuti e meno sbandierati dal cinema ma altrettanto feroci, anni in cui il fenomeno criminale – le bande e i “solisti” indipendenti dalla grossa criminalità organizzata – prende sempre più piede in Italia, messo in scena da proto-polizieschi come La banda Casaroli di Vancini e Banditi a Milano e Svegliati e uccidi di Lizzani.

L’analisi di De Maria è innanzitutto storica e sociologica: dalle parole dei protagonisti (ricavate da autobiografie e saggi di autorevoli giornalisti) emerge che la delinquenza è nata come una risposta inevitabile alla povertà post-bellica e alle ingiustizie sociali – talvolta con una connotazione marcatamente politica come nel caso del comunista Cavallero, talvolta solo per il benessere personale e familiare come narra Lutring, il “Solista del mitra” – spesso covata in un sottobosco di reduci e sbandati che non riuscivano a deporre le armi dopo la fine della guerra. Questo “romanzo criminale” offre una diversa prospettiva sulla Storia dell’Italia dal ’45 al boom economico: la società e i suoi mutamenti visti attraverso il fenomeno della delinquenza, con un notevole scavo psicologico frutto delle testimonianze dirette di coloro che hanno vissuto quegli anni con il mitra o la pistola in mano; siamo alle radici della storia malavitosa italiana, di cui i seventies sono una diretta prosecuzione, sia nella realtà sia nel cinema. Italian gangsters riesce a mantenere un altro perfetto equilibrio, quello tra realtà e mito: se da un lato i banditi vengono presentati in tutta la loro reale crudeltà (pensiamo a Casaroli che non si pente di nessun omicidio), quindi senza nessuna enfasi spettacolare, dall’altro lato De Maria mantiene in parte quell’aura “mitologica” che si è creata intorno a queste figure, declinandola in un’accezione anti-eroica e crepuscolare; la regia adotta inoltre uno sguardo quasi dileiano sul “milieu” della malavita, un universo complesso e governato da regole proprie che va analizzato non secondo la morale comune ma secondo la sua specifica morale (la legge del più forte, il senso di appartenenza, il “codice” del crimine). Interpretati magistralmente da questi sei attori con le grinte giuste, in primo piano su sfondo nero e con sguardo in camera (un buon effetto teatrale), i protagonisti diventano “persone” aderenti il più possibile alle figure storiche, mentre raccontano con entusiasmo – o comunque in modo naturale – le loro sanguinarie imprese, fra rapine, donne, arresti e fughe.

Accanto alle immagini dell’Istituto Luce, cioè i cine-giornali dell’epoca, in Italian Gangsters convivono altre immagini di repertorio prese dai filmati privati in Super 8 sulla vita delle famiglie (i cosiddetti Home Movies), il tutto alternato da sequenze più o meno lunghe recuperate da vari film della library RaroVideo. Vediamo scene dalla “trilogia del milieu” di Di Leo e dagli altri suoi noir, da polar francesi come Borsalino, da polizieschi “selvaggi” quali Milano rovente e Liberi armati pericolosi, che convivono con opere più autoriali come La classe operaia va in paradiso di Petri e Sbatti il mostro in prima pagina di Bellocchio. Attenzione, non tutti i film che vediamo parlano dei banditi in questione: il più delle volte vengono utilizzate immagini per tradurre visivamente i racconti, per esempio rapine e sparatorie prese da vari polizieschi, oppure gli scioperi esemplificati da La classe operaia; fanno eccezione gli spezzoni presi da Ormai è fatta! di Enzo Monteleone e La banda Casaroli di Vancini, che narrano rispettivamente la storia di Horst Fantazzini e del “Dillinger bolognese”.

Una narrazione secca, cruda, una docu-fiction in parte a colori e in parte in B/N, narrata come un vero noir e resa avvincente dal ritmo sostenuto, dalle interpretazioni magnetiche e da sequenze d’azione prese dai gangster-movie italiani: il tutto amalgamato in una mirabile fusione di linguaggi visivi così differenti che confluiscono l’uno nell’altro senza soluzione di continuità. La colonna sonora di Lele Marchitelli, talvolta nostalgica e talvolta aspra, accompagna il racconto amaro e sincero di queste vite ribelli e vissute orgogliosamente “fuori”; fra le musiche di repertorio, spicca il tema di Bacalov nella scena d’amore tra Moschin e la Bouchet in Milano calibro 9 di Fernando Di Leo.