47 metri: Uncaged

Dal 24 luglio on demand

47 metri: Uncaged sarebbe dovuto uscire al cinema in primavera, ma a causa della situazione Covid-19 potremmo vedere il film direttamente in streaming dal 24 luglio sulle seguenti piattaforme: Google Play, iTunes, Sony Playstation, Xbox, Chili, Rakuten e Amazon Prime Video Store, distribuito da Adler Entertainment.

Il primo film, 47 Meters Down, obiettivamente non era male: manifestava una natura ibrida, basata sul procedimento retorico dell’esagerazione, che in origine non significava spararla grossa ma cumulare qualcosa con qualcos’altro. Il qualcosa in questione era una situazione trappola: due sorelle vanno a fare una gita sul fondo dell’oceano, dentro una gabbia, per osservare la fauna ittica al riparo dal pericolo. La trappola si innesca quando l’arnese non funziona, si blocca e le due gitanti restano 47 metri sotto il pelo dell’acqua, con l’ossigeno che va scemando. Il qualcos’altro era doppio: era la minaccia squaliforme promessa dal manifesto ed era un’insidia più sottile e subdola, il complesso allucinatorio che si innesca quando nel sangue aumenta l’azoto, perché si respira poco e male. E alla fine era questo il lepre”, più che la struttura da trap-movie o da shark movie. Il regista Johannes Roberts è uno nato a Cambridge nel 76, esordiente 22enne nell’horror e territori circonvicini, dai quali non si è più allontanato. Una scorsa alla sua filmografia ci dice che il “film trappola” è nelle corde del regista di Storage 24 (2012), che si è mosso da filmetti più o meno nerd per approdare a cose degne della massima stima. E non si pensa tanto a The Other Side of the Door, sulla pervietà tra regno dei vivi e regno dei morti, ambientato in India e abbastanza strano, quanto a The Strangers – Prey at Night, di fronte al quale si sono stracciate le vesti anche le più schizzinose critichesse della comunità. 47 Meter Down era meglio, comunque. E 47 metri: Uncaged è meglio ancora. Il primo era andato bene? Quindi partirono col due che all’inizio sembrava dovesse essere un seguito ma che seguito poi non fu. Ovvero, è quel genere di sequel che gli americani chiamano stand-alone, il che significa che è un film a sé, legato all’archetipo solo dal titolo. Stavolta, di nuovo, sceneggia Roberts, con Ernest Riera, nato a Palma di Maiorca e partner in crime fisso, dai tempi di Forest of the Damned, del regista.

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Vuoi, comunque, per creare un tratto di unione con il film precedente o vuoi perché si tratta di qualcosa che afferisce all’immaginario dei due sceneggiatori o forse del solo Robert (chissà),  anche in 47 metri: Uncaged ci sono due sorelle. Anzi, due sorellastre. Sono adolescenti e il loro rapporto non è idilliaco: Mia (Sophie Nélisse) viene a messa sotto dalle amiche di Sasha (Corinne Foxx, la figlia di Jamie Foxx), mentre quest’ultima sta a guardare. Finché si ritrovano tutte quante insieme per una gita in barca, Mia, Sasha e due sue compagne, Alexa (Brianne Tju) e Nicole (Sistine Stallone, altra figlia di cotanto padre). Dovrebbero andarsene sull’oceano a osservare gli squali, ma finiscono invece nei pressi di uno specchio d’acqua nascosto, una tranquilla laguna che dà accesso, sotto di sé, ai resti sommersi di in una città Maya – siamo in Messico, anche se gli esterni sono stati girati in Repubblica Domenicana. L’idea sarebbe quella di indossare maschere e bombole a fare un giretto nel dedalo di cunicoli che conducono al cuore di quelle strutture sepolte, alle quali stanno lavorando il padre di Mia e Sasha e il fidanzato di Alexa che sono archeologi. Poste tali premesse e considerato che le quattro si immergono senza darsi alcun pensiero di quel che può annidarsi nell’abisso, seguono le conseguenze che Roberts e Riera architettano ancora una volta infilando pericolo su pericolo. Solo che adesso balza in primo piano la minaccia animale (mentre in 47 meters era una presenza piuttosto a latere), nell’aspetto di un mastodontico squalo bianco che ha vagato e vaga tra i cunicoli del luogo, in cui regnano le acque scure e immote. Ragione per cui il predatore (che non è solo…) si è adattato al milieu rinunciando alla vista ma acuendo il senso dell’udito. Il risultato è una cecità famelica che conosce palmo a palmo quel labirinto sommerso in cui pinneggia senza sosta.

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Una volta lanciate le quattro ragazzi nell’arena, 47 metri: Uncaged fa in modo che crolli loro il mondo addosso, perché, prima ancora di vedere dilaniato il fidanzato di Alexa che sta lavorando là sotto, materialmente, un passaggio sommerso cede per uno smottamento; ragione per cui le quattro non possono tornare indietro e si vedono costrette a giocare la parte del topo, in un ambiente ignoto, con un cacciatore ben più letale del più letale dei felini. Stiamo parlando di una situazione trappola, stiamo parlando di survival-movie; e dello squalone con gli occhi bianchi – la cui perturbanza, proprio per questo deficit, si accresce: è un segno meno che diventa più – abbiamo già detto. Ci guarderemo, invece, bene dal parlare delle peripezie che le quattro vittime designate si trovano a dover sostenere per uscire da questo inferno d’acqua e di mascelle dilanianti e che sono molto ben escogitate in vista della suspense. Tantomeno toccheremo quel che succede nell’epilogo, che a giudizio di chi scrive è una delle parti migliori del film di Roberts. Ma qui va ricordato che il regista è forte nei fulmini in coda e già nel primo 47 meters ne aveva dato prova. Bisogna insistere invece sul ritmo, o meglio sulla musicalità che permea Uncaged, una scelta questa volta quasi antitetica rispetto all’approccio statico che Roberts aveva adottato nel primo film. Ma, mentre là regnava, per così dire, il noumeno, cioè si lavorava su una storia in cui la tensione, la paura, arrivavano da dentro i personaggi e da ciò che la loro fisiologia sballata riverberava nella realtà, qui, in Uncaged, impera il fenomeno e quindi anche il modo di raccontare cambia.

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I primi venti minuti sono scanditi con una specie di Teen-movie, con i colori e la luce di un Teen-movie. La bella scena in cui le ragazze si tuffano nella laguna sulle note di Somewhere in My Heart degli Aztec Camera (la colonna sonora originale è di Tomandandy, ma si fa moltissimo uso di canzoni di repertorio), ha il jump di qualcosa che sembra non c’entrare nulla con quello che stiamo per vedere ma che in realtà c’entra. È un detour, una distrazione che Roberts si concede e concede allo spettatore, impostato con lo stesso ritmo e musicalità con cui verranno gestite le faccende che stanno per accadere 47 metri più in basso. Viene posta l’enfasi sui corpi delle ragazze, che continueranno a essere centro dell’attenzione dell’obiettivo quando il killer bianco li braccherà tra le rovine sommerse. Le attrici, schermate dalla maschera sul volto, non sono più facilmente distinguibili là sotto, sono carne indistinta da macello, quindi rappresentano l’antitesi dei personaggi individualizzati e studiati nel film d’origine. La scansione delle cose, quindi, deve mutare, deve stare dietro ai guizzi dei corpi che si agitano, nuotano, si contorcono, schivano gli assalti, dentro ma anche fuori dall’acqua, come capirà chi vede il film. Insomma, Roberts sfodera la muscolatura e si mette a correre in un climax che raggiunge il suo vertice nel frenetico epilogo, dove la sfida è a far succedere di tutto di più. Si vociferava fino a poco tempo fa che il regista inglese fosse stato opzionato per dirigere un rebooy di Resident Evil e, giudicando da 47 metri: Uncaged (che significa “libero”, “non ingabbiato”, quindi scatenato), potrebbe essere un’ottima scelta