The Broken Key: una grande sfida internazionale

Intervista a Louis Nero. Tra fantascienza dello spirito, delitti e vizi capitali.

Uscirà nella sale italiane giovedì 16 Novembre, contemporaneamente in ben duecento città della penisola, la nuova e ambiziosa pellicola del regista di Il mistero di Dante, Louis Nero: The Broken Key. Questa complessa produzione internazionale indipendente, con la piemontese l’AltroFilm come capofila, vanta già un nutrito cast hollywoodiano grazie alle eccezionali presenze di . Ma The Broken Key non è soltanto un cupo thriller esoterico, che dai miti più suggestivi dell’antico Egitto giunge fino alla Torino del futuro seguendo una lunga scia di sangue e tortuoso mistero, bensì un vero e proprio viaggio iniziatico condotto perseguendo la rinascita di un’umanità asservita tanto dal dominio delle corporation quanto dall’oppressivo controllo della grande rete globale dei dati. Solo attraverso l’essenziale presa di coscienza del protagonista, che come un novello Adamo risalirà coraggiosamente dall’inferno, sarà possibile ritrovare la via di quell’Eden fatalmente perduto alle origini dei tempi.

Se Il mistero di Dante è stato un documentario essenzialmente ambientato tra le profonde allegorie della Divina Commedia questo tuo nuovo The Broken Key, pur seguendo i canoni del thriller e della fantascienza, possiede ancora delle strettissime correlazioni con le visioni del Sommo Poeta. Ma alla fine di quelle che furono le riprese con F. Murray Abraham, quali sono state le spinte creative che hanno generato un progetto così complesso e ambizioso?

Quando incontri Dante non lo lasci mai più. In realtà, Dante è uno degli autori “di fantascienza” fra i più famosi. Nel Medioevo realizzò un’opera del tutto impensabile. È stato il precursore, ma anche il profeta, di tutto ciò che è poi accaduto nei secoli a venire. Nel momento in cui incontri un artista di questo livello, qualsiasi cosa tu faccia dopo, ogni tua creazione successiva, rimane sempre impregnata dall’essenza di questo grande uomo.  

La Torino magica di The Broken Key è anche quella notturna e suggestivamente ipnotica della tua particolare opera prima, Golem (2000). Come è mutato, nel corso degli anni, il tuo rapporto con la città? Torino e i luoghi del Piemonte in cui avete girato raccontano di insondabili misteri, di culti arcani e sapienze dimenticate. La stessa grande città pare essere una sorta di sorprendente “romanzo di pietra”, in cui ogni luogo corrisponde a un distinto capitolo della profonda ricerca esoterica. La Torino del “triangolo magico” europeo di Golem qui è anche “protetta dagli angeli”, così come afferma una delle protagoniste della pellicola.

L’importante è indagare attentamente il reale significato del termine esoterismo. Che per me è essenzialmente sinonimo di profonda ricerca interiore. Quindi tutta la parte esteriore, la costruzione degli edifici e l’atmosfera che si respira sono semplicemente dei mezzi e dei simboli che permettono a tale ricercatore di scovare attentamente gli indizi per giungere a null’altro che la verità. Non bisogna assolutamente confondere l’esoterismo con qualcosa di magico, di fenomenico… Bisogna intenderlo nella sua vera natura: l’esoterismo è quella scienza contemplata da chi decide di intraprendere una proficua ricerca interiore. Ovviamente chi si addentra in questo intimo e intricato percorso cerca anche di ricreare intorno a sé, nell’architettura e nelle simbologie, qualcosa che permetta di riflettere su quelle stesse e alte tematiche. Una città come Torino ha avuto la possibilità, lungo i secoli, di costruire e di usufruire di un’architettura urbana sempre più simbolica. Una scelta che potuto dar adito ad una costante, tangibile, riflessione architettonica sui temi fondamentali della vita.

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Ciak battuti anche in Egitto e in Inghilterra. Una lunga gestazione durata, fra riprese e post-produzione, quasi tre anni. Cast internazionale e distribuzione theatrical in più di sessanta paesi grazie alla statunitense Fantastic Film International. The Broken Key parte da Torino per fare il giro del mondo. In un periodo in cui i film italiani faticano a superare i patri confini, come sei riuscito a coniugare la volontà di non smarrire le tue radici con la necessità di riuscire a parlare ad una platea tanto vasta ed eterogenea?

Quando si parla di arte è solo la forma, molto semplicemente, a mutare poi di volta in volta. Il dover rivolgermi a un pubblico ridotto o largo non ha mai fatto sì che la sostanza dei miei film venisse in qualche modo modificata. In The Broken Key ho cercato ancora di veicolare le precedenti tematiche, ma con un linguaggio internazionale e per un pubblico trasversale. La specialità dell’arte, d’altronde, è quella di riuscire ad adattarsi ai tempi in cui si vive. Il linguaggio del cinema, da quando ho iniziato il mio percorso di regista, è già mutato moltissimo. Adesso un pubblico giovane viene stimolato da un linguaggio essenzialmente più veloce. Viene suggestionato quando la vicenda resta sul labile confine tra il detto e il non detto. Quindi raccontare una storia per immagini, oggi, per me vuol dire soprattutto sopratutto adattare le tematiche ai tempi e ai destinatari del messaggio.

Il Rutger Hauer del tuo film possiede un’intensa carica emotiva. Credo che paragonarlo ancora all’androide di Blade Runner non abbia più alcun senso. A mio avviso, in The Broken Key, egli conserva lo sguardo e la profondità di film assolutamente europei come La Leggenda del Santo Bevitore e il più recente I colori della passione (The Mill and The Cross; 2011). Come si è generato il legame tra Hauer e il tuo film? Quali sono stati i suoi apprezzamenti nei riguardi della sceneggiatura e quindi della complessità del suo ruolo da saggio mentore?

Il Rutger Hauer ammirato in Ladyhawke (1985) è quello che resterà maggiormente nella mia memoria di cinefilo. Quella, per me, è stata la sua performance di riferimento e quindi la primaria fonte d’ispirazione che mi ha portato ad associare la sua figura a The Broken Key. Coinvolgere un attore così importante a far parte del cast del mio film è stato relativamente semplice: gli ho fatto pervenire la sceneggiatura e dopo un po’ il suo agente mi ha fatto sapere che Hauer voleva parlarmi di persona. Per lui è sempre molto importante, al di là del valore intrinseco dello script sottopostogli, conoscere bene il regista a cui sarà affidato il tutto. Nelle interviste che ha rilasciato, subito dopo le riprese, Rutger Hauer ha detto che gli è bastato sentirmi al telefono per convincersi pienamente.

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Nel corso di altre interviste hai spesso descritto una Geraldine Chaplin vicina come non mai all’espressività, allo spirito e perfino alle movenze del suo grande padre. Cosa ha regalato al tuo film, attraverso la sua estrema eppure rispettosissima libertà creativa, questa energica icona? Questa vestale di una stagione della storia del cinema che oggi permane come nume tutelare. Come grande riferimento culturale.

Oltre alla sua straordinaria bravura, tutto ciò che mi ha maggiormente colpito di Geraldine Chaplin è stata la sua smisurata grandezza umana. Ha lasciato un segno molto profondo dentro tutti noi della troupe, facendoci capire che per essere un grande attore è fondamentale essere soprattutto una grande persona. E poi la sua strabiliante apertura mentale, lo stupore che manifesta verso le tutte novità del mondo, confermano come lei abbia usato l’arte del cinema sia per migliorare se stessa che per raggiungere livelli recitativi impressionanti. Lavorare con Geraldine Chaplin è un po’ come lavorare col padre: i suoi movimenti e tutta la sua magnifica forza espressiva appartengono innegabilmente a quella storica eredità. Sul set ha sempre portato buon umore e contagiosa positività. Condividere con lei una parte del proprio cammino è stato un privilegio assoluto.

Lo stesso discorso relativo a Rutger Hauer, sull’acquisita profondità e la finissima maturazione attoriale, credo si possa tranquillamente applicare anche a quella che è la performance di Christopher Lambert nella tua pellicola. Il sex-sybol degli Anni ’90 è parso decisamente a suo agio nelle signorili vesti del pur controverso Conte Rosazza. Vorrei che mi parlassi di come avete impostato e costruito insieme questo particolare personaggio. Del vostro rapporto durante le riprese. Di quello che avete deciso di sottolineare e di tutto ciò che, invece, avete deliberatamente scartato.

Con Christopher Lambert c’è stata un’immediata affinità. Al nostro primo incontro, parlando della sceneggiatura, lui conosceva già tutto il sottointeso del suo particolare personaggio. Conosceva i riferimenti all’inventore Nikola Tesla, conosceva bene i lavori sui numeri fatti dal matematico Leonardo Fibonacci, ecc… Aveva un forte background di cultura simbolica. Quindi illustrargli il personaggio è stato davvero molto semplice e siamo riusciti davvero, oltre ogni limite, a costruire insieme il ruolo e a far emergere tutte le intenzioni a monte della messa in scena. È stato estremamente piacevole vedere le proprie idee incarnate da un grande attore all’interno del racconto per immagini di The Broken Key.

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In The Broken Key un piccolo gruppo di temerari – che hanno i volti di Andrea Hirai Cocco, Diana Dell’Erba, Walter Lippa e Marco Deambrogio – “scortano” lo spettatore verso il segreto della vita eterna. Vedendo il film mi è parso come se il destino di questo gruppo, dopo aver obbligatoriamente interpellato i sette saggi dell’empireo, sia quello di giungere sulla cima di quella maestosa “montagna sacra” che è la Mole Antonelliana o ancora la Sacra di San Michele. Ma è proprio lì, a un passo dal cielo, che si rivelano anzitutto le ombre. I sette saggi incarnano anche i sette peccati capitali. La loro sapienza reca in sé anche un’atavica maledizione. Mentre un killer spietato agisce ispirandosi ai dipinti di Hieronymus Bosch. Dunque in The Broken Key non c’è niente di più rischioso che abbattere i propri limiti ed accettare le contraddizioni del proprio animo? Valutando bene tutte le conseguenze legate alla pur necessaria ricomposizione della leggendaria “chiave spezzata”.     

Per rispondere a questa domanda è necessario il soccorso di Dante. Egli diceva di stare sempre molto attenti al fatto che ogni peccato nasconde comunque al suo interno un altro e antitetico aspetto. E quest’altra faccia della medaglia non è nient’altro che la virtù ad esso corrispondente. Una volta superata l’esperienza del peccato non si può certo distruggere la sua chiara memoria. Ma solo trasformarla: trasmutando qualcosa di estremamente negativo in qualcosa di estremamente positivo. Credo che la cosa più importante, in un esistenziale percorso di crescita interiore, sia quella di trasformare gli ostacoli in altrettanti alleati per giungere al fine ultimo. Così Il protagonista del mio film, Arthur J. Adams (Andrea Hirai Cocco), riesce ad attuare tutto questo: superando tutte le iniziali e negative apparenze dei personaggi che lo affiancheranno. Trovando così, proprio in loro, quegli indizi che gli permetteranno di percorre la strada verso l’assoluta verità.                           

La Torino distopica del tuo film nasce da visioni e suggestioni assolutamente plausibili. La pretestuosa legge sull’eco-sostenibilità dei supporti ha bandito la stampa e trasformato le biblioteche in musei. I libri sono dei misteriosi oggetti di lusso. Quanto è davvero vicino l’avvento della tentacolare Zimurgh Corporation?

I libri sono stati, per secoli, i soli depositari della saggezza del mondo. Quindi il fatto che qualcuno voglia cancellare i libri dalla faccia della terra in realtà cela il desiderio di dominare tutta l’eredità di questa tramandabile sapienza. Però bisogna stare molto attenti, perché credere che la sola lettura sia il viatico verso la verità è un errore. Il libro ha una doppia funzione: ti indirizza verso un obbiettivo, certo, però poi quelle teorie devono essere suffragate dall’esperienza. Dalla vita. L’operato della Zimurgh Corporation potrebbe sembrare assolutamente negativo, ma in realtà sarà proprio esso a dar vita alla ricerca di una nuova era di luce. Proprio come dalle sue ceneri risorge una nuova e più forte fenice.

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Qualcuno ha già parlato di una stretta vicinanza del film al romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ma vedendo The Broken Key si ha l’impressione che i riferimenti siano, piuttosto, orientati verso il cyberpunk di William Gibson e agli incubi profetici di James G. Ballard o di Philip K. Dick. A film come Brazil di Terry Gilliam ed alla “fantascienza dello spirito” di Tarkovskij. Come è maturata la volontà di celebrare questi capisaldi e quindi ricorrere a scelte scenografiche tanto complesse e dispendiose quanto ormai ardire per quello che è oggi il mercato cinematografico italiano?    

Il mio film è essenzialmente un’opera di finzione. Non è un documentario, non è un articolo di giornale, non è il dossier di una rivista… Credo che il compito di un regista sia quello di riuscire a raccontare la vita dei suoi protagonisti, così come quella dei suoi spettatori, sublimando questa allestita ma plausibile finzione fino a quando l’immaginazione non diviene magari “più vera” della stessa realtà. Così io stesso mi sono catapultato in un mondo che è sito al confine fra il futuro e il passato; lì dove le idee di domani e quelle di ieri convivono armonicamente, per citare David Lynch, in un nuovo mélange. È l’inizio di un mondo allestito su misura per il mio protagonista. Un universo ricreato grazie a intuizioni che giungono, ovviamente, da molteplici e variegate fonti. Dalla letteratura, dalla pittura, dal cinema, dalle creazioni scenografiche, ecc… Tutto concorre per realizzare la parte più bella del mio mestiere. Che è quella di dar forma a un mondo nuovo. Ogni regista, con le dovute cautele, è in ogni modo un Creatore.

La distribuzione statunitense del film è la chiara testimonianza di un montante interessamento internazionale nei riguardi di The Broken Key. Ma quali sono, invece, le tue sincere aspettative nei riguardi del pubblico italiano? Un lavoro così ambizioso e fieramente indipendente riuscirà a costituire un funzionale precedente per aiutare a ricondurre alla concreta nobiltà dei “generi” un cinema italiano che, ormai, preferisce elargire sempre più fondi e visibilità a prodotti di derivazione televisiva o addirittura ai volti di YouTube? I risultati al box-office dei film nostrani in concorso a Venezia sono stati a dir poco allarmanti…

Nessuno prevede il futuro o calcola perfettamente quello che si chiama il “rischio di impresa”. Quindi le aspettative rispetto al pubblico italiano sono del tutto aleatorie. I problemi sono gli stessi anche all’estero. In tutte le nazioni ci sono platee attente o meno attente a certe proposte cinematografiche. Però credo che sia estremamente importante che tutto il pubblico possa liberamente scegliere, decidere cosa vedere, senza essere obbligato a doversi attenere solo quello che il sistema lascia arrivare nelle sale.