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Dylan Dog – Mater Dolorosa

Autore:
Roberto Recchioni, Gigi Cavenago
Editore:
Sergio Bonelli Editore

Il nostro giudizio

Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, compie 30 anni

Atteso, annunciato, spoilerato, celebrato: arriva in edicola il volume n. 361 di Dylan Dog, Mater Dolorosa che celebra i 30 anni dell’indagatore dell’incubo più famoso d’Italia, con testi importanti dell’attuale curatore e disegni, anzi illustrazioni di uno dei talenti più visionari e incredibili del’industria fumettistica. Diciamolo subito: Mater Dolorosa è un passo narrativo fondamentale per la mitologia dylandoghiana. Roberto Recchioni è riuscito nel non facile intento di fondere trent’anni di storia (un po’ come oltreoceano ha fatto Grant Morrison con Batman qualche anno fa), rendendo coeso un universo inevitabilmente sfilacciato da storie autoconclusive, che fino a poco tempo fa poco si preoccupavano della continuità storica del protagonista. Per capire però l’importanza dell’albo, va detto prima di tutto che Recchioni sta rinnovando alcune regole cardine della benemerita casa editrice milanese – la Sergio Bonelli Editore, of course -, scardinando tappe normative ormai in disuso e aggiungendo al parco testate quel tocco di (post)modernità che non poteva che fare bene ad un pantheon in vita da oltre settant’anni. La continuità cronologica è proprio una di queste: resa centrale con la serie di miniserie Orfani (che rinnova titolo e protagonisti di stagione in stagione), in Dylan Dog non poteva per forza di cose essere impiantata di punto in bianco. È per questo che Roberto ha sapientemente impiantato piccoli semi passo dopo passo, impercettibili magari ad una prima lettura di un albo ma fondamentali quando si tratta, proprio come nel caso di Mater Dolorosa, di raccogliere i frutti di un universo narrativo che può e deve avere un respiro narrativo più ampio di 98 pagine al mese.

Oltretutto, questo n. 361 raccoglie la pesante eredità di Tiziano Sclavi, creatore del personaggio, inglobando le tante sottotrame lasciate da lui nel presente di Dylan Dog – Mater Dolorosa: e incredibilmente, tutte le tracce, i segmenti, le storie lanciate alla rinfusa in trent’anni prendono vita, facendo sì che tutto abbia uno schema logico, che tutto ciò che sembrava accaduto per caso al nostro fosse invece parte di un piano incredibilmente vasto e per questo incredibilmente affascinante. È questa la prima vittoria di Mater Dolorosa: aver finalmente ricreato dalle sue stesse ceneri un personaggio, riuscendo a plasmare una materia ormai morta (non è un mistero per nessuno che l’albo fosse ai minimi qualitativi storici solo pochissimi anni fa, e Dylan Dog un sopravvissuto al suo stesso mito) creando qualcosa di coerente con sé stesso che non rinuncia al passato ma guarda orgoglioso verso il futuro. Era questo il problema più grande, a livello narrativo: Sclavi, e dopo di lui i suoi “eredi” Marcheselli e Chiaverotti, aveva dato al character un’impronta caratteriale, etica, morale, ben precisa, ricalcata sull’autore ma al passo con i tempi in cui e da cui era nato, forse fin troppo. Perché con il passare degli anni la morale dylandoghiana si era fatta sdrucita e logora, la conduzione filosofica appiattita in luoghi comuni e clichè narrativi che pian piano aveva soffocato ogni stile di ogni autore, pur bravo, passato da quelle pagine. Recchioni ha invece attuato una sorta i inversione di rotta: cambiare le carte in tavola, sparigliare il canone e resettare un mondo, per riportare Dylan Dog alle origini ma nello stesso tempo reinterpretando quelle origini, dandogli un senso più ampio e declinandolo secondo una sensibilità moderna, senza minimamente tradire lo spirito originario dell’opera.

Mater Dolorosa è tutto questo: la vita di Dylan Dog bambino viene esaminata e finalmente rivelata, assecondando gli oscuri dettami sclaviani, mentre si riallaccia a tante storie che hanno in qualche modo formato il canone che Recchioni va a distruggere e ricostruire. Morgana come morta vivente, Xabaras come padre e demiurgo della vita e della morte della sua famiglia, John Ghost (personaggio creato da Recchioni, finora riuscito a metà: a tratti spiazzante e perturbante, altre volte banalizzato come quando ordina “sushi di delfino e balena”) come tutore occulto e maligno e al tempo stesso quasi mandante di Bloch e Groucho per proteggere Dylan da un non ancora precisato destino futuro: sono tutte rivelazioni, colpi di scena teatrali che punteggiano la narrazione di Mater Dolorosa e lo rendono metatestuale. C’è poi l’aspetto prettamente artistico: Gigi Cavenago realizza tavole immaginifiche, spettacolari e vertiginose, con una colorazione che oltre a restituire una stupefacente profondità di campo danno un’emotività cromatica alla storia, accarezzando i personaggi e dandone un’interpretazione grafica modernissima, rispettosa e definitiva. Oltretutto, alcune tavole rompono definitivamente la classica griglia Bonelli ormai quasi in disuso, e si fissano negli occhi, nella memoria e nel cuore del lettore con intuizioni visive al limite del genio.

Dal punto di vista dei testi, invece, se tecnicamente e narrativamente, come abbiamo visto, il lavoro di Recchioni è impeccabile, è altrettanto vistosa la principale (e probabilmente unica) falla: la mancanza assoluta della ricerca di empatia e di emotività. Mater Dolorosa prosegue per tanti versi la storia di Mater Morbi, uno dei punti più alti della prosa di Recchioni nonché uno degli albi più intensi e sensorialmente enigmatici di Dylan Dog: e inevitabilmente porta quindi avanti le ossessioni del suo scrittore, mettendo al centro la Malattia. Triangolata e osservata con precisione entomologica, ma allo stesso tempo mai banalizzata e splendidamente antropomorfizzata, con tutto ciò che ne consegue. Eppure, in questo Mater Dolorosa c’è come un vetro, una barriera fra il testo e il lettore, fra contenuto e contenitore: che nega ogni forma di immedesimazione, e quindi rende la storia emotivamente muta. L’ossessione artistica di Recchioni per la Malattia e per tutto ciò che ruota intorno, a livello personale e a livello artistico, è noto fin dalle pagine del suo John Doe; e ha dato esiti altissimi, come detto, sul Mater Morbi dylandoghiano. Ma qua, sovraesposto e illuminato fino in fondo, ne esce traslucido e accademico, mentre fin troppe poche volte sembra toccare corde intime.

Forse per un’eccessiva sovrapposizione fra autore e opera, forse per un carico di aspettative per la storia fin troppo pesante sulle spalle di Recchioni: ma la sensazione inevitabile è che Mater Dolorosa sia perfetta a livello metatestuale e sia pure un’esperienza visiva unica e irripetibile; che sia un punto di svolta (si spera!) definitivo per il destino editoriale di Dylan Dog, e che anche lo porti verso nuovi orizzonti. Ma che alla fine, una volta chiuso l’albo, il cuore non sanguini insieme ai protagonisti, e che nessun turbamento emotivo abbia ancorato la storia sul fondo dell’anima di ciascun lettore. Che insomma, il volume sia perfetto fin quando se ne vuole parlare per ammirarne la ricchezza narrativa; ma che rimanga un capolavoro mancato perché, semplicemente, non emoziona fino in fondo.