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Death Note

2017
Titolo Originale:
Death Note
REGIA:
Adam Wingard
CAST:
Nat Wolff (Light Turner)
Margaret Qualley (Mia Sutton)
Keith Stanfield (L)

Il nostro giudizio

Death Note è un film del 2017, diretto da Adam Wingard

Uscita tutto sommato indenne dal fuoco incrociato delle sterili e inutili critiche che l’hanno polemicamente accolta durante la 70a edizione del Festival di Cannes, casa Netflix si trova ora a doversela vedere con un ennesimo fastidioso mal di pancia, il quale ha stavolta come oggetto della contesa Death Note, rischiosissima (e già contestatissima) trasposizione in chiave occidentale dell’ormai celebre manga ideato da Tsugumi Ōba e Takeshi Obata, divenuto sin dal 2003 un autentico fenomeno di culto con già all’attivo un anime di 37 episodi e tre live action nipponici, di cui l’ultimo diretto da Hideo Nakata, oltre che una corposa sequela di prodotti transmediali. Ereditando direttamente da Warner Bros. un nefasto progetto risalente al lontano 2009 e che avrebbe dovuto godere della regia d’eccellenza nientemeno che di Gus Van Sant, la piattaforma capitanata da Reed Hastings ha scelto di affidare il timone del comando alle (solitamente) ferme ed esperte mani di un veterano come Adam Wingard, reduce da una carriera costellata per lo più da soddisfacenti prove di genere – tra cui You’re Next, The Guest e The Blair Witch – e già con mente e cuore rivolti al roboante Godzilla vs. Kong.

dentro 1

Trovandosi nei medesimi scomodi panni vestiti dal collega Rupert Sanders durante il bistrattato adattamento whitewashing di Ghost in the Shell, Wingard ha scelto maldestramente di operare uno sconvolgimento se possibile ancora maggiore del materiale originale, incentrando questo nuovo Death Note sulla figura di Light Turner (un Nat Wolf fastidiosamente fuori parte), scapestrato adolescente orfano di madre la cui vita viene totalmente sconvolta dopo essere entrato in possesso di un misterioso taccuino denominato “Quaderno di Morte”, il quale concede al suo proprietario il potere di condizionare la vita e la morte di coloro il cui nome vi viene scritto. Sotto la guida delle fitte regole contenute nel volume e coadiuvato dal demone guardiano Ryuk (nell’originale con la voce di Willem Dafoe), Light decide, con l’aiuto della compagna Mia (una ferina Margaret Qualley), d’improvvisarsi giustiziere silenzioso con lo pseudonimo di “Kira” (“assassino” in giapponese) ed eliminare così i peggiori criminali in circolazione. Quando però il padre poliziotto (Shea Whigham) e l’agente/hacker indipendente L (un Lakeith Stanfield nerd sulla falsa riga di Mr. Robot) iniziano a indagare, la situazione rischia di sfuggire pericolosamente di mano, con esiti potenzialmente letali.

dentro 2

Muovendosi goffamente tra uno young-adult fantasy – sul modello di A Monster Calls più che Il labirinto del fauno –  e un teen-superhero condito con alcuni guizzi di horror-splatter, Death Note guarda solo pallidamente ai propri nobili natali, puntando gran parte delle carte in tavola su di una messa in scena esteticamente molto visionaria e curata che riecheggia le inquadrature sghembe di Jean-Pierre Jeunet e che vorrebbe raggiungere (senza in verità minimamente riuscirci) le alte vette atmosferiche degli universi di del Toro, risultando alla fine niente più che uno sterile e confusionario pastiche il cui epilogo forzatamente “aperto” e – per volere dello stesso Wingard – enigmatico risulta tutt’al più solo fastidioso, tanto quanto l’imbarazzante recitazione e l’improponibile concept del gigionesco demone goloso di mele. Cosa dovrebbe significare infine schiaffare su di un televisore di sfondo una sequenza di Phantasm di Coscarelli? Questa e altre domande andrebbero seriamente poste al buon regista, quantomeno per capire cosa aveva davvero in mente di realizzare mentre guardava dritto nel mirino della sua cinepresa, senza accorgersi di quanto fosse lontano lo spirito originario di Death  Note.