regia:
Jonathan Liebesman
interpreti:
Timothy Hutton, Peter Stormare, Chloe Sevigny, Bill Stinchcomb
sceneggiatura:
Gus Krieger, Ann Peacock
montaggio:
Sean Carter
fotografia:
Lukas Ettlin
musiche:
Brian Tyler
anno produzione:
2009
paese:
USA
voto:
09/02/2010 - cinema
KILLING ROOM
Il nuovo progetto di Jonathan Liebesman non arriva al cinema ma passa direttamente in DVD, nonostante l'ottimo cast e l'idea promettente...
Dopo aver letto un'inserzione sul giornale, quattro giovani si ritrovano in una stanza armati di matita e questionario, convinti di arrotondare un po' prestandosi a noiose ricerche di mercato...
Questo lo spunto di The killing room, che richiama il tedesco The Experiment, in cui un gruppo di individui, suddivisi in guardie e prigionieri, viene rinchiuso in un edificio per studiarne gli sviluppi comportamentali. Simile è lo scopo del film di Liebesman, che mette in scena un senzatetto asociale e introverso, un ex galeotto fin troppo sicuro di sé, una ragazza acqua e sapone e un omuncolo nevrotico e sospettoso. Il fine del loro forzato incontro non è da svelare, dato che sin dall'inizio il film catapulta lo spettatore nella morsa della tensione e non lo lascia fino alla fine.
Il regista sviluppa l'azione in base a due prospettive: la prima è quella delle cavie umane rinchiuse nella stanza, mentre la seconda - vera arma vincente del film - è quella della dottoressa Reilly (Chloe Sevigny), assegnata all'esperimento (governativo e segreto, ovviamente) senza conoscerne tutte le modalità. La sua etica, professionale e non, viene messa a dura prova. Bisogna scegliere tra il bene del singolo e quello della comunità, tra gli ordini della propria coscienza e quelli del proprio capo, tra la difesa di un individuo e quella del proprio Paese. L'affermazione machiavelliana “il fine giustifica i mezzi” viene quindi problematizzata efficacemente dalle scelte (estreme) che dovrà compiere la dottoressa, costantemente combattuta tra due fuochi.
In ultimo, inoltre – e cercando di evitare lo spoiler – si verifica come il twist finale garantisca un ribaltamento dei ruoli canonici: si agisce sulle coordinate psicologiche dell'eroe cinematografico, mandandole a carte quarantotto, e suscitando così un bizzarro senso di estraneità rispetto al protagonista ultimo. Le pareti della stanza della morte di Liebesman sostengono in definitiva un ottimo thriller psicologico, suggerendo persino l'ipotesi di un sequel. In questo caso, però, non vorremmo essere nei panni dello sceneggiatore: andare avanti, oltre i titoli di coda, potrebbe essere un esercizio di scrittura piuttosto complicato.
Elena Araldi