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Il gioco di Gerald

2017
Titolo Originale:
Gerald's Game
REGIA:
Mike Flanagan
CAST:
Carla Gugino (Jessie Burlingame)
Bruce Greenwood (Gerald Burlingame)
Carel Struycken (Raymond Andrew Joubert)

Il nostro giudizio

Il gioco di Gerald è un film del 2017, diretto da Mike Flanagan.

Era già tutto previsto. Nella scena simbolica del lupo randagio che sbrana una carcassa d’animale, nel bel mezzo della strada che percorre la Jaguar rossa fiammante di Gerald (Bruce Greenwood) e Jessie (Carla Gugino). Due coniugi alla ricerca, in un weekend trasgressivo, di rinnovate emozioni sessuali ormai da tempo assopite. Un lupo, “homo homini lupus” e un colore, il rosso come il sangue, a presagire la verità. Quella salvifica, che è sempre in agguato, divora quello che siamo stati perché si possa diventare ciò che non eravamo e scorre unica e irripetibile come il DNA nelle vene. Non è mai semplice adattare un romanzo di Stephen King al cinema. Non è facile con un’opera breve, annoverata nella produzione “minore” dello scrittore del Maine, come Gerald’s Game (1992) che Mike Flanagan porta sullo schermo (Netflix). Proprio quel Flanagan che si è fatto conoscere come uno dei registi dell’horror più promettenti, dall’esordio con Absentia (2011), passando per Oculus – Il riflesso del male (2013) e Somnia (2016) e poi Ouija – L’origine del male (2016). Il gioco di Gerald ha una trama apparentemente molto semplice. Ammanettata al letto per un gioco erotico a cui si sottopone controvoglia nell’isolata casa vacanze sul lago, Jessie Mahout assiste alla morte improvvisa per infarto del marito, Gerald Burlingame, affermato avvocato. Un’ottima trovata rispetto al testo di King dove la donna uccideva accidentalmente il marito con un calcio, sottraendosi così al gioco erotico architettato inizialmente da entrambi per risvegliare la passione.

Complici dell’evento mortale, le pillole blu del Viagra alle quali l’uomo ricorre per superare l’impotenza che lo affligge e alla quale pensa di poter porre rimedio dando sfogo al suo istinto represso di stupratore. “Che cos’è una donna alla fine? Un supporto di sistema vitale per la figa” confessa Gerald, pochi minuti prima di morire, ad una Jessie sempre più infastidita dal gioco erotico che la vede imprigionata con le braccia bloccate alla testiera del letto. Ma ognuno, da qualche parte, ha un tasto che non vuole ammettere di premere. Fino a quando succede. Al crepuscolo, sola, in compagnia di se stessa e dei suoi ricordi talmente vividi che si fanno realtà, la donna si rende conto che, per quanto possa urlare, nessuno può aiutarla. Le vengono in soccorso le visioni di se stessa e del marito che, nel colpevolizzarla per tutto quello che non è stata in grado di essere e di fare nella vita, le permettono di portare alla luce i fantasmi della sua infanzia, primo fra tutti quello del padre. Le allucinazioni sono le parti multiple della personalità di Jessie: il lupo randagio che sbrana il cadavere del marito ai piedi del suo letto è la rabbia repressa; la bambina vittima della violenza psicologica del padre molestatore è la debolezza manifesta; l’incontro con l’uomo nero, un pericoloso profanatore di tombe paralizzato di fronte alla donna, sorta di duplicato in versione gore dell’impotenza sessuale del marito, è il desiderio di rivincita.

La metafora del vedere regge tutto l’impianto filmico e narrativo. Chissà se King prima e Flanagan dopo, nel descrivere così intimamente il lato oscuro delle donne, si siano resi conto di aver realizzato un’opera tutta al femminile dove gli uomini sono delle comparse, neanche particolarmente brillanti. Stress, ricatto, incubi,segreti, solitudine, senso di inadeguatezza, impotenza fisica e psicologica, paura dell’ignoto sono le sfaccettature della trasposizione cinematografica di storie talmente interiori, al limite dell’“infilmabile” di cui Il gioco di Gerald si nutreE se il mostro che sogni ti chiama “Topina” sarà il ricordo di un padre che, a Jessie bambina dodicenne, non faceva mancare nulla. Neanche le sue attenzioni più morbose consumate durante un’eclissi solare, tinte di oscurità sfumata di rosso fuoco, simbolo esemplare dell’adombramento dell’infanzia. Un racconto che rievoca per flashback i traumi passati, fino alla scelta autolesionista della protagonista che decide di compiere ciò che è necessario per sopravvivere. Costi quel che costi. Ci sono il macabro, il racconto delle abilità che nascono dalla mancanza, dal dolore, dall’eccesso di ferite, ma il film risulta una prova scarsa di originalità, soprattutto nel finale troppo sbrigativo. Perché tutto diventa certo. Tutto diventa superficiale con quelle risposte che vanno bene di giorno, quando le tenebre sono svanite e con loro tutto è svelato. Sarebbe bastato che Flanagan avesse attinto dal soprannaturale del cuore umano. Mentre non resta che la banalità del risolvere e del “risolversi”.