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Prisma

2022
REGIA:
Ludovico Bessegato
CAST:
Mattia Carrano (Andrea e Marco)
Chiara Bordi (Carola)
Lorenzo Zurzolo (Daniele)

Il nostro giudizio

Prisma è una serie tv del 2022, ideata da Alice Urciolo e Ludovico Bessegato.

La serialità italiana ha da sempre non poche difficoltà ad affermarsi con prodotti di qualità, probabilmente perché la tentazione di ricorrere agli stereotipi per spiegare il mondo è troppo forte e radicata per poter essere abbandonata. Ci vorrebbe un lavoro lungo e faticoso per arrivare a creare serie televisive sinceramente autentiche e riuscite come invece avviene nelle produzioni americane o britanniche. Se è vero però che alla regola si affiancano sempre delle eccezioni, Ludovico Bessegato in tal caso può prendersi il merito di rappresentare la nota di colore in una produzione grigia. L’autore, oltre ad aver dato vita all’adattamento italiano di Skam, ha anche firmato, insieme ad Alice Urciuolo, la serie televisiva Prisma, teen drama uscita a fine Settembre su Prime Video. Non è una serie perfetta, ma prova a distinguersi come può. È impossibile racchiudere la trama in poche righe, perché ciascun personaggio segue un arco narrativo che andrebbe descritto nei suoi punti di forza e di debolezza, e perché, tra i pregi della scrittura, c’è proprio l’aver scelto di non chiudere i personaggi all’interno di uno schema troppo rigido, tant’è che ciascuno dei ragazzi e delle ragazze descritti non si risolvono al termine dell’ultimo episodio, ma rimangono sospesi in una soglia aperta su un tempo che non è mai sufficiente a comprendersi davvero. Basterà dire però, per inquadrare la storia, che si è alle prese con giovani adolescenti posti di fronte a dubbi e riflessioni sulla propria identità nel senso più ampio del termine.  I due gemelli, interpretati dal medesimo attore che fa un lavoro incredibile sui suoi due personaggi, Marco e Andrea, si confrontano il primo con il bullismo e con le insicurezze che questo causa nella costruzione della propria personalità e il secondo con la scoperta della propria identità di genere e la difficoltà di darle luce. Daniele, il bullo della scuola, scopre dopo mesi di conversazioni in chat, che la persona a cui si è legato è in realtà un ragazzo e si trova dunque a dover decidere come agire: se negarsi quel rapporto che lo faceva sentire vivo e tutelare la propria immagine o se lasciarsi andare e fidarsi delle sensazioni che la persona con cui ha chattato gli ha suscitato.

Nina è un personaggio che si descrive con difficoltà in quanto ha uno sviluppo individuale scarso, utile invece nella costruzione e nell’evoluzione della tematica transgender rappresentata dal personaggio di Andrea. Infine vi è Carola, che non viene – grazie a dio –associata semplicemente alla sua disabilità– indossa una protesi alla gamba –, ma che rappresenta bensì la prima donna disabile ad essere descritta come sessualmente auto determinata e che si afferma all’interno della narrazione in particolare per essere vittima di revenge porn. Insomma, i temi affrontati sono molti e questo non rappresenta necessariamente un punto a favore. Tra gli aspetti che non la rendono una serie televisiva completamente riuscita, seppur buona, vi è proprio il voler parlare di troppe cose ed il finire quindi per lasciarne alcune in superficie rispetto ad altre. Il personaggio di Nina, ad esempio, viene affrontato con poca cura e finisce per rappresentare lo stereotipo della ragazza lesbica e vegetariana sempre pronta ad essere scontrosa verso il mondo. Non offre e non toglie nulla alla serie che sopravvivrebbe anche senza di lei e finisce per lasciar pensare che altro non sia se non un token character inserito per rappresentare un’ulteriore categoria sottorappresentata. Anche il personaggio di Daniele ha aspetti bui: fiorisce solo una parte della sua storia, ovvero quella che lo vede protagonista dell’inganno prima citato, ma che si riduce a poche scene. Molto il tempo perso invece dietro una quotidianità già vista e affrontata in mille altri prodotti e che vede il bel ragazzo della scuola al centro di intrighi amorosi e capitano della squadra di nuoto. Per aggiungere un ulteriore punto a favore della poca originalità del personaggio c’è anche l’ambizione verso una carriera da rapper. Peccato, perché invece le immagini che lo vedono intento a riflettere sul suo sgomento di fronte alla scoperta di essersi infatuato di un uomo sono potenti ed emozionanti e anche la resa attoriale appare superiore.

Un’attenzione particolare invece è da dedicare al personaggio di Andrea. Anche qui ci si trova davanti a pregi e difetti di scrittura. Le scene che lo vedono ammirarsi in uno specchio nascosto in cantina mentre indossa abiti femminili danno al personaggio una potenza espressiva unica. Il volto si illumina di una luce che nella quotidianità non emerge, ma si libera quando può immaginarsi proprietario di un corpo femminile, di fronte a quelle gambe lasciate scoperte da una gonna floreale. Attraverso un flashback lo spettatore viene trascinato nell’infanzia del ragazzo e viene riproposta la stessa scena, ma lo specchio questa volta riflette un Andrea bambino. La resa dell’accostamento di queste due immagini nonché di queste fasi diverse di vita rafforzano ulteriormente il desiderio di emergere da quella cantina con indosso gli abiti proibiti e danno anche l’idea di quanto lontano nel tempo si collochi quel senso di inadeguatezza di fronte ad un’immagine di sé che non gli appartiene. Inevitabilmente forte e riuscita quindi, dopo essere stati attenti spettatori di questi rituali segreti, la scena in cui Andrea, a Roma per la presentazione di un libro di poesie insieme a Nina, si prepara per andare a ballare ad una serata queer. Ogni gesto di vestizione in quella scena sembra renderlo al contrario, più nudo e naturale, come se stesse nascendo per la seconda volta, in quella camera d’hotel.  Poco credibile e decisamente stereotipato appare invece il coming out di Andrea con il padre. Sia la scelta registica caricata di tragicità per cui non si assiste alla conversazione, ma si vede solo il padre in campo lungo scendere dalla macchina e fumarsi una sigaretta, segno di nervosismo in seguito alla notizia appresa, sia la scelta di suggerire che quest’ultimo abbia accettato positivamente la situazione in quanto consente al figlio di accendersi una sigaretta risultano costruite e didascaliche. Per la rappresentazione di argomenti complessi, la scelta della semplicità è sempre la migliore, occorre ricordarlo e tenerlo a mente quando si va a lavorare su queste storie. Nulla da recriminare invece né alla fotografia, nitida e adeguata ad un teen drama, né alla scelta delle colonne sonore, mai eccessive o fuori contesto come invece succede in Baby o nella più recente Tutto chiede salvezza. Da Tenco ai Cigarettes After Sex, ogni brano accompagna le immagini senza essere invadente o sopra le righe. Se nel complesso si può dunque tirare un sospiro di sollievo per aver sventato l’ennesimo prodotto televisivo italiano poco riuscito, dall’altro si resta amareggiati da certi passaggi che rivelano una certa ingenuità quando non un’impreparazione di fronte ad argomenti che, si sa, in Italia stanno ancora cercando di appropriarsi di un giusto linguaggio.