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Becky

2020
Titolo Originale:
Becky
REGIA:
Jonathan Milott, Cary Murnion
CAST:
Lulu Wilson (Becky)
Kevin James (Dominick)
Joel McHale (Jeff)

Il nostro giudizio

Becky è un film del 2020, diretto da Jonathan Milott e Cary Murnion.

È bello sapere che, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno capace di sorprenderci. La soddisfazione si fa poi doppia – anzi, quadrupla – quando la fonte di tale sorpresa proviene da Jonathan Milott e Cary Murnion, due tipetti che, visto il precedente tutt’altro che esaltante di Bushwick, beh, non promettevano certo grosse scintille. E invece, parola torna indietro, ecco che l’insospettabile coppia di cineasti si è rimboccata ben bene le maniche per venirsene fuori con qualcosina di molto particolare e decisamente anarchico. E sì, perché tutto si può dire di Becky, tranne che non sia un film fottutamente anarchico, dal principio alla fine. Anarchico nel voler disattendere l’etichetta di genere che lo vorrebbe un home invasion nonostante si svolga per tre quarti fra le fresche frasche di un’insidiosa foresta. Doppiamente anarchico nel presentarci una protagonista sociopatica tanto quanto e se non più dei cattivoni contro i quali si trova costretta a lottare, una fredda e letale little bitch con la quale ogni forma di immedesimazione empatica appare assolutamente impossibile. E, infine, inequivocabilmente anarchico nel buttare sul tavolo un gran mucchio di succose e intrigantissime domandine alle quali, per dispetto o piacere sadico, nessuna esauriente risposta pare voler essere data.

Come già poc’anzi annunciato, il fulcro di gran parte del coinvolgente bordello alla base di Becky ha luogo nelle viscere di un’oscura e isolata selva, dove la complessata (anti)eroina che dà il titolo alla pellicola (Lulu Wilson), da poco orfana di madre e con parecchi problemucci di bullismo sul groppone, si trova costretta suo malgrado a passare alcuni giorni in compagnia del padre (Joel McHale), ex suprematista bianco ormai redento, la di lui nuova fiamma di colore Kayla (Amanda Brugel) e il di lei figlioletto Ty (Isaiah Rockdcliffe). Un quadretto familiare già di per sé fonte di evidenti tensioni, le quali si fanno ancora maggiori quando i nostri incauti vacanzieri vengono inopportunamente disturbati da un pericolosissimo gruppo di galeotti freschi freschi di evasione, capitanati dallo sbroccatissimo Dominick (Kevin James, chiamato a sostituire in extremis il due di picche mollato da Simon Pegg), fiero adoratore dello zio Adolf con la fissa di appropriarsi di una misteriosa chiave che pare essere custodita proprio nella sperduta casa su lago in cui i nostri poveri amici si ritrovano di punto in bianco prigionieri. Fortuna vuole però che la nostra tosta e incazzutissima Becky si trovi a scorrazzare per prati quando l’assalto al fortino ha inizio, costringendola a dar fondo a tutto il proprio non certo scarso coraggio per dare del filo da torcere ai malefici invasori, ribaltando ben presto gli equilibri in gioco e dimostrando, come una novella MacGyver in gonnella, i mille e più usi creativi di un appuntito righello, di un affilato tosaerba, di un implacabile motore per barche e di qualche bella asse chiodata. Chi diavolo sono codesti nazi-assalitori? Che significato ha la misteriosa chiave che essi tanto bramano? E ancora: vi è per caso qualche legame con il passato suprematista del caro papino? Inutile insistere, perché Becky, su questo fronte, rimane muta come una tomba.

E se in un primo momento il nostro cervello per metà rettiliano e per l’altra metà da primate non può che iniziare a far girare i pochi arrugginiti ingranaggi che lo compongono, quando le giugulari iniziano allegramente a zampillare, gli occhi a cascare fuori dalle orbite con tanto di annesso nervetto e le budella a sgusciar fuori peggio delle salamelle a una sagra di paese, beh, tutti i precedenti quesiti vanno tacitamente a farsi benedire, lasciandoci tutto il gusto di poterci abbandonare a una succosa autentica carneficina. Un tripudio di dolore e sana brutalità squisitamente corporale che viene elargita a piene mani da una sedicenne spietata macchina di gore in cappellino di lana che, senza la minima traccia di pietà negli occhi e perfettamente coscia dell’indicibile male che si accinge a provocare, col la stessa lucida premeditazione del pestifero Kevin McCallister di Mamma ho perso l’aereo – ma con il quintuplo della sua sadica malvagità – ha ben chiara l’intenzione di far capire a chi di dovere chi è che porta realmente i pantaloni nel circondario. Peccato che a farle da villian – nonostante qui il concetto di malvagità si dimostri alquanto intercambiabile – ci si ritrovi un pacioccone come Kevin James, uno che, tra Superpoliziotti, weekend da bamboccioni e quant’altro, a tutto ci ha abituati fuorché a crederlo un cattivone. Ma poco importa, poiché la nostra schizzata e mentalmente instabile Reginetta dei Supplizi basta e avanza per tutti quanti, dando corpo e anima a uno dei personaggio innegabilmente più tosti e bastardi che il cinema degli ultimi anni ci abbia voluto magnanimamente regalare. E state pur certi che, tanto al principio quanto alla fine, da nemmeno il più piccolo grammo di rimorso verrà cavato fuori da questa aspirante vedovella nera.