La piccola cineteca degli orrori: Blood Freak

Il folle (e moralista) delirio di Brad F. Grinder
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Quel gran buontempone di Orson Welles era solito ripetere che chiunque, volendo, potrebbe tranquillamente darsi al cinema, a patto di avere almeno cinque settimane di tempo da dedicare allo studio intensivo di teoria e pratica. Un’opinione alquanto ottimistica, non c’è che dire, partorita probabilmente durante qualche delirio alcolico senza avere la ben che minima conoscenza dell’esistenza di un tipaccio come Brad F. Grinder. Uno che, fra i mille e più hobby che avrebbe potuto coltivare, ha malauguratamente scelto di imbracciare una macchina da presa senza spendere neanche mezz’oretta a capire come diamine utilizzarla a dovere, dedicando ben cinque intensi anni della propria poco onorevole carriera a sfornare otto fra le più laide e innominabili pellicole che mai schermo abbia avuto il disonore di ospitare. È appunto fra il 1970 e il 1975 che il nostro, totalmente digiuno da qualunque precedente vissuto anche solo periferico all’interno della Settima Arte, ha potuto impunemente scorrazzare a piede libero regalandoci perle d’immonda bruttezza a costo sotto zero come Devil Rider! (1970), Never the Twain (1975) e Berley Proper (1975), cantandosela e suonandosela nella più assoluta indipendenza con quattro spicci e parecchia improvvisazione a fare da traballante sostegno ai propri penosi deliri al sapore di emoglobina da primo prezzo. Va detto tuttavia che un tizio capace di esordire con un titolo come Flesh Feast (1970) nel quale un ex diva hollywoodiana come Veronica Lake veniva costretta a vestire i panni di una scienziata pazza intenta a resuscitare Hitler in persona per poi darlo in pasto a una manciata di vermi carnivori geneticamente modificati beh, non può che meritare certamente tutto il nostro rispetto. Rispetto che tuttavia non può che venir meno – e anzi scomparire del tutto – dinnanzi a un’opera seconda come Blood Freak, quintessenza di tutto ciò non dovrebbe mai, per nessunissimo motivo, essere definito anche solo per sbaglio un film horror, tanto folle, insensato e maldestro è l’intero progetto che vi si cela dietro, davanti e pure di lato. Correva infatti il glorioso Anno Domini 1972 quando, mentre i cinema di tutto il mondo si preparavano ad accogliere futuri immortali cult come L’ultima casa a sinistra, Non si sevizia un paperino e Le tombe dei resuscitati ciechi ecco che il nostro caro Binder, galvanizzato più che mai dalla strampalatissima idea di utilizzare il sacro potere del sangue e delle frattaglie allo scopo di mettere in guardia le giovani generazioni dal nefasto potere delle droghe, decise di imbastire alla bell’è meglio un’orea e venti di assurdità e scempiaggini che avrebbero solcato i pochi schermi di qualche scalcinato drive-in con il titolo, per l’appunto, di Blood Freak, con una “s” ballerina in più a seconda degli umori e delle latitudini.

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Una balzana storia da quattro soldi che, per sommi capi, ruota attorno al ritorno in patria di un ex veterano del Vietnam (Steve Hawkes) che, prestato soccorso a una bella sconosciuta (Heater Hughes) rimasta testé in panne, si ritrova in tempo record a vivacchiare in mezzo a una pseudo comune di allegri e infoiati hippies, i quali riescono altrettanto velocemente a corrompere la sua ferrea morale da repubblicano tutta casa, esercito e chiesa per iniziarlo alle mistiche proprietà della sacra marjuana. Sia ben chiaro: non un consumo intensivo alla Bob Marley in piena attività, ma solo un’innocente e striminzita cannetta. Tanto basta tuttavia per gettare il muscoloso e non troppo sveglio protagonista in un profondo disagio fisico e mentale manco fosse uno spin-off di Christiane F. Disagio che pare allentarsi nel momento in cui il nostro, desideroso più che mai – e ci mancherebbe altro! – di reintegrarsi produttivamente nell’americanissima società, decide di accettare un lavoro in un’equivoca fattoria nella quale due altrettanto equivoci mad doctors testano stranissime sostanze chimiche nientemeno che sulla carne di tacchino. Ed è proprio qui che Blood Freak inizia a grondare tutta la propria intrinseca follia, nella sola balzanissima idea che l’aver divorato un’intera carcassa di pennuto geneticamente modificato sia sufficiente a trasformare un essere umano in un autentico turkey monster killer. Un improbabile essere antropomorfo, abbigliato come un tipico fattore del Michigan con tanto di bretelle, salopette di jeans e camiciona a scacchi, dotato di una squallida testa pennuta in cartapesta che, in barba a qualunque pallida pretesa di spaventare, pare piuttosto un allucinato incrocio fra il dress code piumato del futuro iconico assassino del Deliria di Soavi e le spelacchiate gallinacce troppo cresciute che avrebbero popolato di lì a qualche decennio il Chicken Park immaginato dal mitico Jerry Calà. Come potrà mai passare il tempo il nostro tacchinone assassino della porta accanto? Squartando chiunque gli capiti a tiro ovviamente! E in modi per giunta non certo disprezzabili, non fosse che per la desolante povertà di mezzi che fa apparire ogni arto amputato a suon di sega circolare e ogni squartamento a tradimento quanto di più triste e casereccio si possa immaginare.

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A dimostrazione di ciò basterebbe citare non solo un montaggio talmente raffazzonato e approssimativo da risultare quasi sperimentale nella sua estetica naif e freestyle, ma anche e soprattutto un comparto sonoro da denuncia penale che, ogni qual volta una sfortunata pulzella ha il dispiacere di essere maldestramente torturata a favore di obiettivo, ci ripropone in loop il medesimo urlo (mal) campionato con la stessa sadica insistenza di una tortura psicologica vietnamita. Ma tutto questo gran casotto non può certo dirsi completo senza le incursioni randomiche, fra una sequenza e l’altra, del nostro caro vecchio Grinder in persona che, fumacchiando come un turco quella che si spera esser solo un’innocua sigaretta – ma di questo non è ovviamente possibile dar garanzia alcuna –, sullo sfondo di una rustica e non meglio identificata baiata di campagna si lancia, così ad cazzum, in folli sproloqui sul significato della vita, sul valore della religione e altre inutili bacchettate moraliste il cui scopo risulta, ad oggi, ancora del tutto oscuro. Una sorta di aedo de’ noatri insomma, uno sciroccato deus ex machina voglioso come un mandrillo di elargirci una paccottiglia di consigli assolutamente non richiesti e opinioni a buon mercato la cui utilità effettiva è paragonabile solo a quella di uno spazzolino elettrico nel mezzo alla foresta amazzonica. Giunti a questo punto però il dilemma è ora enorme: lasciare a voi, sadici e masochisti amanti delle peggiori nefandezze di celluloide, il piacere di scoprire come diamine andrà a finire – in vacca, ovviamente – tutto questo allegro baraccone, oppure cedere alle lusinghe dello spoiler e servirvi su di un piatto d’argento il succulento epilogo capace di dare tutto un altro volto a questo ignobile Blood Freak? Beh, posto che, con molta probabilità, nessun essere senziente con un minimo di amor proprio tenterà mai di avvicinarsi, nemmeno per sbaglio, a questa follia a ventiquattro fotogrammi al secondo, possiamo tranquillamente prenderci l’onere e il disonore di  rivelare come tutto ciò a cui abbiamo faticosamente assistito per buoni tre quarti d’ora altro non è stato che un delirio lisergico del nostro intossicato protagonista che, colpevole di aver ceduto al dolce richiamo della cannabis, si è trovato immischiato nel più peggiore e improbabile degli incubi, uscendo dunque dal dolce abbraccio di Morfeo con un prezioso insegnamento per sé stesso e per noi tutti. E se vi sembra particolarmente strano che sia servito piazzare davanti alla macchina da presa un tizio mascherato da tacchino intento a squartare gente a destra e a manca per insegnarci che fumare ebra fa parecchio male, beh, certo, strano lo è di sicuro. E anche parecchio. Così come strano è il fatto che, dopo oltre quattro decenni, ancora si sia qui a sparlare di un filmucolo che avrebbe probabilmente dovuto finire nel buco nero dell’oblio il giorno seguente al suo concepimento.