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Year Zero

Autore:
Benjamin Percy, Ramon Rosanas
Editore:
Star Comics

Il nostro giudizio

Il sottogenere zombi è inflazionato, alla nausea, potremmo quasi dire che ha rotto il cazzo. Non foss’altro che, ancora si riesce a tirar fuori qualche opera che funziona, che in qualche modo intrattiene, che ancora riesce a dire qualcosa. Nonostante la sovraesposizione continua di un modello proposto in tutte le salse, per tutti i media, riletto da tutte le angolazioni. Ci sono rivisitazioni del genere fatte letteralmente l’altro ieri che sono già vecchie e mummificate. Eppure qualcosa di valido c’è,  al di là del successo commerciale del filone che ancora tiene, tanto che si potrebbe quasi dire che è un evergreen. Il cilindro dal coniglio lo tirano fuori Benjamin Percy, sceneggiatore non a caso già cooptato dalla Marvel, e Ramon Rosanas ai disegni. Year Zero, il loro fumetto sugli zombi, per certi aspetti ritorna, almeno nelle intenzioni, alle origini romeriane della versione moderna del mito del morto vivente usato come metafora politica.

Blandamente, senza esagerare ma con una certa efficacia nel dipingere dei tipi umani figli della contemporaneità. Percy racconta le peregrinazioni di diversi sopravvissuti in giro per il mondo alle prese con un’epidemia globale, un po’ come il  Max Brooks di World War Z ma in piccolo, con intenzioni più modeste rispetto alla narrazione veramente esaustiva di Brooks. Il risultato sono quattro storie collaterali al racconto delle origini dell’epidemia, quattro metafore di una condizione trasversale alla natura di tutti gli individui: la solitudine. I protagonisti di Year Zero affrontano, con diverse modalità e diversi esiti, il fatto di essere soli al mondo.

Gli zombi si fanno invisibili, quasi scompaiono sullo sfondo di una narrazione che li vede come un McGuffin, poco più che pretesti per portare avanti le vicende dei protagonisti e aggiungervi adrenalina. Perché alla fine, preso nella sua accezione di metafora politica, lo zombi è funzionale a mettere in evidenza le dinamiche della società agendo come una lente d’ingrandimento. Delle quattro narrazioni, escludendo l’origine dell’epidemia che è prettamente funzionale all’avanzamento della trama, forse un paio sono un po’ troppo sopra le righe, e avrebbero funzionato altrettanto bene su un registro più realistico e meno romanzato, ma nell’insieme non inficiano la buona riuscita dell’opera. Year Zero è in definitiva un volume godibile. Forse non una pietra miliare, ma una bella prova da parte di due autori che riescono a rendere ancora interessante un sottogenere che da tempo mostra le corde.