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Anatomia di una caduta

2023
Titolo Originale:
Anatomie d'une chute
REGIA:
Justine Triet
CAST:
Sandra Hüller (Sandra)
Samuel Theis (Samuel)
Milo Machado Graner (Daniel)

Il nostro giudizio

Anatomia di una caduta è un film del 2023, diretto da Justine Triet.

Il principio alla base di Anatomia di una caduta è semplice, poi la questione diventa complessa: la genesi è una morte. Una caduta. Samuel, scrittore irrealizzato, precipita dall’ultimo piano della baita di montagna in cui vive con la moglie, Sandra, e il figlio di undici anni non vedente, Daniel. Samuel muore. È proprio il bambino a ritrovarlo, di ritorno dalla passeggiata col cane guida Snoop, toccando il cadavere si rende conto che trattasi del padre. L’immagine della caduta, dice la regista, le fu instillata nella mente della famosa sigla di Mad Men con la sagoma che cade. Cosa è successo? L’uomo potrebbe essersi suicidato, a seguito di un’esistenza che riteneva fallimentare, oppure è stato ucciso dalla moglie con la quale forse era in rottura. La procura propende per la seconda ipotesi e avvia il percorso per incriminare la donna e portarla a processo. Da qui prende le mosse l’ultimo film di Justine Triet, Anatomie d’une chute, un film di 150 minuti che è molte cose, tra cui la Palma d’oro al Festival di Cannes 2023.
Anatomia di una caduta contiene almeno tre livelli di lettura. A questi si aggiungono altri rivoli che si librano nelle pieghe, ma ci torneremo. Il primo livello riguarda sicuramente la relatività del reale. Un principio già ampiamente frequentato dal cinema, che non è sottotraccia ma al contrario, viene esplicitato fin dal titolo che è una citazione di Anatomia di un omicidio di Otto Preminger (1959). Ci sono due ipotesi sul tavolo, omicidio o suicidio, tertium non datur, e attorno a queste si costruisce il giallo segnato dall’incapacità di decidere sia per i personaggi che per lo spettatore. Che parte prendiamo? Difficile da stabilire, d’altronde lo stesso avvocato di Sandra dice “me ne frego della verità”, per l’ennesima volta una storia è solo come si racconta. Nello specifico la versione migliore è quella in grado di convincere una giuria. Le perizie degli esperti di parte, non a caso, arrivano a risultati opposti e speculari: l’uomo può essere stato ucciso con un colpo in testa, che avrebbe provocato tre schizzi di sangue sulla legnaia (il punto dell’inchiesta), o può essersi gettato nel vuoto col ribaltamento del corpo in volo, quindi averli fatti da solo, come dimostra la simulazione col manichino. Una guerra di prove tecniche che rievoca, per gli amanti del crimine, il delitto di Cogne, qui perpetrato non sulla linea di sangue madre-figlio ma su quella moglie-marito. Niente è definitivo. Tutto è discutibile.

Secondo la teoria della relatività, poi, Sandra e Samuel potevano essere una coppia tutto sommato solida, seppure nei problemi, derivanti principalmente dalla cecità del figlio, rimasto non vedente a causa di un incidente provocato proprio da Samuel, con annessi sensi di colpa e recriminazioni. Oppure potevano essere un marito e moglie in violento contrasto, segnati dall’odio, capaci perfino di arrivare alle mani come attesta l’audio ascoltato in aula che riporta una durissima lite e, in modo geniale, nega il supporto visivo limitandosi a farcela sentire. Ecco allora emergere il secondo piano lettura: l’autopsia della coppia con bambino. Sandra è una donna contemporanea, autonoma e affermata, una grande scrittrice che rischia di fare ombra al marito? Oppure è soltanto un’egoista, che delega il figlio al consorte perché è più facile così, peraltro continuando a tradirlo con uomini e donne? L’indecidibilità viene aumentata dalla prova magistrale della protagonista, Sandra Hüller, che a proposito di gelo interiore è anche la moglie del comandante nazista ne La zona di interesse di Jonathan Glazer. Due strade che si biforcano, due sentieri alternativi che mantengono il dubbio intatto. Justine Triet ripone in ciò uno sguardo più “d’autrice”, provando a uscire dal genere per offrire un’apertura universale sui rapporti di coppia e umani oggi, fermando la lente naturalmente sul ruolo della donna.

Il terzo strato è quello del thriller processuale. Per tenere tutta la sua durata, il film si dispiega lungamente nell’aula con testimoni, accusa, difesa e colpi di scena. Non manca il corredo mediatico degli avvoltoi che fiutano la preda. La porzione di genere, va detto, inserisce a tratti il pilota automatico e si produce in un legal tutto sommato risaputo, seppure con la sapienza di occultare le solite scene madri come i tormenti della giuria e il verdetto. Su questa macro-struttura, dicevo, si allungano alcune tracce che rimestano nel contemporaneo: in primis quella del sessismo, col brano P.I.M.P. di 50 Cent che ha un ruolo centrale nella storia, considerato molto maschilista. Ma sono appunto vaghe tracce, che la regista semina con intelligenza (furbizia?) senza approfondire davvero. Sbucciando la cipolla si arriva al nocciolo vero, cioè il bambino. Il punto sulla questione lo mette Daniel, giovane non vedente, personaggio magnifico che ribalta l’aspetto tiresico della cecità: chi non ha occhi non vede più degli altri, ma in ultima istanza è come tutti, e come tutti in caso di incertezza deve prendere una decisione. Si deve lanciare. E Daniel sceglie. Film stratificato, complesso, non sempre esattamente a fuoco, ma che vince una comprensibile Palma, convincendo con la sua struttura il presidente della giuria Ruben Östlund. In fin dei conti, non sorprende che il regista di Triangle of Sadness abbia apprezzato.