Teresa Ann Savoy: la donna anticonformista

Ciao Terry!
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Intervistammo Teresa Ann Savoy nel 2007, per il terzo Dossier dedicato a Stelle & Stelline del cinema italiano. Una persona deliziosa con la quale stringemmo anche un bel rapporto di amicizia. Terry abitava a Milano, ce l’avevamo praticamente dietro casa senza nemmeno saperlo. Era una donna con un sacco di racconti nel carniere, parte dei quali troverte nell’intervista che segue. Hippy, giovaga, avventuriera, come ne potevano esistere in quegli anni lontani, quando il mondo sembrava ancora tutto da scoprire e non era a portata di clik, Teresa ha vissuto la vita con l’intensità che trapela dalle storie che ci ha narrato. Poi, a un certo punto, dopo il cinema si era fermata, aveva messo radici, ma dentro, nell’animo, era rimasta la ragazzina che a nemmeno diciassettenne fuggì da Londra per arrivare in Italia. Ricordiamo la cara e selvaggia Terry a pochi giorni dalla sua scomparsa, avvenuta lo scorso lunedì. Aveva 61 anni.

Da dove arrivi, Terry? Come inizia la tua storia?
Sono nata a Londra e sono venuta in Italia che avevo quasi diciassette anni, con un fotografo, italiano. Ero scappata di casa…

Scappata di casa? Perché?
Mah, non ero certo una ragazza avventurosa, però capitò un momento particolare, in cui avevo avuto una grossa lite con i miei genitori. Questo fotografo, lo avevo conosciuto soltanto da una settimana e mi aveva invitato a seguirlo in Italia. Avevo già fatto le pratiche per ottenere il passaporto, ma mi avevano detto che ci sarebbero voluti molti giorni per averlo. E invece, poco dopo era già pronto. Lo avevo interpretato come un segno del destino. Questo prima che litigassi con i miei. Il fotografo insisteva che lo accompagnassi in Italia… e così, dopo avere avuto questa discussione con i miei, avendo a disposizione il passaporto, ho accettato.

Dici che avevi incontrato questo fotografo: ma perché già avevi provato a fare qualcosa nell’ambito della moda o simili?

No, non avevo a che fare con la moda, ma… è abbastanza buffa, la mia vita. Una volta ero sull’autobus con mia madre, quei famosi autobus londinesi, rossi, e una signora mi notò. Così chiese se fossi disponibile per fare una pubblicità… Questo è quello che mi ha raccontato mia madre, perché io avevo solo tre anni. Ho conservato il giornale con questa pubblicità, ma non mi riconoscevo (ride).

Che pubblicità era?
Per dei biscotti, che si chiamavano Penguin Biscuits. Dopo questa prima esperienza, la stessa signora aveva insistito per farmi fare altre cose. Mia madre aveva parlato con mio padre, che si era opposto: «No, per carità! Perché poi i ragazzi crescono con la puzza sotto il naso…», queste sono sempre cose che mi ha raccontato mia madre. E così era finita la mia carriera come piccola fotomodella (ride).

Ma in Inghilterra, all’epoca della fuga, a diciassette anni, lavoravi?
Ho fatto, sì, diversi lavori. Il primo in un ufficio, come apprendista segretaria, ma non era davvero adatto al mio carattere, perché prestavo più attenzione all’orologio, per vedere quanto tempo mancava all’uscita, che a quanto mi insegnavano. Quando mi chiedevano di portare le lettere a questo o a quello, mi andava benissimo, perché uscivo e mi muovevo, ma per il resto… Non era proprio il mio pane, quello. Tant’è che mi licenziarono. Mi sono trovata, allora, senza lavoro…

A che età avevi iniziato a lavorare?
Molto giovane, perché avevo frequentato le scuole solo fino alla terza media. La scuola, ti mandava dopo l’orario di studio, in alcuni posti dove tu imparavi un lavoro, facevi l’apprendistato. E io mi ero ritrovata a fare questo stage come segretaria, non so nemmeno io come, perché, lo ripeto, non era affatto una cosa che mi piaceva. Dopo che mi licenziarono, trovai un lavoro come commessa, in un negozio di vestiti, che si chiamava Fancy DatLì conobbi la direttrice del negozio che si chiamava Wally (un soprannome, credo), una persona molto interessante. Ho fatto solo un anno lì, poi, alla fine del 1972, ho incontrato questo fotografo. La cosa buffa è che lavorava con me anche mia sorella. Lui mi ha visto, passando, mentre stavo sulla porta del negozio – era in macchina. Ma, tornando indietro, vide mia sorella e si disse: «O ho avuto un sogno o non so…» (ride). Io ho sempre portato i capelli lunghi e anche mia sorella li portava lunghi, ma non come i miei. Faceva il fotografo dei concerti che c’erano in quel momento, vendeva le sue foto ai giornali. Insomma, riuscì a conoscermi e mi invitò a pranzo… accanto al negozio, dove c’era un piccolo bar-ristorante italiano. Così, ho bevuto il mio capuccino – che era molto buono, per essere in Inghilterra – e ho conosciuto questa persona, che ha cominciato a parlare e… a propormi di venire in Italia. Adesso, non ricordo precisamente che stagione fosse: so che quando sono venuta in Italia era già primavera, c’era un clima caldo.

Al suo invito, tu cosa rispondevi?
Gli dicevo di no, perché avevo già messo in calcolo di andare in Spagna con una mia amica. E comunque, avevo appena fatto le pratiche per il passaporto, che non sarebbe arrivato in tempi brevi, un mese o addirittura due. Lui, invece, doveva ripartire nel giro di una settimana. Io non avevo affatto l’idea di partire con lui, passaporto o meno, anche perché non lo conoscevo veramente. Il giorno dopo, mia madre mi dice che era arrivata una cosa per me: la apro e dentro c’era il mio passaporto! «Caspita!… io a questo qui non gli dico niente! – pensai – Non lo conosco nemmeno…». Però, capitò questa furiosa litigata con i miei genitori, più con mia madre che con mio padre. E da lì ho deciso di andarmene, insieme a lui.
La cosa anche divertente è che non mi sono portata una valigia: ho preso un sacchettino di carta e ho messo dentro un po’ delle mie cose. Dissi a mio padre, che era in cucina: «Ciao papà, vado in chiesa!», perché io sono cattolica…Quando me ne sono andata ero terrorizzata, pensavo a cosa stessi facendo e avevo paura che fosse una scelta più grande di me… Avevo anche preso i miei soldi in banca, tutti i miei risparmi. Comunque, partiamo verso la mia “grande avventura”. Andiamo, prima con il treno fino a Dover, poi a Calais, e arriviamo in Francia. Mi spiaceva molto per mia madre, che ha sofferto tanto per me, per la mia partenza. Ma sono cose di cui, quando sei giovane, non riesci a renderti conto. Non pensavo di essere capace di andarmene così, all’improvviso, senza nemmeno pensarci due secondi…Rimasi una notte a Parigi e questa persona che stava con me, che si chiamava Carlo Silvestro, mi disse che era meglio che avvertissi i miei genitori e che gli facessi sapere che stavo bene. Io avevo paura di chiamarli, di sentire cosa mi avrebbero detto. Presi però coraggio e chiamai mia madre: «Guarda, io sono andata via e non ritorno…». Avevo, comunque, lasciato una lettera in cui dicevo che avevo il biglietto di ritorno aperto, per tenerli un po’ tranquilli. Mia madre mi disse subito: «Ma tu stai con un uomo!». Io negai e appesi il telefono. Dopo tutto questo, da Parigi siamo ripartiti per Milano, dove ho conosciuto un po’ di gente, anche se io non parlavo una sola parola di italiano. Non è stato facile… In quei giorni ho conosciuto anche Claudio Rocchi, che era allora un famoso cantante, amico di Carlo. E poi ci siamo trasferiti in Toscana, in una comunità di “fricchettoni”…

Infatti: in un libro che si intitola Underground Italia, c’è una foto che ti ritrae all’interno di questa comunità hippy… E qualcuno ti definì “la prima nomade del cinema italiano”, facendo riferimento al tuo soggiorno in un’altra specie di comune dello stesso tipo, in Sicilia…
Avevo, anche in Inghilterra, sentito parlare di queste comunità, dove coltivavano i campi, allevavano gli animali… ognuno aveva un compito da svolgere, insomma. Ma nelle comunità dove sono stata io, non facevo niente, proprio niente (ride).

Come mai eri finita lì?
Perché Carlo, lì, era il “capo”. Anche nelle comuni c’era sempre un capo. Devo dire che mi sono annoiata molto, anche perché il problema, per me, era quello di non conoscere la lingua… Carlo mi fece delle fotografie, per Playmen, quando ancora era minorenne e perciò non potevano essere pubblicate. Era il 1973… Anzi, una fotografia era stata pubblicata – e non mi avevano nemmeno pagato… Anche se a me di questo non fregava niente allora. Sfogliando Playmen, avevo visto una foto dove mi ero riconosciuta grazie a un ciondolo, che portavo all’epoca; la faccia era stata tagliata, c’era solo il seno. Dissi a Carlo: «Ma questa sono io, guarda il ciondolo!».

Su Playmen ti presentarono con il nome di Terry…
Sì, perché mi chiamano tutti Terry, anche adesso. In casa mi chiamavano Teresa, ma a me questo nome non piaceva. Quando avevo iniziato a lavorare nella boutique, decisi di accorciarmi il nome in Terry. E da lì sono rimasta Terry, anche quando sono venuta in Italia.

Non avevi problemi a fare foto di nudo, giusto?
Un po’ di pudore ce l’avevo anch’io (ride). Però, quando stai in una comunità, dove ci sono anche i nudisti… Non che in quelle comunità ci fossero tanti nudisti, ma non essendoci molto turismo, andavamo in un punto della spiaggia dove ci spogliavamo, stando comunque attenti, perché era ancora una pratica illegale, il nudismo. Lì ho cominciato un po’ ad abituarmi a stare nuda. Comunque, anche quando lavoravo, non è che mi spogliassi per mettermi in mostra: mi mettevo nuda ma lavoravo come se fossi vestita, non pensavo di “essere nuda”. Altrimenti, credo, la cosa mi avrebbe creato più imbarazzo. Mi dava più fastidio quando ero nuda al trucco, ma quando stavo in scena, non ho mai recitato col pensiero rivolto al fatto di essere nuda: dovevi ricordare le battute, i movimenti, era tutto nuovo per me, che, in pratica, non ho mai fatto scuole di recitazione. Le cose, nel cinema, mi sono state offerte su un piatto di argento. A volte ancora mi dico che, forse, avrei dovuto fare più gavetta, sarei maturata di più in questo mestiere. Avere tutto subito è troppo facile, perché non ti rendi conto che stai avendo un’opportunità. Ma ero anche molto giovane… Dall’altra parte, è stato difficile fare questi film che ho fatto, allora, perché c’erano anche le femministe… Ti scontravi col luogo comune che le attrici belle erano incapaci di recitare e che, invece, le attrici meno belle erano più brave. A parte che non è che mi considerassi bella (ride). In più – mi ricordo – si diceva che le straniere rubavano il mestiere alle italiane. Io non volevo rubare il lavoro a nessuno… e poi facevo dei provini per i film, non è che mi prendessero solo perché ero straniera.Certo, sono stata privilegiata dal fatto di poter recitare anche in inglese…

Ma era un tuo obiettivo fare l’attrice?
Era il mio sogno da ragazzina. Ma era un sogno che pensavo irrealizzabile. Io sono sognatrice da quando sono nata… Tra l’altro, sono nata semi-morta, con il cordone ombelicale intorno al collo. Infatti dico sempre che io sono con il corpo di qua ma con la testa di là: il corpo cammina, ma la testa sta da tutt’altra parte.
Com’è accaduto, quindi, che il sogno si è trasformato in realtà? Mi chiamò Alberto Lattuada, perché aveva visto le mie fotografie su Playmen. Mi fece un provino… dopo ne feci altri, ma nel frattempo sono successe un fatto di cose. Bisogna però fare un passo indietro, perché io avevo fatto altri provini per film in cui non mi avevano preso. Con Luchino Visconti, ad esempio, per Gruppo di famiglia in un interno dove fu scelta Claudia Marsani, che a sua volta Lattuada poi scartò per il film dove scelse me. Non essendo un’attrice, quando andavo ai provini non sapevo cosa dovevo fare: feci un provino con Alberto Bevilacqua, per un film che non mi ricordo come si chiamasse: dovevo dire le parolacce in inglese, ma non riuscivo, non mi veniva… (ride). Non mi presero nemmeno lì e mi dissi: «Hai visto? Non sei capace di fare l’attrice!».

E con Lattuada come andò il provino?
Fu tutta un’altra storia. Andai, feci il provino, lui tutto contento e me ne tornai in Sicilia (mi ricordo che mi pagarono anche il viaggio). Poi, leggendo il giornale, vidi scritto che Lattuada aveva trovato l’attrice per il film. Non ero io. Allora dissi al mio compagno: «Visto? Non mi ha preso! Non gli andavo bene». Pochi giorni dopo partii con una mia amica, per un viaggio in Marocco. Siamo andate in autostop da Palermo a Trapani, lì abbiamo preso la nave e siamo arrivate in Tunisia, in un albergo schifoso… Beh, in quel viaggio me ne sono successe di tutti i colori. Allora non mi piaceva per niente, ma oggi, ricordarlo, è piacevole. Il proprietario di un secondo albergo, un ragazzo, si innamorò di me, ma io non me ne rendevo conto. Sedevo vicino a lui – mi ricordo – ma non parlavamo per niente. Me lo disse questa mia amica, che mi pare si chiamasse Stefania: «Terry, questo qui mi ha detto che non ci fa pagare l’albergo se io ti riporto di nuovo lì da lui…». Comunque, ripartimmo verso l’Algeria, dove incontrammo uno studente che ci ospitò presso la sua famiglia. Ci portò in casa sua, piena di donne che ci offrirono di tutto, e ci mostrò una stanza con un letto. «No, no, noi dormiamo tranquillamente nel sacco a pelo, non ti preoccupare». La mattina, la mia amica mi dice: «Sai, ho visto che tutte le donne dormivano intorno a quel letto, ma per terra!».

Quanto sei rimasta in giro?
Un mese, circa… Proseguiamo verso il Marocco e arriviamo nella zona in cui ci sono i berberi. Siamo state, anche lì, ospiti e anche lì il ragazzo ci ha provato con me. Durante la notte, sentii qualcuno che mi accarezzava il braccio, ma feci finta di girarmi nel sonno. Lui mi lasciò stare. Al mattino lo dissi alla mia amica… Era anche piacevole, quella carezza, a dire la verità (ride). Lei si arrabbiò e andò a dire qualcosa al ragazzo che, da quel momento, non ha fatto più niente. Uno dei ricordi più belli di questo viaggio è avere letto Siddharta… Comunque, un giorno vado a telefonare in Italia e il mio compagno mi dice che non era vero quello che avevano scritto sul giornale, che Lattuada aveva scelto me per il film! A quel punto, lasciai la mia amica e da Casablanca tornai in Italia…

Come è stata l’esperienza di Le farò da padre?
Mi colpì molto che mi avessero scelta, anche se istintivamente, lo avevo “sentito”. Da un lato ero contenta di tornare in Italia, volevo tornare dal mio fidanzato, e – come ho già detto – mentre lo vivevo quel viaggio mi sembrava meno bello di come lo ricordo adesso. Andai a parlare col produttore del film, Silvio Clementelli, che era molto simpatico e un signore molto distinto, per discutere del contratto. Dopo avere firmato, pensai: «Ma cosa cavolo ho fatto? E se non vado bene? Se faccio una figura?». Feci, dopo, altri provini, perché dovevano scegliere anche il personaggio maschile, tra Gigi Proietti e un altro attore, di cui non mi ricordo il nome, e volevano un mio parere. A me piaceva l’altro, ma così, a pelle, e lo dissi… Alla fine, invece, scelsero Gigi Proietti, col quale non è che sia mai riuscita a parlare tanto, forse per via della mia timidezza. Ero molto, molto timida. Ma mi hanno coccolato, sul set, mi hanno messo a mio agio e mettevano anche la musica durante le riprese, musica dei Pink Floyd, perché il mio compagno gli aveva detto che io davo il massimo se c’era un po’ di musica… non era vero (ride). Però mi piaceva questa idea che ci fosse la musica come sfondo.

Dicevi, di Gigi Proietti?
Era molto simpatico, anche alla mano, ma non sapendo io bene l’italiano, era difficile avere una buona comunicazione.

Lui era già molto famoso, ma io non lo sapevo. Appena arrivata in Italia, l’unica cosa che mi fecero vedere subito furono i film di Totò. Anche se non lo capivo, essendo molto mimico, qualcosa lo afferravo. Totò è la prima cosa che ho conosciuto in Italia.

Com’è stato il primo giorno sul set? Eri ansiosa, nervosa?
No, per niente! E questa è una cosa strana. Non ero neanche nervosa. Prima di arrivare sul set sì, mi ponevo il problema di poter fare una figuraccia (ride). Ma quando sono stata lì, tutti mi hanno messa a mio agio. La costumista mi ha voluto molto bene. C’era anche Irene Papas, bravissima, che io non sapevo chi fosse (ride), perché non ero molto informata sul cinema italiano. Conoscevo un po’ il cinema americano, quello inglese comico, fatto un po’ sul tipo delle commedie che in Italia faceva la Fenech. Ma non avevo molta cultura in fatto di cinema italiano.

Per dire la mia ignoranza di quel momento, non sapevo quasi nemmeno che in Italia si facesse cinema… Però, devo dire che raramente mi hanno rifatto fare le scene, massimo una volta o due. E se non andavano bene, mi dicevano che era sempre per colpa di qualcos’altro, non mia: le luci e cose così…

E Alberto Lattuada?
Era uno che amava molto le sue attrici giovani (ride). Non è che lo sapessi, sono venuta a saperlo dopo. Gli piacevano molto le foto di David Hamilton, che poi, dopo il film, mi chiamò per posare per lui.

Hai fatto foto con David Hamilton?
Sì… Lattuada ci teneva molto a questo film, vabbè, ogni regista tiene al film sta facendo in quel momento, forse… Sono stata comunque fortunata a lavorare con Lattuada, perché sapeva seguirmi. Dal nulla, trovarmi improvvisamente a fare la protagonista femminile, era una cosa grande! Lui mi metteva a mio agio, mi spiegava, parlandomi col suo inglese… Fortunatamente io non parlo in quel film (ride).

Di Lattuada avevo visto e mi piaceva moltissimo Venga a prendere il caffé da noi: mi sarebbe piaciuto fare un personaggio in un film così.

Le farò da padre
era un altro genere e allora mi vergognavo anche di averlo fatto, perché mi vedevo brutta. Non sapevo neanche se ero brava, dico la verità…

Ma perché dici che ti vergognavi?
Non mi vedevo all’altezza. Quando sei giovane, hai sempre un po’ di complessi. Io ho sempre avuto un po’ di complessi, rispetto alla mia immagine sullo schermo…

Mi faceva piacere che gli altri mi facessero complimenti, ma dentro di me non ero convinta. Dopo Le farò da padre, infatti, non ero sicura che la mia carriera di attrice sarebbe continuata. E qui arriveremo a parlare di Tinto…

La tematica scabrosa del film ti disturbava?
Quello era un po’ imbarazzante… per certe scene ho dovuto anche fare pipì (ride). Ma cercavo di non pensarci. Alcune scene non le avrei fatte, potendo evitarlo, ma ormai avevo firmato il contratto. Fare pipì e popò non mi piaceva per niente. Comunque, va bene anche questo, perché faceva parte dell’immagine che Lattuada voleva dare di questo personaggio.

Ma la pipì era, ovviamente, finta…
Sì, ed era molto scomodo: c’era un tubicino che mi passava sotto le mutande.
Se avessi potuto, queste scene le avrei tolte.

Il film, comunque, ti ha portato fortuna…
Sì, se ne è parlato molto, e molto bene. Poi il film ha avuto un grande successo anche in Europa, in Francia e mi sembra anche in Spagna.

I tuoi genitori sono quindi venuti a sapere che tu facevi l’attrice…
Non l’ho raccontato subito, non so perché: non l’ho detto e basta.
Con Le farò da padre, tu diventi il prototipo della “lolita”, l’attrice che in Italia simboleggia la bellezza adolescenziale: ti ritrovavi in questa immagine e in questo ruolo che anche i giornali davano di te? Non mi sono mai vista come una “lolita”, mi faceva ridere. Era un’immagine che poteva anche divertirmi, ma che non corrispondeva affatto a come io mi vedevo nella mia vita privata. Io ero una che scappava, che si nascondeva; anzi, più mi nascondevo, più stavo meglio… Diventavo rossa per un nonnulla, ma un rosso quasi viola, una cosa terribile (ride).

A un certo punto, nella tua vita professionale entra Tinto Brass…
Non ricordo come arrivai da lui. Forse fu il mio agente a farmelo incontrare, quando TintoBrass stava preparando Salon KittyMi presentai – mi  ricordo – con delle treccine nei capelli, che mi ero fatta io. Lui mi fece un sorriso, quando mi vide. Ero andata a fare il provino per il ruolo di una delle ragazze del bordello, non la protagonista. C’era presente anche Tinta. Nel provino, dovevo fare dei movimenti con una sottoveste, davanti alla macchina da presa, poi andare a una finestra e guardare fuori, quindi sedermi su un divano. Feci questi movimenti un po’ a modo mio e mi ricordo di avere sentito, a un certo punto, la voce di Tinta che diceva: «Buono! Brava questa…!». Tinta mi intimidiva un po’, perché aveva un modo di presentarsi piuttosto autoritario, ma probabilmente era un pezzo di pane… Ero, comunque, quasi sicura che avrei fatto la parte di una delle prostitute del bordello. Andando via, incontro uno degli aiuto registi che mi dice: «Guarda, credo che Tinto ti voglia prendere come protagonista…». Infatti, venni scelta per il ruolo di Margherita. Mi è piaciuto fare questo personaggio. Pensandoci adesso, mi è piaciuto molto il finale del film, perché non mi aspettavo l’esplosione… Io dovevo ridere, ma ridevo veramente, non è che stessi facendo finta… (ride). Con Ingrid Thulin non ho avuto un gran rapporto, perché lei era più anziana, più attrice, la vedevo un po’ lontana da me. Non che mi fosse antipatica, però non avevo comunicazione.

E con Helmut Berger, invece?
Lui era matto, non pazzo, matto… Un bell’uomo, mi piaceva, se devo essere sincera. In quel momento faceva molto come attore, ed era anche bravo. Ma io vedevo tutti bravi, gli altri… (ride).

Cosa ricordi di Tina Aumont?
Tina ha fatto un gran casino, perché è sparita dal set… Abbiamo avuto una scena lesbica insieme. Purtroppo, faceva uso di stupefacenti… C’era una scena in cui bussavo alla porta e lei mi apriva: ho visto che le pupille le andavano su, nella testa, restava solo il bianco degli occhi. Era fatta di brutto. Alla fine, un po’ sembrava essersi ripresa. Allora andiamo a fare questa famosa scena lesbo, sul divano. E lei mi dice: «A te ti piace?»; «Ma questa che cosa mi sta dicendo?», penso… Non l’ho presa troppo sul serio. Poi, a un certo punto, sparì dal set: non la si trovava più! Mai vista una cosa del genere.

Hai conosciuto anche altre ragazze sul set?
Sì, c’era una che si chiamava Sara [Sara Sperati, ndr] che era molto simpatica. Dormivamo nella stessa stanza. So che poi, purtroppo, è diventata eroinomane e ha fatto una brutta fine…   

Parliamo di Tinto…
Sono andata sempre d’accordissimo con lui, e poi era un bravissimo regista.
A uno possono non piacere i suoi film, ma lui è molto severo nel girare… Infatti, avevo un po’ paura di sbagliare. Ma devo dire che mi ha sempre trattato molto bene, diversamente da come vedevo che faceva con alcune altre attrici. Lasciava anche molto spazio al mio istinto, non era il regista che ti dice: «Fa’ così, così e così…», e tu non puoi fare diversamente. Lui mi lasciava molta libertà e questo mi piaceva.

Quali scene del film ricordi in particolare?
Come già dicevo, il finale, in cui avevo quel vestito rosso, stretto, lungo, che mi ricordava la Rita Hayworth o Jessica Rabbid… Un’altra scena che mi piace è quando noi dobbiamo diventare prostitute. Lì Ingrid Thulin venne da me e mi diede realmente una botta sulla pancia… oltretutto quel giorno ero costipata (ride). Per me è sempre stato più difficile fingere di prendere uno schiaffo che non riceverne uno vero, che almeno ha un effetto reale! Certe volte ci vuole qualcosa di reale nella vita. Piuttosto che rifare mille volte la stessa scena… Fai ed è finito il problema.

Per quale ragione non volevi girare Vizi privati pubbliche virtù?
Perché l’idea di interpretare un ermafrodito non è che mi andasse molto. Anche se Miklos Jancsò è un grande regista e se questo suo film era diverso rispetto a quelli che aveva fatto in precedenza. Lui stava con una femminista, non che fosse un problema per me… aveva come compagna la Giovanna Gagliardo, abitavano in una casa vicino al Pantheon, a Roma. Lei è sempre stata gentile con me, ma l’idea di fare un ermafrodito, non so… non mi piaceva.
Solo che, nella comunità in cui stavo allora, attraversavo un brutto periodo, in cui soffrivo molto, per ragioni personali legate al mio ex compagno, e quindi ho deciso di farlo, così, di punto in bianco. Loro, poi, mi volevano assolutamente per il personaggio, il mio agente me lo diceva e insisteva perché accettassi. A quel punto, era meglio lavorare che star lì, nella comunità, a soffrire. Sono andata in Jugoslavia, ma è stato difficile quel film per me. Ci sono bellissime scene, però ancora adesso resto un po’ perplessa ripensando a Vizi privati e alla mia parte. Non è facile interpretare un ermafrodito, poi c’era un po’ di confusione sul set, con le canzoncine, queste cose qui… Certe scene, le avrei evitate.

Tipo?
Tipo quella sull’altalena. Lì c’è confusione, non si capisce niente. L’altalena mi piaceva, cioé l’idea era bella, ma c’era troppo rumore, non si capiva nulla. Anche Jancsò, comunque, era un regista che lasciava molta libertà agli attori e ci sono dei buoni momenti, che ricordo con piacere, come la sequenza con tutte le piume che mi vanno nei capelli. Quella era bella… D’altronde, lui sapeva giocare bene con le immagini.

Com’era il trucco da ermafrodita?
Ah sì, quella era una tortura, quando mi attaccavano il “pisellino”. Io ho pianto. E ho fatto un po’ di capricci, sì, li ho fatti… Però, non è una cosa da tutti giorni recitare con un organo che non è tuo… Poi, avrei preferito una cosa più ambigua, invece lì era troppo diretto. Si poteva giocare con una luce più scura, con qualcosa che rendesse l’idea ma che non fosse così in evidenza. L’avrei accettato di più. Tra l’altro, Jancsò non mi dava l’impressione di essere un regista che amasse le cose così dirette, pensavo potesse giocare di più sull’idea dell’ermafrodito. Bisogna anche dire che ci sono state molte persone che mi hanno amato per questo personaggio. Le remore sono una cosa mia, personale…

Come facevano ad attaccarti il pene finto?
Con la colla, io mi ricordo la colla. Ma era veramente una tortura. Per fortuna non c’erano molte scene con questo affare… Una cosa divertente che mi ricordo del set, era che ci alzavamo prestissimo la mattina e mentre aspettavamo che cominciassero le riprese, a un certo punto, abbiamo tutte iniziato a fare la lana, anche Ilona Staller, perché c’era anche lei nel film: tutte a fare la lana! Se ci fosse stato qualcuno a riprenderci, a girare un backstage, un dietro le quinte, sarebbe stato bellissimo! Nel film c’era anche una mia amica, che si chiama Elizabeth Long, era quella che si vede nella scena della vasca… Jancsò aveva chiesto a lei e a me di cantare delle canzoncine per bambini in inglese. Io gli ho detto che non c’entravano niente con quello che stavamo facendo… ma lui voleva così.

Dovevate cantare queste filastrocche, quindi?
Sì, tipiche canzoncine inglesi per bambini; però lui ci aveva chiesto di aggiungere anche delle parole di nostra invenzione. Elizabeth era brava in questo…

Questa tua amica fece altri film in quel periodo?
Sì, fece un personaggio in Salon Kitty, era una delle prostitute vere del Saloon, una delle ragazze che vengono sostituite da noi, che siamo in realtà spie delle SS…

Cambi completamente genere, invece, con il seguito di Sandokan: La tigre è ancora viva
Sì, perché non volevo fossilizzarmi sul cliché dei film erotici. Dopo lo sceneggiato, bellissimo, che aveva fatto Sergio Sollima per la televisione, anche il film, secondo me, era bello. Io interpretavo un personaggio che doveva essere una malesiana, di nome Jasmine. Abbiamo girato, infatti, in Malesia. Anche questa è stata un’avventura… Mi provarono il trucco, dipingendomi tutta scura e mi misero una parrucca, perché io non volevo tingermi i capelli di nero. Quando mi sono vista, mi sono messa a ridere: «No, io non posso fare una così dipinta, è troppo esagerata!».
Se tu guardi gli orientali, non sono comunque così scuri. Io, poi, ho gli occhi chiari e non mi avevano messo lenti a contatto. Allora, hanno giustificato il mio aspetto facendo del mio personaggio una mezza malesiana e mezza inglese, perché mia madre era stata violentata… come si racconta nel film stesso. Ero una mezzosangue. La tigre è ancora viva ha contribuito ad allargare il mio pubblico, mi riconoscevano anche i bambini… Un attore non deve restare sempre nello stesso genere: io avevo fatto solo film di un certo tipo e sentivo la necessità di cambiare, a quel punto. Poi, cominciavo un po’ a stancarmi di fare solo scene nude.

Che persona era Sergio Sollima?
Aveva già una certa età e dei figli piccoli. Mi ricordo bene la costumista che era bravissima, Sabatini mi pare che si chiamasse.

Non ti si può non domandare di Kabir Bedi…
Io credo proprio di dovergli chiedere scusa. Perché, in un’intervista, dissi una cosa che pensavo non sarebbe stata scritta, come invece è successo. Non si dovrebbe, tra attori, dare dei giudizi su un collega, mentre io, purtroppo l’ho fatto. Avevo detto che lavorare con lui era come lavorare “avendo di fronte un muro”. Non so se questa cosa gli era arrivata o meno, ma anche se non gli fosse arrivata, oggi voglio chiedergli scusa. Avevo pensato che era così, forse anche perché era più alto di me… infatti tutti pensano che io sia piccola. Non che io sia così alta, sono 1 e 68, quindi non sono altissima ma nemmeno una “nana”. Kabir, scusa, ho detto di te una cosa brutta (ride).

Torniamo a Tinto Brass, con Caligola
Io non dovevo fare quel film, anzi… dovevo fare un film con le femministe, che era Io sono mia. Avrei dovuto fare il personaggio che poi ha fatto Maria Schneider. La regista, Sofia Scandurra, mi chiamò. L’ho incontrata, abbiamo parlato del più e del meno e del mio personaggio. A un certo punto, mi trovo Maria lì, che era andata via dal set di Caligola. Contemporaneamente, combinazione, Tinto mi chiamò per andare a fare Caligola. Avrei potuto fare entrambi i film, ma sono stata consigliata male. Cosa è successo? Che Sofia Scandurra offrì il mio personaggio a Maria, e io venni spostata su un altro personaggio, un po’ più debole. Il mio compagno mi incitava ad insistere per fare la protagonista. Io non avevo problemi, mi sarebbe andato bene anche l’altro personaggio… Anche perché vedevo che tutti volevano Maria, la adoravano. Peccato, perché mi sarei trovata a fare contemporaneamente due film: uno con le femministe e uno che stava esattamente all’opposto, con Tinto. Ma è andata così…

Qual era il motivo per cui la Schneider era fuggita dal set di Brass?
Io ho saputo da – perché poi l’ho conosciuta e siamo diventate anche amiche – che aveva fatto cucire le tuniche, i suoi costumi di scena, perché non voleva far vedere il seno. Non ero lì quando è successo, ma conoscendo Tinto, questo lo aveva mandato in bestia. A parte che  sul copione c’era scritto che ci sarebbero state scene di nudo: se Maria aveva problemi, ne avrebbe dovuto parlare prima…

Cosa sai, invece, dei problemi insorti tra Tinto e la produzione, con Bob Guccione…
So solo che erano state inserite nel film altre scene, che Tinto non aveva girato e di cui lui non era contento… A un certo punto, Guccione prese in mano lui le redini del film, perché non gli andava bene quel che stava facendo Brass.  Mi sembrava strano, perché avevo visto come lavorava Tinto, in Salon Kitty, e poi c’erano degli attori di gran classe: Malcolm McDowell, bravissimo, quando lo vedevo recitare rimanevo a bocca aperta; Helen Mirren, che allora non era così conosciuta come oggi, ma era eccezionale; Peter O’Toole… Le scene forti ci sono, fatte da Tinto, di sicuro. Le mie scene no, perché dove c’era Malcolm c’ero io, le nostre scene erano sempre insieme, anche quelle erotiche le ho girate solo con lui, non con altri. Peter O’Toole non l’ho mai conosciuto e neanche John Gielguld.

Non eri preoccupata del fatto che ci sarebbero state, anche se interpretate da altri, scene così spinte?
No, assolutamente. Le scene che ha fatto Bob Guccione sono state girate con i suoi attori, gente che lavorava per lui… può darsi che siano state montate un po’ male… Io, alla fine, non ho capito perché Guccione aveva scelto Tinto: avrebbe potuto scegliersi un regista che faceva il film come voleva lui, non scegliere un grande regista per poi contestarlo. Mi è dispiaciuto, perché se ci sono persone che possono criticare Tinto per le sue scene forti, ci sono altrettante persone alle quali piace il suo genere di film. Le scene che ho girato io, mi piacevano tutte. Il personaggio di Drusilla è bello, innocente ma molto astuta. Mi ha tirato fuori un bel personaggio, perché io non è che sapessi di essere così astuta (ride). Quando ero sul set, mi sentivo piccola; c’era un’atmosfera teatrale, tant’è che a volte non sapevo se stavano riprendendo me o qualcun altro… Non riuscivo a rendermi conto. Tinto mi ha molto valorizzata nel film, quando corro con quel vestito arancione, che balla, o quando sono sulle scale con la tunica bianca. Per cui, mi è spiaciuto che Tinto non lo abbia potuto concludere come voleva, alla sua maniera.

Con McDowell hai approfondito la conoscenza anche fuori dal set?
No, io ero una che, finita la scena, era finito tutto. Forse è anche giusto che esista questo distacco tra la scena e la realtà, perché quando sei in scena è come se tu stessi sognando.  Adesso, parlando, mi viene in mente la scena con i cuccioli di tigre: non è che io odi gli animali, ma già con i gatti ho un problema, perché quando ero piccola, un gatto, mentre cercavo di carezzarlo, mi aveva graffiato. Così, quando ho saputo che dovevo lavorare con due tigrotti, avevo detto: «Oh, mio Dio!». Avevo paura delle loro unghiate anche se erano bellissimi. Per fortuna è andato tutto bene.

E la scena della tua morte?
Lì, mi sono lasciata andare veramente. Era molto lunga, quella scena, e mi sembrava che non finisse mai. Anche perché dovevo trattenere il respiro. Era una scena veramente poetica, in cui non c’era niente di volgare. L’unica cosa che mi ricordo difficile, era trattenere il respiro. Anche Malcolm è stato bravo.

Ti ha dato fastidio scoprire che in Caligola ti avevano doppiata anche in inglese?
Sì, ho visto di recente il dvd di Caligola e ho scoperto che la voce che mi ha doppiata era proprio brutta, fredda. Mentre se tu vedi il making del film, senti la mia voce, che io trovo molto più calda, più genuina. Il doppiaggio è, comunque, un’arte difficile. Sul set, noi abbiamo recitato tutti in inglese. Tanto di cappello agli attori italiani che recitavano in inglese, perché capisco benissimo quale fatica facessero a recitare in una lingua non loro.

Dove abitavi in questo periodo?
Fino al 1975 stavo in Sicilia, in una casa senza luce, senza acqua e senza elettricità, con un pozzo fuori. Durante l’estate ci si poteva stare: era sempre pieno di figli dei fiori, fricchettoni, mentre in inverno non c’era mai nessuno, perché era duro stare lì col freddo (ride).

Ma frequentavi personaggi del tuo ambiente, colleghi del cinema?
Non è che frequentassi molti attori e registi, e forse questo è stato un errore: avrei dovuto essere più presente a feste, coktail, eventi mondani… In un certo senso, è giusto, altrimenti ti isoli dagli altri, e questo atteggiamento può essere scambiato per snobbismo. Io non lo facevo certo per snobbismo, ma per timidezza. Anche se il mio ex compagno voleva creare, intorno a me, l’aura di un personaggio misterioso. Avevo, sì, un amico, l’attore che ha fatto Amarcord, Bruno Zanin, che non era comunque il suo vero nome. Una volta avevo la febbre alta e mi ha portato dei fiori. Era simpatico. Poi ho conosciuto abbastanza bene Maria Schneider.

Qualcuno raccontava di te una cosa strana. Sosteneva che quando ti aveva conosciuta, tu non avevi mai avuto le mestruazioni e che poi, la prima volta che le hai avute, sei rimasta subito incinta…
Noooo! La verità è che da giovane non avevo mestruazioni regolari. Ma le avevo, le avevo! Per fortuna, perché altrimenti come avrei fatto a lavorare? Le donne senza mestruazioni sono isteriche! Sono stata anoressica, quello sì, e in quel periodo ho avuto l’amenorria, ma più tardi. Ero arrivata a un peso assurdo. Per fortuna non fumavo sigarette e non usavo nessuna sostanza, perché altrimenti il mio corpo avrebbe anche potuto cedere. Anche il seno mi era diventato più piccolo, ma poi è tornato grande quando ho ripreso chili.

In che periodo avveniva tutto questo?
Subito dopo avere girato Sandokan. Avevo cominciato a  dimagrire, però non tantissimo. Ma dopo, ho iniziato a perdere gusto per il cibo. Non ho problemi a parlare di questo argomento, ma non so dire quali furono le causa della mia anoressia. Tanti dicono “i genitori” eccetera, ma può darsi che questi poveri genitori non abbiano sempre la colpa, la responsabilità che gli si vuole attribuire. Perché poi, quando mi è successo questa problema, io ero già in Italia da diversi anni. La causa credo sia stata la mia timidezza, la mia insicurezza, tante sono le ragioni che possono provocare una forma di anoressia.
Tu pensi di stare bene, ma è una malattia mentale. Io sono stata fortunata, perché sono finita in ospedale quando sono tornata da un viaggio in India… dove avevo preso l’epatite A, perché avevo mangiato dell’insalata infetta… Sono una con la testa fatta un po’ a modo suo. E quando sono stata in ospedale per l’epatite, hanno capito che ero anoressica. Prendevo le arance e ne mangiavo uno spicchio alla volta. Quando vedevo che qualcuno mangiava una brioche, mi chiedevo: «Ma come fa a mangiare tutta quella roba?». Veramente è pazzesco come la mente è malata… Ma mi è andata bene, per fortuna.

Il successo e quello che gli era connesso cominciava a farti preoccupare per la tua carriera?
Fare l’attrice non è certo un mestiere facile, perché devi inventarti qualcosa ogni giorno, devi essere sempre presente… Forse io avrei dovuto insistere di più, ma questo avrebbe implicato cambiare la mia natura, il mio carattere. Non è facile…

Poco a poco lo hai girato nel 1980, per la televisione, la Rai, con la regia di Alberto Sironi…
Non è andata molto bene in quel caso, perché ho dovuto recitare in italiano. Abituata com’ero a lavorare davanti alla macchina da presa, dove ti potevi muovere, qui mi sono trovata a dover stare immobile, davanti a una camera fissa. Non penso che la Rai faccia cose del genere, oggi. Lì, io avrei avuto bisogno di un dialogue-coach, qualcuno che mi seguisse nel linguaggio italiano. Ho scoperto che ci sono attrici americane che parlano perfettamente inglese e viceversa. Poi ho scoperto che avevano sempre un coach che le seguiva e le aiutava.
Quando mi è capitato di doppiare in inglese La disubbidienza, anch’io avevo vicino una persona che mi seguiva e mi aiutava, perché lì devi sincronizzare bene le battute… beh, mi hanno fatto i complimenti per questo; mi dissero che gli americani avevano visto il film e avevano chiesto chi mi avesse doppiata… (ride). E mi sono, quindi, pentita di non avere doppiato io in inglese altri miei film, Salon Kitty, Caligola; perché, come vi ho detto, le voci che mi avevano appiccicato erano proprio sbagliate, snob, fredde.

La disubbidienza che tipo di esperienza è stata?
Di quel film ho solo un vago ricordo. Ho lavorato con Stefania Sandrelli e con questo ragazzo, la cui madre è sposata con Remo Girone… Karl Zinny. Era al suo primo lavoro importante e non l’ho conosciuto bene, perché era proprio un ragazzino, molto più di me. Forse era intimidito da me, non so. Ho invece conosciuto bene Stefania Sandrelli, che è una persona amabile, ti dà subito confidenza, ti mette a tuo agio. Io che ero chiusa, specialmente allora  – anche adesso, ma allora molto di più – e mi sono trovata bene con Stefania. Una certa forma di amicizia tra noi si è sviluppata: un giorno, infatti, doveva fare una scena nel film e mi ha chiesto se potevo farla io, perché non stava bene: io dissi di sì… Però è strano… Io mi ricordo sempre di più i film di successo, anche se con i problemi di censura, eccetera, mentre questi altri, come La disubbidienza, mi sono un po’ scivolati via dalla mente, persino il mio personaggio mi appare vago. Forse perché le domande me le hanno sempre fatte suii film di Lattuada e di Tinto Brass. Ma io ho lavorato anche con Mauro Bolognini, nella Certosa di parma, cosa di cui sono stata contentissima, perché avevo un piccolo personaggio, ma mi è piaciuto tantissimo farlo: cioé, nonostante il ruolo fosse piccolo, mi sentivo la protagonista.

Bolognini come ti ha trattato?
In maniera splendida, proprio coi guanti! Una volta ci fu anche una grande risata, perché stavo girando la scena e, camminando, ho rischiato di fare un volo incredibile, inciampando in una specie di scalino di legno.

Tornando alla Disubbidenza, Aldo Lado te lo ricordi?
(ride)… No, ma è stato bravo, è stato gentile con me. Non so se ho fatto qualche errore in qualche scena, ma visto che il film lo abbiamo terminato vuol dire che tutto è andato ok (ride). So solo una cosa: allora, io non mangiavo la carne e c’era una scena del film dove si mangia, a tavola… Ho detto, guardando nel mio piatto e vedendo che c’era proprio della carne: «Io questa roba qui non la mangio!».

E come avete risolto?
Niente. Non ho toccato il cibo e ho fatto finta di mangiare. Ho recitato il fatto di mangiare. Non so se ci sono riuscita abbastanza bene, ma a me quella roba non andava proprio…

Quindi eri vegetariana, allora?
Vegetariana per modo di dire. Diciamo che non sono mai stata e non sono una carnivora. Se devo scegliere, preferisco evitare la carne, ma se c’è, non mi faccio tanti problemi.

Il secondo film che hai girato con Jancsò, Il cuore del tiranno, che esperienza è stata?
C’era Ninetto Davoli ed era ispirato a Boccaccio. Di Boccaccio non posso dire nulla, perché non ho mai letto le sue opere… ma sono venuta a scoprire qualcosa lavorando nel film. Mi ricordo che in sceneggiatura c’era una scena dove io dovevo spogliarmi. Tra me e me, mi sono detta: «Se riesco a non farla è meglio! Io provo a chiedere a Jancsò e poi stiamo a vedere… Chissà che cosa mi dice». Allora, vado da lui e gli chiedo se posso fare quella scena senza spogliarmi. E lui mi ha ghiacciato, dicendomi che non c’era proprio nessun problema! (ride). Non gliene fregava proprio nulla. Dopo Vizi privati, non immaginavo che avrei di nuovo lavorato con lui. Ma in quel periodo l’avevo incontrato a Parigi. Ci eravamo salutati e lui mi aveva detto: «Spero di rivederti sul set!». Parlava sul serio… Ma io in Ungheria sono stata male… Mi sono trovata del tutto isolata. Sì, c’erano persone con cui parlavo, ma lì c’era un’altra cultura, un’altra mentalità… Ho dovuto chiamare un amico  e farmi raggiungere sul set, perché ero entrata seriamente in depressione. In Ungheria era come se ci fosse il regime: era tutto controllato, quando la gente si riuniva, anche solo per fare una festa, doveva avvisare la polizia, c’era un clima pesante. Poi, avevo problemi di comunicazione con gli ungheresi. Anche nella troupe, spesso, li vedevo ridere e non capivo perché. Ninetto Davoli, sul set, si era portata tutta la famiglia, la moglie e i due figli. Io, invece, stavo nella mia stanzetta, sola, con la televisione che trasmetteva solo programmi in ungherese. Era alienante. Lì, credo di avere fatto un po’ di capricci, ma proprio perché vivevo questa situazione difficile. Con Jancsò già avevo fatto i capricci in Vizi privati, ma lì c’erano state altre ragioni.

Capitaine X, fatto coi francesi, è rimasto inedito in Italia…
Era uno sceneggiato televisivo, che ho girato nel 1982. Io facevo una contessa ungherese (ride). Figurarsi! Dopo l’esperienza in Ungheria con Jancsò, quando sono tornata a casa ho detto: «Non ritorno in Ungheria anche se mi danno tutto l’oro del mondo…». E invece poi accettai questo sceneggiato, che ha avuto un grandissimo successo. Io ero protagonista, ma non mi ricordo i nomi degli altri attori. So che c’era un italiano e che lui parlava in francese sul set, mentre io parlavo inglese… (ride). Lo sceneggiato non l’ho mai visto, ma è andato anche in Canada. Mi ricordo che il primo giorno di lavoro, gli operai del set mi si sono fatti incontro con un mazzo di rose rosse. Ci rimasi di sasso quando mi dissero che erano dei miei grandi ammiratori: avevo paura che dopo qualche ciak potessero cambiare idea… io ho sempre queste remore, queste incertezze. Non ho mai nemmeno fatto nessuna scuola di recitazione, quindi la mia era solo e soltanto “intuizione”…

 

Nel 1984 c’è Il ragazzo di Ebalus
Quel film mi fece morire dal ridere. Il regista si chiamava Giuseppe Schito ed era molto simpatico, ma a dirigere era soprattutto l’aiuto-regista, che era l’aiuto-regista di Lattuada. Un mio amico che è andato a vedere questo film, mi ha detto che tutta la sala, a un certo punto, si è messa a ridere, non so per quale scena che era stata montata in maniera sbagliata opuure comica. Quando giravamo, poi, questo regista si addormentava (ride), giuro…! Ho incontrato il figlio di questo Schito quando sono andata a vedere la prima dell’ultimo mio lavoro, nel 2000, La fabbrica del vapore, dove ho interpretato un piccolo personaggio, gratis.

La fabbrica del vapore, di Ettore Pasculli, è stata proprio la tua ultima esperienza al cinema?
Sì… l’ho fatto per via del mio ex-marito, che aveva questa conoscenza. L’ho accettato anche se era gratis, così… a Milano. Come protagonista c’era una delle attrici di Elisa di Rivombrosa, Antonella Fattori.

Nel Ragazzo di Ebalus eri una terrorista…
Sì, e ho fatto anche una bella corsa: correvo dietro a un tipo per ammazzarlo. A me, questo mio amico che l’ha visto al cinema, ha detto che faceva ridere…

In D’Annunzio, il film di Sergio Nasca, avevi un bel ruolo…
Sì, quello mi è piaciuto. Anche lì c’era Stefania Sandrelli come protagonista, ma non avevo scene con lei. Io interpretavo la moglie di D’Annunzio. Era una partecipazione ma mi è piaciuto come Nasca è riuscito a valorizzarmi… avevo una bella pettinatura, stavo bene. Un episodio divertente è successo a Cattolica, dove ero andata insieme a un’attrice francese che stava nel film, per partecipare a una prima.

Florènce Guerin che sembrava una grande diva, la stella del cinema, era tutta ben vestita, mentre io sono entrata nella sala in maniera molto semplice. Beh, finito il film, hanno cominciato tutti a guardare me… Perché il mio ruolo è piccolo, ma molto intenso. Io mi sono accorta, col tempo, che mi piace fare i piccoli personaggi, piuttosto che quelli centrali. Intanto, perché fare la protagonista è un grande rischio, mentre il piccolo ruolo, psicologicamente, ti dà meno responsabilità. Poi logicamente, se il regista mi “ama” e riesce a farmi a sentire a mio agio, un ruolo da protagonista mi piace, è logico. Io ho capito l’importanza dei piccoli personaggi vedendo Il padrino. Il terzo non mi ha fatto proprio impazzire, ma i primi due erano fantastici. Sono film che non sono mai invecchiati, e poi, ogni volta che li rivedo, scopro che i personaggi marginali sono quelli che rivelano, sempre, qualcosa di nuovo. Io ho vissuto i piccoli personaggi che ho interpretato, ne sono stata contenta perché sapevo che avevano contribuito al risultato positivo del film. Se un film rende, rende se tutti funzionano e non solo i protagonisti.

Quindi, Terry, hai in fin dei conti accettato il tuo passato – sempre presente – come attrice?
Io non mi amavo tanto e non mi piaceva rivedermi. Intanto, ero convinta che le altre fossero tutte più belle di me. Non riuscivo a valorizzarmi. Poi, sono stata amata dalle persone che mi dicevano: «Ah, tu hai fatto questo, hai fatto quest’altro…», allora un po’ ho cominciato ad accettare il fatto che potessi piacere, ma sempre senza guardare il film, perché se lo guardavo non potevo soffrirmi. Adesso questo succede di meno, perché adesso sono più grande e ho un altro occhio. Mi vedo come un personaggio che ha funzionato grazie alla sua intuitività. Quando i registi mi spiegavano quel che volevano, io lo facevo e mi rendo conto che intuivo esattamente anche ciò che loro non mi avevano detto. Mi ricordo una scena di Le farò da padre, con la vecchietta, la tata, in cui io ero nel letto e muovendo un braccio gettavo a terra una lampada. La prima è andata bene subito, esattamente come desiderava Lattuada. Ma chi poteva sapere che ci sarei riuscita a farlo già con la prima scena… Io non so dire come riuscissi a farlo, so solo che lo facevo. Questa è quella che definisco intuitività. “Buona la prima”, dissero, che io non capii, perché non parlavo italiano, e dovettero tradurmelo in inglese. Il secondo ciak lo facevo sempre per sicurezza, ma non era mai efficace come il primo.

Perché hai deciso di smettere col cinema?
Non è stata una decisione. Le cose sono venute così. Poi, ero stanca. Nel cinema, devi saperti promuovere e io non sono capace di insistere, non fa parte del mio carattere. In più, ho avuto il mio secondo figlio e ho voluto dedicarmi a lui.

E se Tinto Brass ti richiamasse, acceteresti?
Sì, forse… ma senza spogliarmi… (ride)