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Burning – L’amore brucia

2018
Titolo Originale:
버닝 Beoning
REGIA:
Chang-dong Lee
CAST:
Ah-in Yoo (Jong-su)
Jong-seo Jun (Hae-mi)
Steven Yeun (Ben)

Il nostro giudizio

Burning – L’amore brucia è un film del 2018, diretto da Chang-dong Lee.

 Ci troviamo talvolta a parlare di un determinato film abbandonandoci a domande estremamente manichee: cosa è e cosa non è, di cosa parla e di cosa non parla, eccetera eccetera. Il cinema orientale, per fortuna, ci dispensa spesso da questo tipo di sforzo intellettuale, conferendoci invece una certa libertà, non meno faticosa, di immergerci nel racconto e di carpirne i tratti più rilevanti. In Burning tutto ha l’aria del pretesto, del sempiterno MacGuffin, a confermarci che, anche dietro la più semplice e rivista dinamica narrativa, c’è in realtà un’idea onnicomprensiva. Chang-dong Lee stesso, al ritorno in regia dopo otto anni, ha voluto dichiarare apertamente il complesso e attuale tema che lo ha portato a questo adattamento di Granai incendiati, racconto breve di Murakami Haruki. Ci arriveremo lungo la recensione; ciò che invece si può già dire è che Burning è un grande film, già trionfatore del Florence Korea Film Festival, e che, seppur tardivamente, in questi giorni è nelle sale.

Tutto ha la fluidità del reale quando il disoccupato ed aspirante scrittore Jong-su incontra, o meglio rincontra, Hae-mi; un’esistenza vuota e timida che viene contagiata dalla vivacità di una ragazza piena di sogni. Hae-mi vede ciò che non c’è: sbuccia degli aranci invisibili come esercizio di recitazione, chiede a Jong-su di prendersi cura di un gatto che non si fa mai vedere, nel suo pur piccolissimo appartamento, mentre lei è in viaggio in Kenia. La consapevolezza di Jong-su, mentale ma soprattutto fisica, di essersi innamorato viene però stroncata quando lei ritorna dall’Africa con l’altro, il misterioso e benestante Ben. Il triangolo, ma non come lo avevamo considerato. La realtà, con l’ingresso in scena dell’ultimo personaggio, inizia ad assumere tratti sempre più indecisi, sospetti, come quelli che Jong-su nutre per colui che chiama “il grande Gatsby”. Un’indecifrabilità che si accentua ulteriormente quando il film svolta dichiaratamente, o indugia furbamente, nel thriller. Il mistero si infittisce, sempre che di mistero si possa veramente parlare: la verità ci appare come il gatto di Hae-mi, o il più famoso felino di Schroedinger: è o non è? Esiste o non esiste? Entrambe le soluzioni sono equivalentemente valide. Nessun indizio basta da sé, o in coabitazione con altri, a fare una prova. “Il mondo mi appare come un grande enigma”, dice Jong-su a Ben, che  poco prima gli aveva confidato il suo hobby di bruciare le serre. In questo solo dialogo è racchiusa l’essenza dei due personaggi.

Jong-su vive un’esistenza precaria, priva di sicurezze, coltivando sentimenti pronti ad esplodere. Ben non si impone limiti perché niente gli è precluso, paragona la sua millantata piromania con la moralità della natura, la quale non sceglie di agire e distruggere sulla base del giusto o del torto, ma semplicemente nel nome dell’agire e del distruggere stessi. Due personaggi vicini e lontani, diversi per condizione sociale e per modo di essere, in grado di rappresentare tutte le contraddizioni sociali della Corea del Sud. Soprattutto quelle di una generazione arrabbiata, termine usato proprio da Chang-dong Lee per descrivere il più complesso stato di afflizione di un Paese pieno di conflitti interni ed esterni (dalla casa del protagonista si sentono, infatti, i messaggi propagandistici provenienti dall’altra Corea). Burning è dunque un racconto molto flemmatico, introspettivo e fuorviante che da un illeggibile microcosmo vuole disvelare un più evidente macrocosmo, attraverso una regia perfetta, quasi invisibile, e le interpretazioni maiuscole dei suoi protagonisti.