The Wicker Man

I misteri del capolavoro di Robin Hardy

Girato in poche settimane per far quadrare il bilancio della British Lion, società di produzione sull’orlo del fallimento, The Wicker Man fu mutilato prima ancora di uscire in un pugno di sale del Regno Unito, sacrificato sull’altare del business e infine condannato all’oblio.

Ma in quella pellicola pulsava un cuore magico che le consentì di rinascere dalle proprie ceneri e ammaliare cineasti, spettatori e creativi nei successivi 40 anni e più. La gloriosa rivista Cinefantastique nel 1977 lo definì “Il Quarto Potere dei film horror”, il giornalista scozzese Alan Jones, il massimo esperto mondiale di The Wicker Man, continua a definirlo un “Musical scozzese di Fanta-paganesimo agricolo”. Dov’è la verità? Qual è il confine tra il culto e l’analisi oggettiva di questa folle e insondabile pellicola? Se cercate risposte certe, in questo articolo non ne troverete, perché dopo averlo tanto corteggiato e amato, mi sono reso conto che The Wicker Man può essere raccontato solo con lo sguardo soggettivo, annebbiato e fallace di un innamorato.

Un corteggiamento lungo 17 anni
Il primo imprinting col mio futuro oggetto del desiderio risale al 1984, quando acquistai la prima edizione di Nightmare Movies di Kim Newman. Nel capitolo dedicato a Satanismo e derivati, campeggiava una foto del gigante di vimini di The Wicker Man, ma l’autore si era ben guardato dallo scendere nei particolari della trama. Risultato? Colpo di fulmine immediato. E l’immaginazione non faceva che alimentare questa infatuazione, visto che per anni ho creduto che quel dannato gigante di vimini si muovesse, seminando morte e distruzione come una sorta di Kaiju in salsa celtica. Gli anni passavano e a volte trapelavano notizie da oltremanica o oltreoceano su questo evanescente oggetto filmico. Su una cosa tutti erano concordi: state alla larga dalla versione cinematografica! Che, per l’appunto, era l’unica che ero riuscito a procurarmi in vhs. Ovviamente, come ogni innamorato timoroso, mi rifiutai di visionare/incontrare l’agognato oggetto amoroso in quella forma che non gli avrebbe reso giustizia. E arriviamo al 2001, quando la Anchor Bay pubblicò in un’elegante scatola in legno la favoleggiata extended cut di The Wicker Man. Dopo averlo visto nella sua (sempre relativa) interezza, non solo capii che quell’amore aveva solide fondamenta, ma mi spinse a trasformarmi in uno Zelota disposto a tutto pur di divulgarne il Verbo.

Nuada vs. Jesus Christ
Lord Summerisle: Tra le cose in cui crediamo e che insegniamo ai nostri figli c’è la Partenogenesi, ovvero, come direbbe eloquentemente Miss Rose, la riproduzione senza rapporto sessuale.
Sergente Howie: Ma cosa diavolo avete in testa da queste parti? Falsa biologia, false religioni… Avete mai sentito parlare di Nostro Signore Gesù Cristo?
Lord Summerisle: Certo… Parla di quel personaggio che, se non vado errato, è nato da una vergine messa incinta da uno spirito, vero?
Ma il motivo di tanta venerazione per questo piccolo cult britannico del 1973? La trama è già un buon inizio. A seguito di una lettera anonima, il Sergente di Polizia Neil Howie (Edward Woodward) arriva sull’isola scozzese di Summerisle per indagare sulla scomparsa di una ragazzina di nome Rowan Morrison. La collaborazione dei pur affabili isolani pare impossibile perché tutti negano che la ragazzina sia mai esistita. Inoltre, gli abitanti dell’isola sono dediti a culti pagani, che celebrano senza alcun imbarazzo: fra sesso all’aperto, lezioni di fertilità e adorazione di simboli fallici impartite ai bambini dalla gioviale maestra Miss. Rose (Diane Cilento) e strambi rimedi medicinali (prepuzi essiccati venduti in farmacia, ingestione di ranocchie per curare la tonsillite), il Sergente Howie, che è un devoto e sessuofobico cristiano episcopale, pensa di essere capitato in un luogo di pazzi furiosi. E che dire di Willow (Britt Ekland), la bellissima locandiera che tenta in ogni modo di sedurlo? Finalmente Howie è convocato dalla massima autorità dell’isola, lo stravagante e cordialissimo Lord Summerisle (Christopher Lee), che gli spiega che fu suo nonno, un agronomo di grandi vedute, a convincere gli isolani a venerare gli antichi Dei, con la certezza che avrebbero potuto trasformare un’isola sterile in un paradiso agricolo; cosa che di fatto avvenne, almeno fino all’anno precedente, segnato da una misteriosa carestia. Forte dell’autorità che rappresenta, e della sua fede in Cristo, Howie persevera nell’indagine e capisce che la piccola Rowan è tenuta prigioniera da qualche parte, e sta per essere sacrificata a Nuada, il Dio celtico del Sole, per propiziare il raccolto. Ma il destino ha in serbo per lui un’ultima e sconvolgente sorpresa… Definire The Wicker Man un horror sarebbe riduttivo, perché, con l’eccezione dell’agghiacciante finale, non c’è nulla che possa accostarlo alla coordinate del genere. Tra bellissime canzoni, colorite danze rituali e sessualità giocosa, almeno formalmente The Wicker Man potrebbe essere l’hippy-movie definitivo, se non fosse per la graduale ma costante discesa in un’atmosfera sempre più distorta, conturbante e sinistra. Per non parlare della sfrontata e salutare blasfemia esibita in tutto il film, spesso col tono beffardo della commedia e dialoghi geniali come quello citato sopra.

In viaggio verso Wicker Country
Una volta innamoratomi di questo gioiello di perversione e follia cinematografica, l’anno successivo decisi di divulgarne la sua unicità nel nostro Paese, dove non era mai arrivato (tranne un’unica proiezione al Bergamo Film Meeting nel 2001), sfruttando la mia relativa affidabilità come documentarista presso RaiSat Cinema. Dopo un’abbuffata istantanea di informazioni e aneddoti forniti dal fondamentale testo Inside The Wicker Man di Alan Jones, partii quasi alla cieca per un’avventura cine-archeologica che mi avrebbe portato da Edinburgo fino a Londra, facendo tappa nelle location principali dov’era stato girato il film. Grazie all’aiuto di Jones, riuscii a rintracciare il regista Robin Hardy (scomparso il 1 luglio scorso a 87 anni) e a intervistarlo. Purtroppo, pochi mesi prima, si era spento il deus ex machina dell’intera operazione, ovvero lo sceneggiatore Anthony Shaffer, ma con lo zampino di Hardy riuscii a chiamare Sir Christopher Frank Carandini Lee, ovvero Lord Summerisle in persona. Elegantissimo, svettante dall’alto del suo metro e 96 e a suo agio con la lingua italiana, in quanto discendente dei Marchesi Carandini, l’attore britannico recentemente scomparso mi parlò entusiasta di The Wicker Man, che considerava come il miglior film della sua lunga e intensa carriera. «Non ne potevo più di essere riconosciuto per la strada come Dracula. The Wicker Man fu la mia grande occasione per lasciarmi alle spalle quel vampiro ammuffito – mi confidò. Purtroppo, il film finì nelle mani sbagliate e la EMI che lo aveva rilevato dalla British Lion non sapeva che farsene. Mi ricordo che fui invitato, insieme a mia moglie, da Michael Deeley, che all’epoca era il boss della EMI e ce lo fece vedere nella sua saletta privata. Mi resi conto che mancavano almeno 15 minuti di film. Deeley mi chiese cosa ne pensassi e gli risposi che era un film bellissimo, ma non capivo il motivo di tutti quei tagli. Deeley mi rispose che secondo lui era uno dei 10 peggiori film che avesse visto in vita sua. Quella frase mi offese profondamente e capii che il film che più amavo era già stato condannato a morte». Quando gli chiesi del mistero del negativo scomparso, Lee mi rispose: «Non ho mai creduto alla storia della copia integrale finita al macero per sbaglio. Sono convinto che qualcuno lo abbia occultato, ma prima o poi riuscirò a rintracciare quella copia». Il grande Christopher se n’è andato senza togliersi questa soddisfazione, ma ha lasciato a tutti noi in eredità un ruolo indimenticabile e a me un ricordo indelebile. Fu anche così garbato da non fare una piega quando gli rovesciai addosso l’obbligatorio tè delle 5 e mi perdonò anche il fatto di averlo intervistato senza passare dal suo agente. «How did you get my number, lad?», mi chiese alla fine dell’intervista. Pietrificato, riuscii solo a balbettare il nome di Robin Hardy. Dopo un piccolo sbuffo il futuro mago Saruman ebbe misericordia di me.

L’incerta verità su The Wicker Man
Dopo quella breve avventura, mi resi conto che l’alone di culto che circondava il mio oggetto d’amore era (anche) il risultato del continuo sovrapporsi di ricordi sbiaditi dei testimoni della lavorazione, cazzate spacciate per Vangelo, coincidenze diaboliche e leggende gonfiate ad arte. Tra le verità inconfutabili c’era il fatto che la bellissima Britt Ekland fece di tutto per fa perdere le staffe a Robin Hardy e al produttore Peter Snell. Non solo la svedesina si lamentò subito delle location delle riprese (definendole lugubri, fredde e inospitali, come il Paese da cui proveniva), ma pretese che nelle sue scene di nudo fosse inquadrata solo dal ventre in su. La produzione fece finta di acconsentire alle sue richieste, ma non appena la Ekland lasciava il set arrivava subito una controfigura per le scene di nudo integrale. La povera Britt si accorse dello scherzetto solo durante l’anteprima del film, dove sbottò dicendo: «Ma quella culona non sono io!». «Però non sporse denuncia – mi rivelò ridacchiando Robin Hardy – anche perché Britt non si piaceva vista da dietro e, dopotutto, quella “culona” le fece fare un’ottima figura». Altra verità più o meno inconfutabile riguarda la sorte della copia integrale, mutilata su ordine di Deeley per rendere il film più commerciale. Rendendosi conto che, negli anni, il film stava acquisendo uno status di culto, Hardy e Lee erano disposti ad acquistare il negativo della copia integrale ma scoprirono che parte dell’archivio della British Lion era stato consegnato alla Landfill, una società che si occupava di riciclare scarti e rifiuti come materiale di rinforzo per infrastrutture. E così, come ammise lo stesso Deeley, il film fu seppellito nel manto di cemento dell’autostrada M3. A quel punto gli unici a possedere una copia pre-censura di The Wicker Man (anche se si trattava di un positivo) erano Roger Corman, a cui era stato offerto il film, e i capi della minuscola casa di distribuzione Abraxas che ne avevano acquistato i diritti per una distribuzione limitata sul territorio americano. Entrambe le parti si offrirono di aiutare Hardy a ricostruire l’opera perduta. Partendo dal negativo della versione cinematografica (87 min.), aggiungendovi le scene estrapolate dal positivo e rimontando il tutto in ordine cronologico si arrivò così a quella Extended Cut di 99 minuti che accese il mio amore. Nel 2013, la francese Studio Canal (che tuttora detiene i diritti mondiali del film) reperì un’ulteriore versione dalla cineteca di Harvard. Con l’intervento di Hardy al montaggio e un lavoro di restauro digitale, nacque la cosiddetta Final Cut, lunga circa 95 minuti e che presenta alcune scene alternative rispetto all’Extended. Le tre versioni, insieme alla magnifica colonna sonora, sono contenute nel Bluray pubblicato nel 2014 da Studio Canal, acquisto obbligato per chiunque voglia esplorare i meandri di Summerisle. Eppure, l’intuito mi dice che il mistero di The Wicker Man è ancora ben lungi dall’essere svelato, perché nel corso di quell’intervista del 2002, Alan Jones mi mostrò alcune foto di scena relative a sequenze assenti da ogni versione. Quando ci salutammo, ebbi la sensazione che continuasse a nascondere qualcosa. Che fosse lui il depositario occulto della versione integrale? E perché continuava a gettare discredito su ogni iniziativa legata al film? Tutto è possibile quando si parla d’amore ma, come cantava Julee Cruise nella colonna sonora di Twin Peaks, “Sometimes a wind blows and the mysteries of Love come clear”.