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A Good Woman Is Hard to Find

2019
REGIA:
Abner Pastoll
CAST:
Sarah Bolger (Sarah)
Edward Hogg (Leo Miller)
Andrew Simpson (Tito)

Il nostro giudizio

A Good Woman Is Hard to Find è un film del 2019, diretto da Abner Pastoll.

Dopo l’esordio di Road Games (2014), il regista inglese Abner Pastoll torna alle prese con il thriller, stavolta affiancato allo sceneggiatore Ronan Blaney (candidato all’Oscar per il miglior cortometraggio nel 2015), per una produzione che coinvolge Belgio e Inghilterra: A Good Woman Is Hard to Find. Da quando il marito di Sarah (Sarah Bolger) è stato ucciso, la giovane madre è l’unica che può occuparsi dei due figli: una bambina di sei anni e un bambino di quattro. Intanto, lo spacciatore Tito (Andrew Simpson) ruba della cocaina pronta allo smercio a due criminali della zona. Ma, nella fuga, il ragazzo si nasconde proprio in casa di Sarah: il piano è quello di nascondere lì la droga finché non verrà venduta per intero, quindi almeno per cinque giorni. E se Sarah non lo aiuta, lui ucciderà i suoi bambini. Ma nulla va secondo i piani e Miller (Edward Hogg), l’uomo a capo di uno spaccio capillare che ha perso la sua merce, è disposto a tutto per trovare Tito e ucciderlo. Quello di Pastoll e Blaney è un film di stampo femminista che si avvale di un certo discorso di genere per costruire la storia su più livelli. Non a caso, in più di un’occasione, i personaggi fanno riferimento alla figura retorica della metafora, suggerendoci così una lettura dell’opera che vada oltre l’apparenza.

In effetti, la protagonista incarna un malessere profondo: persa la figura del marito, che già non era riuscita ad assicurarle la stabilità, tutte le altre figure maschili, anche quelle legate alle istituzioni, sono impoverite di qualsiasi attrazione. Sarah colma le mancanze sessuali con il suo grosso vibratore, che sarà infatti la prima arma scagliata contro Tito. E già con questa azione la donna riconosce il valore dalla sua indipendenza. Il climax della trama è una vera e propria ascesi: Sarah, da madre vedova, fragile e sottomessa, assurge a vendicatrice spietata, che attrae a sé le sue prede prima di ucciderle. In quest’ottica, il finale è quanto di più coerente e necessario potesse essere scritto: là dove un altro film si sarebbe  concluso con la protagonista che ritrova la fiducia verso gli uomini, A Good Woman Is Hard to Find chiude in modo deciso sulla stessa che applica il suo nuovo potere con fare minaccioso. Ma il potere conquistato non è altro che la sicurezza verso sé stessi, l’indipendenza e l’emancipazione di chi sceglie per sé.

Una qualità umana, questa, ovvia e legittima, ma sempre riconosciuta come un “avere le palle”, anche dall’ultima vittima di Sarah, che infatti ridimensiona tutto attorno al maschio e ai suoi attributi. Comunque, poco importa, perché adesso è lei, Sarah (che incarna tutte le lei), ad avere il coltello dalla parte del manico (o il vibratore). Se il discorso funziona perfettamente sul piano metaforico, la parte più spettacolare risulta invece sbavata in più punti: in particolare, la scrittura dietro al personaggio di Edward Hogg è assolutamente banale, tanto da ridurre il suo boss spietato e senza morale a semplice macchietta. Regia e fotografia sono di tutto rispetto (spicca l’ultima parte con le luci a neon a colorare il sangue), ma i guizzi sono pochissimi e scarseggia la creatività visiva, a favore, forse, della velocità produttiva (le riprese hanno richiesto solo 16 giorni). Non ci troviamo, insomma, davanti a un film di Nicolas Winding Refn, come invece vorrebbe suggerire la locandina, ben studiata per ricordare proprio le ultime opere dell’autore danese. In definitiva, A Good Woman Is Hard to Find è un thriller rispettabile, ben costruito, dove a funzionare è innanzitutto il ritmo incalzante, ma che non vive di quell’ascesi che ha marchiato la sua protagonista.