Dexter: il serial killer dei serial killer

Otto stagioni sulla cresta dell’onda per il killer seriale con un cuore (“ringrazia che non sia il tuo...”) che ammazza soltanto quelli che se lo meritano. Con i loro stessi mezzi...
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Scene del crimine, profilers, polizia scientifica e contorti serial killer: se si dà uno sguardo al panorama televisivo dell’ultimo ventennio, è evidente che il genere crime detiene un massiccio e continuativo monopolio sul piccolo schermo. Non è un caso che dal successo di serie come CSI – Scena del crimine (nata nel 2000) siano aumentate le iscrizioni a corsi di studio dapprima snobbati, come medicina legale, e che la criminologia sia diventata materiale di largo consumo, nella sua forma divulgativa spesso gratuitamente sensazionalistica. La figura del serial killer è, ormai da tempo, un misto tra mostro e rockstar: assassini che diventano fenomeni di massa, tra il disgusto di alcuni e l’entusiasmo di altri.

Nonostante molti prodotti tv ruotino attorno alla figura dell’omicida seriale, Dexter rappresenta il primo caso in cui il killer è non solo protagonista, ma offre il proprio punto di vista allo spettatore, suscitandone l’empatia. Dexter Morgan, interpretato da Michael C. Hall (Six Feet Under), non è un semplice omicida: è “il serial killer dei serial killer”, colui che toglie la vita soltanto a “quelli che se lo meritano”, seguendo un codice impartitogli dal padre adottivo, Harry Morgan (James Remar), ufficiale di polizia che lo prende con sé in tenera età, dopo averlo trovato in una pozza di sangue accanto al cadavere della madre, fatta a pezzi con una motosega. Crescendo, Dexter inizia a manifestare i primi segni di un irresistibile impulso a uccidere: Harry decide di incanalare le tendenze distruttive del ragazzo in modo preciso e metodico, secondo una serie di norme che divengono “Il Codice di Harry”. Non si uccidono innocenti, solo colpevoli di crimini efferati che sono sfuggiti alle maglie della giustizia; è fondamentale non farsi mai catturare, tenendo a bada il proprio lato oscuro e costruendosi un’esistenza di facciata. Dexter sceglie di diventare un ematologo forense, quindi fa del sangue, l’elemento del suo trauma infantile («Noi siamo nati nel sangue», ripeterà spesso al proprio figlio, Harrison), il mestiere/maschera che gli consente di lavorare all’interno del Miami Metro Police Department; un killer inserito nel sistema di “legge e ordine”, sfruttandolo a proprio vantaggio, spesso in gara con esso al fine di catturare il criminale di turno prima che la polizia glielo sottragga.

 

IL PRIMA E IL DOPO

Per il lancio di Dexter nel Regno Unito, la Fox utilizzò una campagna sperimentale di viral marketing piuttosto aggressiva, che contribuì notevolmente ad accrescere l’interesse verso il prodotto: una serie di persone ricevettero sul proprio cellulare un misterioso sms personalizzato col proprio nome: “Ciao. Sto arrivando in Uk prima di quanto pensi. Dexter”. Il messaggio era seguito da un’email contenente un link a un videoclip in cui si mostrava un finto servizio di telegiornale riguardo una catena di omicidi: anche il clip era personalizzato, mostrando il nome del destinatario scritto col sangue sul muro di una scena del crimine. Indubbiamente macabro, ma ingegnoso e di forte impatto: la campagna suscitò polemiche, non tanto sul contenuto bensì per la questione della privacy, poiché chi aveva ricevuto sms ed email accusò la Fox di spamming.

Circa i progetti satellite, oltre a un vociferato prosieguo dopo la stagione che era stata annunciata come conclusiva, va ricordata la web-series animata Early Cuts, realizzata nel 2009 e a cui Michael C. Hall prestò la voce. La routine del merchandise non ha ovviamente risparmiato il killer più amato della tv, tra videogiochi, action figures e una mini serie a fumetti edita dalla Marvel nel 2013.

 

THE DARK PASSENGER

«Mi chiamo Dexter e non so che cosa sono. Ma di certo so che c’è qualcosa di oscuro in me, e lo nascondo. Sicuramente non ne parlo, ma è sempre lì, questo Passeggero Oscuro. E quando c’è lui al volante io mi sento vivo, un po’ stordito dal brivido dell’essere completamente dalla parte sbagliata. Io non lo combatto, non voglio. È tutto ciò che ho. Nessun altro potrebbe amarmi, nemmeno… soprattutto non io. O forse è solo una bugia che il Passeggero Oscuro continua a ripetermi? Ultimamente ci sono volte in cui mi sento connesso a qualcos’altro… a qualcuno. È come se la maschera scivolasse via e le cose… le persone… di cui nulla mi importava fino a quel momento cominciassero a diventare importanti. E tutto questo mi spaventa a morte».

Il concetto-chiave del Dark Passenger, il passeggero oscuro, quella pulsione a uccidere che Dexter si porta dentro da sempre, addomesticata (e al tempo stesso anche alimentata) da Harry, è spiegato in queste parole, che il protagonista usa per il suo discorso di presentazione in un gruppo di auto-aiuto per tossicodipendenti: l’uomo non dipende da nessuna droga, il pretesto è una delle tante bugie su cui l’uomo fonda la propria vita in quanto animale sociale, un castello di carte perennemente a rischio di crollo. Nel corso del terzo episodio della seconda stagione (2007), intitolato per l’appunto Una scomoda bugia, Dexter dichiara di essere un drug-addict e di fronte agli altri partecipanti al gruppo, parla del proprio passeggero oscuro come se fosse una sostanza stupefacente: la dipendenza, con l’intensa necessità che le è propria, è la medesima, cambia soltanto l’oggetto del desiderio. Il Dark Passenger è l’anima nera che alberga dentro di lui: l’equilibrio tra i propri istinti omicidi e la normalità esteriore è reso possibile solo assecondando quella spinta primordiale. Questo tetro inquilino si materializza nel corso del settimo episodio della sesta stagione (2011), Nebraska: per una sola puntata, ricompare Brian Moser (Christian Camargo), fratello biologico di Dexter il quale è stato, per contro, abbandonato al proprio impulso distruttivo. Brian è morto da tempo, ma un evento preciso fa sì che la sua figura, frutto dell’immaginazione del protagonista, sostituisca quella consueta di Harry, anch’egli deceduto nella realtà, ma che vediamo interagire con Dexter assumendo un ruolo talora ambiguo, ammonitore ma al tempo stesso continuo reminder di ciò che il killer è realmente, sotto la maschera di normalità che tenta di tenere in piedi. In Nebraska, Moser è la “cattiva coscienza” tout court, senza mediazioni: il road trip che i due personaggi intraprendono, nel quale Brian è, non a caso, il passeggero, è un viaggio che rappresenta una china discendente per Dexter, il libero sfogo della propria oscurità. Il “fratello malvagio” scompare nel finale dell’episodio, emblematico nel mostrare il ritorno di Harry che sale a bordo dell’auto sedendosi accanto al figlio, in pieno giorno, alla fine della notte. La voce off di Michael C. Hall è altro elemento cardine del plot, centrale anche nel romanzo che è narrato in prima persona: i suoi pensieri si fanno voce per lo spettatore, nelle riflessioni all’inizio e alla fine di ogni episodio e, con vena ironica, nelle verità che il pensiero trasmette sotto gli strati di bugie necessari a fare da paravento alla reale natura del personaggio. Dexter non è ciò che si può definire uno schizofrenico: in lui convive un doppio se stesso, due Dexter Morgan in equilibrio su un filo che regge il peso di entrambi, ondeggiando di continuo nella minaccia di una caduta libera che potrebbe avvenire da un momento all’altro.

 

MODUS AGENDI

Il protagonista di Dexter è estremamente metodico nel seguire un rituale rigido e sempre uguale, che trova, metaforicamente, specularità nella sigla iniziale, ipnotica e alienante: un susseguirsi di dettagli in close-up della routine mattutina del personaggio, simbolici nel rappresentare gesti semplici come allacciarsi le scarpe o utilizzare il filo interdentale, che divengono lugubri poiché resi visivamente simili ad “acts of killing”: coltelli che tagliano arance, stringhe che paiono corde, la t-shirt schiacciata sul volto come un lenzuolo post-mortem. Il title theme, ormai celeberrimo, è composto da Rolfe Kent, mentre il bellissimo score è opera di Daniel Licht. La scena del delitto è preparata con cura, con l’allestimento di una tenda di cellophane in modo da non lasciare alcuna traccia di sangue; la plastica rende ogni location asettica e protetta, a metà tra una lugubre sala operatoria e un tendone da parco di divertimenti: del resto, è proprio quello il momento ricreativo del passeggero di Dexter, una sorta di “capanna dei giochi” in cui la routine dell’omicidio lo fa sentire al sicuro. Il dialogo tra Dexter e coloro che finiscono sotto i suoi coltelli – rigoroso l’uso dell’arma bianca – è punto fondamentale: li interroga sul motivo dell’atto che hanno compiuto e confuta ciò che dicono, come a volersi dare una motivazione ulteriore e, in primo luogo, a sentirsi diverso da loro. Dexter conserva dei trofei delle proprie vittime: campioni di sangue in vetrini, gelosamente custoditi in una scatola nascosta all’interno del condizionatore d’aria domestico. Piccoli memorabilia, meticolosamente archiviati.

 

KILLERS, MACROTEMI E HIGHLIGHTS

In Dexter, possono essere individuati dei temi generali e alcuni serial killer di particolare risalto. Nella prima stagione (2006), che ha funzione introduttiva, Dex dà la caccia al Killer del camion frigo, che si rivela essere una persona a lui molto vicina. Episodio di rilievo è il season finale, Nato libero, in cui riaffiorano i ricordi dell’infanzia traumatica, dando a Dexter alcune risposte sull’origine della sua doppia natura. Nella successiva (2007) fa il suo ingresso Frank Lundy (Keith Carradine, uno dei numerosi special guests della serie), agente speciale dell’FBI e cacciatore di serial killer. Anche in questo caso l’episodio-bomba è quello conclusivo: L’invasione britannica, incarnata dal personaggio di Lila Tournay (Jaime Murray), giovane british attraente e non troppo equilibrata che, in seguito a una breve liaison clandestina col protagonista, sviluppa un’ossessione nei suoi confronti.

Nella season 3 (2008), per la prima volta Dexter incontra un’anima a lui affine, un uomo con le sue medesime pulsioni: il procuratore distrettuale Miguel Prado (Jimmy Smiths), la prima persona, dopo Harry e Brian, che viene messa a conoscenza di ciò che Morgan è in realtà. L’amicizia dunque può essere considerata il tema di base: il legame con Prado però, non è destinato a durare. La quarta stagione (2009) rappresenta una delle punte più alte della serie, con una guest star di tutto rispetto in un ruolo cucito su misura: John Lithgow è Arthur Mitchell ossia The Trinity Killer, uomo che riesce a conciliare, in modo apparentemente impeccabile, la vita famigliare con il suo lato oscuro. Il mascheramento e la coesistenza di una personalità doppia sono al centro di questo segmento: Dexter pensa che Arthur possa essergli d’aiuto su come gestire la sua nuova veste di marito e padre di famiglia, continuando ad assecondare il passenger che risiede dentro di lui. L’episodio 11, Faccia a faccia, è il clou di una stagione eccelsa, seguito da un season finale che riserva una tragica e sconcertante sorpresa.

Nel 2010, dopo una pausa forzata dovuta alla malattia che ha colpito Michael C. Hall, si riprende in modo interessante, con Julia Stiles nel ruolo di Lumen, una ragazza in cerca di vendetta dopo uno stupro, anch’ella, come Miguel Prado prima di lei, anima in apparenza simile a Dexter. Compare anche Peter Weller nel ruolo di Liddy, agente corrotto della squadra narcotici. Si giunge così alla sesta tornata di episodi (2011), altra notevole impennata con la presenza del Killer dell’Apocalisse, un fanatico religioso che trae spunto dalla Bibbia per i suoi omicidi, definiti “tableaux”, composizioni tramite le quali manda messaggi alla polizia che cerca invano di catturarlo. Guest star è Edward James Olmos, il Martin Castillo del celeberrimo Miami Vice (1984-1990). L’episodio finale, La fine del mondo è tra i migliori dell’intera serie. La fede è il fulcro del plot, con un Dexter Morgan che inizia a porsi degli interrogativi sull’importanza del sacro. La stagione seguente (2012) comincia a mostrare alcuni segni di stanchezza, con twist improbabili e una generale mancanza di idee: il primo episodio, Il dubbio, è tra quelli di maggiore interesse in quanto ricco di situazioni rivelatrici. Qui fa la sua comparsa Hannah McKay: memorabile la scena di sesso sul tavolo da uccisione, in Fiori Rosa, sesto episodio. La season conclusiva (2013) è simile alla precedente, con un plot che tende ad avvolgersi su se stesso: tuttavia, spicca la presenza di una superba Charlotte Rampling nel ruolo di Evelyn Vogel, una neuropsichiatra che sa molte più cose di quanto si possa pensare. Inevitabile citare l’episodio che chiude il serial, Ricorda i mostri: per molti versi il cerchio si chiude, ma restano molte perplessità.

Una serie che ha rappresentato un vero punto di svolta nel genere televisivo crime, forte di un killer per il quale non si può che provare empatia, con una realizzazione tecnica superlativa e un buon numero di episodi da mandare a memoria.