La piccola cineteca degli orrori: La croce dalle sette pietre

Una delle più immonde creature licantropiche apparse su celluloide
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È davvero il caso di star qui a parlarne? Probabilmente no. Sarebbe tuttavia ignobile o quantomeno ipocrita pensare di tenere in piedi una rubrichetta del genere senza spendere due paroline – non di più, mi raccomando! – riguardo a un abominio come La croce dalle sette pietre. Un titolo decisamente ingannevole che per coloro i quali, poveri disgraziati, fossero totalmente all’oscuro di ciò di cui si sta favellando potrebbe erroneamente far pensare a qualche stuzzicante gioiellino medieval-zombesco a costo zero sperduto nei meandri della filmografia di un Amando de Ossorio oppure, peggio ancora, a qualche ruvido spaghetti western post leoniano grondante zozzeria e sudore. Ma ecco che, così come nella vita, basta un piccolo cambio di prospettiva per rivelare il marcio che cova sotto il tappeto. E con un sottotitolo come Il lupo mannaro contro la camorra diciamo pure che lo spazio per eventuali fraintendimenti o voli pindarici si riduce drasticamente. Era infatti semplice questione di tempo prima che uno dei più laidi scult della vittoriosa terra di Garibaldi finisse per atterrare sonoramente in questo nostro nocturniano salottino, oggetto filmico certamente già ben noto tra il folto popolino dei trash masochisti ma sul quale è sempre e comunque necessario gettare nuova melmosa fanghiglia. Non che ce ne sia realmente bisogno, poiché, fin da quel fatidico 1987 quando questo insulto alla sacra Settima Arte uscì in una manciata di sale fra Trapani e Palermo – dopo aver scroccato preziosi finanziamenti nientepopodimeno che al Ministero dei Beni Culturali – per poi eclissarsi nel disdegno più totale, di peste e di corna se ne sono dette più che a sufficienza su quello scellerato di Marco Antonio Andolfi e sulla sua immonda licantropica creatura di celluloide. Andolfi chi direte voi?! Tranquilli: se il nome non vi dice nulla allora significa che siete perfettamente sani di corpo e mente, dato che il nostro cinematografaro napoletano – che definire regista varrebbe come un insulto a chiunque abbia mai imbracciato una macchina da presa – deve la propria (im)meritata fama solo ed esclusivamente a questo suo indecoroso exploit che gli è valso la calzante nomea di Ed Wood italiano. Oscuri appaiono ancor oggi gli intrighi di palazzo che condussero il buon Andolfi a racimolare i 150 milioni di budget necessari a dar corpo al proprio folle progetto, spingendolo a una forsennata corsa al risparmio che, unita a non meglio identificate frizioni con alcuni membri del cast e della troupe, lo portarono a creare un vero e proprio one man show scritto, montato, diretto, interpretato e persino in parte doppiato direttamente da lui medesimo. Senza contare il disastroso contribuito dato in prima linea all’intero comparto dei pedestrissimi effetti speciali che hanno fatto la storia del trash tricolore e non solo.

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Ma questa è un’altra storia, almeno per ora.  Basti solo dire che, nel pieno della wolfman renaissance anni ’80 inaugurata da perle di genere come Un lupo mannaro americano a Londra e L’ululato una pellicola come La croce dalle sette pietre rivela fin dalle sue primissime inquadrature quanto desolante e imbarazzante possa essere l’idea di un omaccione ululante e irsuto nelle mani di uno che i licantropi non li ha mai visti nemmeno stampati sulla scatola dei cereali. E in effetti si parte male gente. Anzi malissimo, con una bella orgetta satanica alla Jess Franco nella quale, mentre un attempato e assatanato Gran Maestro – Gordon Mitchell in persona – sbraita a muso duro contro il demone Aborym, una bionda ignuda pulzella sta per essere allegramente stuprata da un mostruoso essere peloso che pare il fratello di Chewbecca. Bello vero? Stacco temporale di non si sa bene quanto ed eccoci catapultati nella brulicante Napoli di fine anni ’80, nella quale il baldanzoso impiegato romano Marco Sartoni (Eddy Endolf aka Marco Antonio Andolfi, ça va sans dire) è appena giunto per incontrare la cugina Carmela, a quanto pare ultima parente ancora in vita. Ad attenderlo però ecco giungere la bella Elena, amica di Carmela e già pazzamente innamorata persa del nostro aitante protagonista senza averlo mai visto di sfuggita. Andiamo bene… Ma il colpo di fulmine dura poco poiché, come da tradizione, appena messo piede sul suolo partenopeo l’incauto Marco si vede fottuta da sotto il naso una preziosa collana a forma di croce – quella del titolo per intenderci –, la quale è in realtà un potente amuleto che impedisce al nostro amico di tramutarsi in un lupacchiotto mannaro allo scoccare della mezzanotte. Ma come, non serviva mica la luna piena? Lasciate stare, son dettagli…. Anche perché, nel mezzo di tutto questo delirio fatto di interminabili dialoghi da telenovela, inseguimenti da poliziottesco taroccato e spruzzatine soft core, state pur certi che le modalità di trasformazione licantropiche sono davvero l’ultimo dei problemi. E veniamo finalmente alla più dolente delle note di questo malfamato spartito, il vero oggetto di (s)culto che, in quasi tre decenni abbondanti, non ha mai mancato di raccogliere scroscianti applausi e grasse risate da chiunque abbia avuto il dispiacere di assistervi. Così come per l’aurora boreale o gli stupendi tramonti mediterranei, è impossibile dar conto con umane parole l’essenza profonda e l’impatto emotivo di una delle peggiori trasmutazioni da uomo a lupo che occhi e mente cinefila ricordino, plasmata, a detta del suo stesso ideatore, sulle iconografie dell’antica mitologia greca e dei Sacri Testi. Vedere per credere, insomma. E non saremo certo noi a rovinare la sorpresa ai nostri sadici avventurieri del trash, lasciando che sia la visione stessa del film, o alla peggio il buon Google Immagini, a saziare i loro famelici appetiti. Basti solo dire che un licantropo nudo e crudo come mamma l’ha fatto che torna alla propria umana condizione con tanto di camicia, cravatta e pantaloni perfettamente intonsi e stirati, non si era mai visto.

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Tornando alla nostra trama – qualora ce ne sia veramente stata una – troviamo il povero Marco intento a girare per ogni vicolo e ogni anfratto della città di Pulcinella per una buona oretta e venti, finendo per fare qualche domanda di troppo alle persone sbagliate e venendo addirittura scambiato per il membro troppo loquace di una qualche gang di strada, attirando su di se le attenzioni e le pallottole di una masnada di boss della Camorra. Ma non c’è nulla di cui realmente preoccuparsi, poiché il nostro – che per chi non lo avesse ancora intuito altri non è se non il figlioletto della fu bella sguinzella e del satanico Bigfoot ammirati nel folgorante incipit – pensa bene di sfruttare la propria mannara condizione per fare un po’ di ripulisti modello Giustiziere del Rione, scovando e massacrando i più pericolosi criminali in circolazione laddove le forze dell’ordine dimostrano di aver fallito. Il tutto ovviamente non prima di un interminabile flashback di ben sette minuti fra i più lisergici mai visti su schermo, innescato da una bella digrignata di denti che pare piuttosto l’esito di una bella impepata di cozze mal digerita, sino ad un delirante epilogo mistico-religioso nel quale, grazie alla sovrapposizione in dissolvenza del volto del buon Gesù sul cupolone di San Pietro, la vittoria del Bene sul Male viene simbolicamente sancita come neanche il miglior Zeffirelli avrebbe saputo orchestrare. Se vi dicessimo che, diversi anni dopo la sua disastrosa uscita, La croce dalle sette pietre venne rimontato e rieditato dal suo stesso autore con il titolo di Talisman attraverso l’ausilio di immagini di repertorio che avrebbero dovuto suggerire l’espansione della lupesca maledizione all’intero continente Africano (sic!) probabilmente non vi stupireste più di tanto, vero? Così come non ci sarebbe di che sorprendersi se ricordassimo come nel 2007, in occasione del ventesimo anniversario di questo imperdonabile disastro, il caro Andolfi decise inconsciamente di realizzare un mediometraggio sequel della sua opera prima – e per fortuna ultima – dal titolo di Riecco Aborym, del quale si sono fortunatamente perse le tracce praticamente da subito. Va da se che sarebbe davvero una gran perdita di tempo cercare di capire se questa zozzeria a ventiquattro fotogrammi al secondo possa aver avuto o meno qualche risonanza al di fuori degli italici confini, a meno che qualcuno come Tarantino o Refn non se ne venga fuori un giorno spargendone lodi e apprezzamenti come di una preziosa reliquia da custodire e coccolare. Nell’attesa noi continuiamo a perpetrare la sacra legge che ci venne a suo tempo impartita: prima regola de La croce dalle sette pietre: non parlare mai de La croce dalle sette pietre. Ah già, l’abbiamo appena fatto! Pazienza, tanto prima o poi il licantropo con le basette sarebbe comunque venuto fuori…