Il ciclo dei Ghostbusters

Autopsia di un mito

Un successo dovuto a un’alchimia di fattori, quello del ciclo dei Ghostbusters, molti dei quali non del tutto prevedibili. Scorrendo gli aneddoti sulla lavorazione del primo film sembra quasi che gli elementi si siano assemblati casualmente, producendo un piccolo miracolo.

Nel 1982 i produttori Ivan Reitman, Joe Medjuck e Michael C. Gross progettavano di trasporre sul grande schermo il romanzo di fantascienza The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy (Guida galattica per gli autostoppisti) di Douglas Adams. L’autore buttò giù tre stesure, secondo contratto. Pare che Medjuck e Gross avessero in mente di scritturare Bill Murray o Dan Aykroyd, che in quel momento spopolavano al Saturday Night Live, per ricoprire il ruolo di Ford Prefect. Quando venne contattato, Aykroyd approfittò dell’occasione per proporre un suo soggetto: Ghost Smashers. L’idea piacque, e i produttori decisero di accettare la scommessa. Nella prima bozza di sceneggiatura la storia era ambientata nel futuro e i “distruggi-fantasmi” sarebbero stati un normalissimo corpo municipale, come i vigili o i pompieri (ricorda qualcosa?). L’idea però era troppo ambiziosa. Basti pensare che nelle intenzioni di Aykroyd la Ecto-mobile avrebbe dovuto volare. Facendo un po’ di conti, il film sarebbe costato almeno 300 milioni di dollari dell’epoca, una cifra improponibile secondo i produttori (il budget effettivo fu invece di poco più di 30 milioni, un decimo). Così venne proposta una riscrittura, e per aiutare Aykroyd sul nuovo copione venne contattato Harold Ramis. Secondo uno dei primi stoyboard, i nostri eroi avrebbero dovuto combattere i fantasmi rispondendo alle chiamate provenienti da tutta America, vestiti come agenti speciali della SWAT, con delle bacchette al posto delle pistole, in cima alle quali ci sarebbero dovute essere delle sfere. Questo avrebbe conferito al film una dimensione sostanzialmente magica, che si decise poi di smorzare con l’introduzione della tecnologia (i famosi “zaini protonici”) creando un mix unico e divertente. Tuttavia parlare di un vero “copione” per Ghostbusters è quantomeno azzardato, poi vedremo perché.

JOHN BELUSHI ADDIO

Il cuore e il cardine del progetto è sempre stato Dan Aykroyd. Di fatto, Ghostbusters è Dan Aykroyd. Nelle intenzioni di partenza si pensava di affiancargli John Belushi ed Eddie Murphy. Murphy dovette declinare perché in quel momento stava girando Un poliziotto a Beverly Hills. Se avesse accettato, il ruolo di Winston Zeddemore (poi ricoperto da Ernie Hudson) secondo lo script originale sarebbe stato più corposo, e il personaggio avrebbe fatto parte della squadra sin dall’inizio, invece di risultare un comprimario di lusso. L’evento decisivo per le sorti del film fu però la morte di John Belushi, avvenuta il 5 marzo 1982 per un’overdose di speedball, a soli 33 anni. A John era stato riservato il ruolo di Peter Venkman (e chi altri?). La scelta successiva ricadde su Chevy Chase, che però rifiutò. In un’intervista Chase racconta che la sceneggiatura utilizzata nel film non era la stessa che lui aveva effettivamente letto, e pare fosse più oscura e spaventosa. Ecco quindi profilarsi all’orizzonte Bill Murray. Murray accettò la parte a patto che la Columbia finanziasse Il filo del rasoio, un dramma diretto da John Byrum di cui era protagonista, remake dell’omonimo film del 1946. La Columbia tenne poi fede al patto, facendo uscire il film nel 1984. Per ricoprire il ruolo del dottor Egon Spengler erano in lizza Christopher Walken, John Lithgow, Christopher Lloyd, Jeff Goldblum e Michael Keaton (quest’ultimo in predicato anche per il ruolo di Venkman).

La leggenda narra che Harold Ramis non avesse nessuna intenzione di recitare nel film, ma alla fine, quando la storia iniziò a prendere forma, lui stesso dovette ammettere di essere la scelta più adatta. Per il ruolo di Louis Tully all’inizio era stato precettato l’ingombrante John Candy. Candy però si tirò indietro quando le sue idee sul personaggio furono completamente rigettate. Secondo Candy, Louis Tully doveva parlare con un accento tedesco e possedere due cani schnauzer, ma l’accento non convinceva per niente e di canino c’erano già le due statue trasformate. Di rimpiazzo, Rick Moranis venne reclutato all’ultimo momento. Per la cronaca, John Candy, Rick Moranis e Harold Ramis avevano lavorato insieme sul set del programma canadese Second City Television.

AD-LIB

Parlavamo di sceneggiatura. Bene: quasi nessuna delle scene filmate rispetta il copione. A parte le molte sequenze girate e mai inserite nella pellicola finale, come quelle dedicate al flirt tra Egon Spengler e la segretaria Janine (un paio sono state aggiunte come extra nella versione Criterion), la cosa che rende Ghostbusters unico è l’improvvisazione. Quasi tutte le scene hanno almeno un paio di momenti improvvisati. Roba improponibile per un film prodotto da una major, ma che diventa possibile quando si maneggiano cavalli di razza, quando il gruppo è coeso, quando tutti si divertono a girare e gli attori si appoggiano le battute a vicenda. Questa – del resto – è l’unica scelta possibile quando si punta la macchina da presa su Bill Murray. Per fare qualche esempio: nella scena del festino organizzata da Louis Tally, Rick Moranis improvvisa totalmente i suoi commenti, ed è buona la prima. La scena in cui il trio esplora la biblioteca – e Aykryod commenta la pila simmetrica di libri – è stata inventata da Reitman al momento delle riprese. Oppure, sempre in biblioteca, quando lo scaffale cade alle spalle dei protagonisti lo fa davvero in modo imprevisto, forse per colpa di un tecnico maldestro, e Murray ha la prontezza di spirito di chiedere ad Aykroyd «Ti è mai capitato prima?» dando luogo a un dialogo improvvisato. Questo è Ghostbusters.

NORMAL-FX

A un pubblico moderno, viziato dalla CGI, gli effetti speciali di Ghostbusters fanno tenerezza. Secondo Ivan Reitman i tempi di realizzazione furono talmente stretti (il film sarebbe dovuto uscire tassativamente nell’estate del 1984), che la pellicola definitiva fu stampata senza aver completato gli effetti e senza aver potuto correggere alcuni errori in post-produzione. A Reitman non piacque neppure la versione su laserdisc del film, perché la maggiore densità della luce, veicolata da quel tipo di formato, di fatto mette in forte risalto l’artificiosità dei matte paintings. Curiosamente, al pubblico questo non interessa affatto. Certo, gli effetti speciali sono un elemento imprescindibile della storia, ma non è il punto di forza del film. A una commedia ben riuscita si perdona tutto, ed è stata la simpatia dei protagonisti e l’atmosfera generale a catalizzare l’adorazione dei fan.

Molti dei trucchi erano meccanici e artigianali. La scena in cui i cassetti dell’archivio della biblioteca si aprono da soli e i fogli svolazzano via è stata realizzata da alcuni tecnici che li spingevano da dietro e da tubi di rame in cui veniva sparata dell’aria. Sigourney Weaver che levita nell’aria non è un trucco ottico, è un effetto fisico realizzato facendo indossare all’attrice una tuta di sostegno e agganciandola a un montante nascosto dietro le quinte. Un trucco che nasce dall’esperienza teatrale di Ivan Reitman a Broadway. La tuta dell’omino dei marshmallow costava circa ventimila dollari e ne furono realizzate tre, tutte e tre distrutte alla fine del film. Per l’esplosione furono utilizzati quasi duecento litri di schiuma da barba. A questo proposito c’è un aneddoto piuttosto divertente che riguarda la schiuma. Appena il pupazzo esplode, sulla testa di William Atherton (uno dei “cattivi”) doveva essere aperta una gigantesca sacca di schiuma che avrebbe dovuto ricoprirlo per intero. Atherton la osservò – per niente convinto – e chiese che peso avrebbe dovuto piovergli addosso.I tecnici risposero «35 chili, ma è solo schiuma». Atherton domandò «ma voi sapete la storiella dei 35 chili di piume e dei 35 chili di piombo?Beh, sono la stessa cosa». Allora per convincerlo si decise di fare la prova su uno stuntman, che finì schiacciato sul pavimento, mentre Atherton ghignava soddisfatto. Il peso della schiuma venne dimezzato.

WHO YOU GONNA CALL?

Molto del successo di Ghostbusters è dovuto alla trascinante hit di Ray Parker Jr., un pezzo che fa cantare anche le salme. Ma, per coloro che non lo sanno, la canzone-tema del film nasce da un evidentissimo plagio. Provate a riascoltare I Want a New Drug di Huey Lewis, poi ne riparliamo. Lewis – che aveva declinato l’offerta di partecipare alla produzione – citò poi in giudizio Ray Parker Jr., con tutte le ragioni del caso. Prima di Parker era stata contattata anche Lindsey Buckingham, fresca del successo di Holiday Road, la hit di National Lampoon’s Vacation di Harold Ramis uscita l’anno precedente, ma la cantante rifiutò perché non voleva che la sua immagine fosse troppo legata alle canzoni da film. Ray Parker racconta d’aver scritto la canzone alle quattro e mezza del mattino, dopo due giorni di inutili tentativi. Poi l’illuminazione scaturì da una banalissima pubblicità in TV che reiterava lo slogan Who you gonna call? (Chi dovete chiamare?), diventato l’ossessivo refrain del pezzo. Il coro che risponde alla domanda è stato messo in piedi da Parker in fretta e furia: le voci sono quelle della sua ragazza e degli amici. La canzone rimase al primo posto nelle classifiche di ascolto per ben tre settimane. Fu girato anche un video, per la regia dello stesso Reitman, in cui fanno dei cammeo una serie di celebrità che non appaiono nel film, come Chevy Chase, Irene Cara, John Candy, Melissa Gilbert, Danny DeVito, Carly Simon, Peter Falk e Teri Garr.

ACCHIAPPA…

Accanto al cast comico, Ghostbusters vanta la presenza di una stella di prima grandezza, Sigourney Weaver, che in quel periodo era già la tostissima Ripley della saga di Alien. Forse per sfaccettare il proprio curriculum, la Weaver gioca qui a fare la donzella in pericolo, ma il suo ruolo non è particolarmente impegnativo o caratterizzante, e qualsiasi attrice avrebbe potuto sostenerlo con pari risultati. Chi invece non sarebbe possibile sostituire è il trio, assemblato con occulta sapienza (Murray il ventre, Aykroyd il cuore, Ramis la testa), ma soprattutto non sarebbe possibile sostituire Bill Murray, personaggio unico anche nella vita, e vengono i brividi a ripensare alle probabili scelte alternative (specie Chevy Chase). È Murray infatti a rubare la scena ai colleghi, col suo umorismo cinico, il suo sfacciato opportunismo, le sue occhiate maliziose dritte in camera. La prima scena, l’esperimento di indovinare le carte col pensiero, è davvero geniale, e ci dice già tutto di lui. La regia di Reitman è funzionale, senza sbavature, e mentre la scenografia fantasy ultradimensionale e le apparizioni di Gozer (una popstar Anni Ottanta in tacchi a spillo e brillantini) appaiono piuttosto datate, la scena dell’omino dei marshmallow rimane ancora oggi semplicemente ipnotica. Nel 1984 il successo del film fu talmente grande che al numero di telefono che compare in sovrimpressione in TV durante la finta pubblicità degli Acchiappafantasmi arrivarono per sei settimane – prima che fosse staccato – circa mille telefonate all’ora. William Atherton dichiara che il film gli rovinò la vita, perché fu tormentato a lungo dai fan che lo identificavano col suo antipatico personaggio, Walter Peck, tanto che gli capitò persino di fare a botte in un locale.

…E RIACCHIAPPA

Il numero due doveva esserci, perché il primo conteneva in sé tutte le caratteristiche della serialità. Ghostbusters nasce già come film di culto. Un prodotto che intelligentemente prevede e veicola tutto il fenomeno di merchandising successivo, basti pensare a quel logo così iconico, alla Ecto-mobile che pare fatta apposta per essere esposta nelle vetrine dei negozi di giocattoli, alle magliette sventolate nel finale della storia. Ma i film sono oggetti in precario equilibrio alchemico. Poco controllo = troppa casualità (ma con possibilità di grande sorpresa e divertimento); troppo controllo = molta noia (ma con possibilità di inarrivabili capolavori). I secondogeniti partono già svantaggiati, perché difettano della parte narrativa più gustosa, cioè la presentazione dei personaggi. Ghostbusters 2 a qualcuno è piaciuto quanto il primo, a molti altri meno. Inutile chiedere a un vero fan, perché la domanda apparirebbe priva di senso: quando si ama qualcosa – e a testimoniarlo ci sono centinaia di Ghostbusters Club sparsi in tutto il mondo – il giudizio critico non ha luogo a procedere. Tra il primo e il secondo ci sono differenze evidenti.

Esempio: il target di riferimento. Tra i due capitoli passano cinque anni, e in mezzo c’è una fortunata e amatissima serie a cartoni animati intitolata The Real Ghostbusters (“real” per distinguerla dalla serie-plagio Ghost Busters della Filmation).Gli episodi cominciano nel 1986 e vanno avanti fino al 1991. Bene, a quel punto è fatta: i produttori hanno individuato la miniera d’oro. I bambini. E i cartoni influenzeranno in modo determinante l’esito del 1989.Basti pensare che i personaggi smettono di fumare e l’aspetto dei fantasmi viene modellato su quello dei cartoni, più morbido, piuttosto che sulle estetiche – ancora sottilmente horror – del primo film.È una scelta ragionata, consapevole.L’umorismo e le allusioni si stemperano. A Bill Murray viene piazzato un neonato in braccio per impedirgli di dar sfogo a tutta la sua irriverenza. Ma, colpo di genio, la sequenza della solidarietà newyorkese con la Statua della Libertà e i cori – d’ironia strabordante – può essere intepretata in modo sentimentale da anime sentimentali. Due piccioni con una sola fava.